Recensione del romanzo dell’esordiente F.Picone, “Visti dalla Meta siamo tutti ultimi”

Visti dalla Meta siamo tutti ultimi – Francesca Picone
(Lettere Animate)

La penna di Francesca Picone non tarda molto a farsi conoscere: è quella di chi è abituato a una realtà piccola e sconfinata a un tempo, di quartiere e di grande città. È quella di chi conosce Napoli come le proprie tasche, proprio dall’interno dei pantaloni la tira fuori e la osserva, per poi stropicciarla di nuovo al passo successivo. È quella di chi sa come va il mondo, e non per questo ne ha né paura né rigetto.

Protagonista del romanzo edito da Lettere Animate è Sally, che all’inizio della narrazione ha già un lungo percorso alle spalle e una certa consapevolezza del microcosmo che circonda il vicoletto in cui abita, separato dal bosco solo da un muricciolo.

Eppure, molto ha da imparare sulla natura umana e sullo strano modo in cui si combinano i rapporti interpersonali fin dal primo istante, cioè da quando a un semaforo qualcuno le ruba la borsa con dentro un’agenda. Non quella per i numeri di telefono, bensì quella contenente “la poesia della mia fanciullezza“, come prova a spiegare alla signora che lavora al bancone di un bar.

In questo episodio e nella frase che apre il thriller si intravede già un’importante chiave di lettura dei nostri giorni, snocciolata quasi come un proverbio da chi il dialetto lo conosce bene: stamm’ sott ‘o cielo. Che, in altre parole, significa: siamo esposti a tutto e non possiamo tirarci fuori da questa giostra. Il personaggio principale della vicenda se ne accorge in più occasioni e in maniere differenti nei tre macro-capitoli di cui è composta l’opera – La cura, La relazione d’aiuto e La sicurezza dei cittadini.

In tutti e tre i casi, lo stato delle cose reale non corrisponde a quello che ci si aspetterebbe in linea teorica. Di mezzo c’è sempre lo zampino della gente, che per via della sua furbizia e del suo bisogno di affermarsi dimentica spesso le ragioni profonde per le quali si potrebbe convivere alla pari in società. Di conseguenza, la linea diritta delle aspettative si contorce e si piega su sé stessa, fin quasi ad annullarsi nel momento in cui lo psichiatra di un centro a doppia diagnosi ha delle relazioni piuttosto insolite con i pazienti, o in cui gli operatori che lavorano nella struttura malcelano la propria dipendenza da stupefacenti.

Non meno ambigui sono i due successivi snodi della trama, entrambi con un insegnamento sarcastico e agrodolce da raccontare a chi sa leggere fra le righe. Se, infatti, da un lato si assiste all’ospitalità di un “Grande Benefattore” nei confronti di senzatetto e di gente talentuosa, che per diverse ragioni non è soltanto una brava persona, dall’altro lato Sally assiste a diversi casi in cui la camorra e le forze dell’ordine, miste al terrorismo stesso, fanno finta di stare da parti diverse e di farsi la guerra a vicenda, pur non essendo forse dei gruppi così slegati fra loro.

Con uno stile consapevole e vicino al parlato, che dunque si fa a tratti colorito e a tratti profondo, l’autrice esordiente riesce a costruire una struttura solida e coerente, il cui fine ultimo è rappresentare “una canzonatura della saccenteria, una rivisitazione del concetto di integrazione, una rappresentazione della corruzione totale, amalgamata al più comune sentire del vissuto quotidiano“.

Così, Sally si rende conto attraversando la vita che probabilmente siamo tutti rivolti verso un traguardo: nel tentativo di arrivarci, ciascuno si fa forza e si impone sul percorso secondo la nostra natura. Qualcuno arriva prima, qualcuno dopo, ma ad essere importante non è tanto la tempistica, quanto il modo in cui si riesce ad arrivare alla fine e a farsi eventualmente abbracciare dalla meta appena raggiunta.

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