“L’uomo che uccise don Chisciotte” e il film che ha fatto rivivere il romanzo

È stato sulla bocca di critici e appassionati fin dal momento in cui è arrivato al Festival di Cannes, dopo 25 anni di traversie e di casualità sfortunate, eppure non è ancora chiaro se L’uomo che uccise don Chisciotte sia un film realmente di spessore, o solo l’ennesima, visionaria impresa di un Terry Gilliam che del genere fantastico e surreale è un vero e proprio mago.

Per rispondere con sicurezza, sarebbe necessario innanzitutto avere letto il Quijote di Cervantes, poi essere stato nei luoghi del set, in Spagna, e infine avere una certa dimestichezza con l’ambiente cinematografico, specialmente con quello hollywoodiano. Mondi diversi, appartenenti a tempi e a stratificazioni culturali differenti, eppure accomunati magistralmente dalla figura di Adam Drive, nei panni di un regista americano cinico e capriccioso.

Toby arriva nel cuore della penisola iberica per girare uno spot pubblicitario a tema don Chisciotte e, dopo un paio di difficoltà sul set (maltempo, attori poco convincenti) e fuori dal set (l’accenno di una pericolosa avventura erotica con la moglie del suo capo, l’incontro con un venditore ambulante un po’ troppo spavaldo), decide di prendere in prestito una motocicletta e di raggiungere Los Sueños, un piccolo borgo medievale in cui una decina di anni prima aveva girato un adattamento del capolavoro cervantesco, intitolato L’uomo che uccise don Chisciotte.

La vita degli abitanti del villaggio, però, dopo la pellicola in cui li aveva coinvolti Toby si era trasformata. La quindicenne Angelica (Joana Ribeiro), che interpretava un’anonima ragazza della Mancha, aveva cercato il successo a Madrid, finendo per prostituirsi e fare la escort, per esempio. Mentre Javier (Jonathan Price, che più di tutti sembra nato per interpretare questo ruolo), ciabattino di professione, si era a tal punto immedesimato nel suo ruolo di don Chisciotte da perdere il senno e credere di essere in tutto e per tutto l’ingegnoso idalgo del romanzo. Il regista, che nel frattempo sta rischiando di cacciarsi nei guai, viene allora a contatto con le due vecchie conoscenze: dapprima con Javier, che lo “salva” dal “rumoroso mostro” a quattro ruote della polizia e che lo scambia per il fido “scudiscio” Sancho Panza, e poi con Angelica, che è entrata nelle grazie sessuali di un volgare magnate russo, Alexej Miiskin, con il quale il capo stesso di Toby è in trattativa finanziaria.

La vicenda non può che evolversi in una maniera sregolata e


immaginifica, che conduce lo spettatore e Toby a compiere lo stesso percorso compiuto da Sancho Panza nell’opera originale. Il rapporto con Quijote/Javier è dunque inizialmente scettico, condito da una sorta di irrefrenabile curiosità nel constatare la follia del cavaliere. Man mano che padrone e scudiero condividono avventure molto simili a quelle descritte da Cervantes per una serie di incredibili coincidenze, tuttavia, tanto il protagonista quanto lo spettatore entrano in empatia con il vecchio ciabattino, sentendosi sopraffatti da un delicato e pirandelliano umorismo nei suoi confronti.

Don Chisciotte, però, ha dei nemici da affrontare: deriso e oltraggiato dal magnate russo, preso poco sul serio dalla troupe del regista e da Angelica stessa, troverà solo in Toby un alleato fedele e affettuoso, che contemporaneamente dovrà gestire il delirio di Javier ed evitare di mandare a monte le riprese del suo cortometraggio, mentre cercherà di sfuggire alle avances della moglie (Olga Kurylenko) del capo (Stellan Skarsgård), al fascino esercitato su di lui da Angelica e alla gelosia del minaccioso “mister Vodka” (Jordi Mollà).

A conclusione di una simile epopea, protagonista e spettatore non possono che sentirsi dilaniati da un forte trasporto verso gli ideali chisciotteschi, puri e al di sopra delle viltà umane, e da un inevitabile attaccamento all’esistenza che conducono nel XXI secolo, che dànno loro il colpo di grazia nel momento in cui Javier (proprio come accade in Cervantes) è in fin di vita a causa di uno spiacevole incidente. Morirà forse un uomo, ma «Quijote vive», continuano ad affermare personaggi e scene conclusive del film.

E il modo in cui lo fa, trascinando con sé perfino i più disillusi e sprezzanti fra pubblico e protagonisti, è un capolavoro di coerenza, un commovente omaggio al romanzo da cui trae ispirazione, un monito universale e una promessa, quasi, per chiunque in don Chisciotte si sia immedesimato almeno una volta, sia stato fra le pagine dell’opera seicentesca o in una sala cinematografica nell’autunno 2018. Il tutto, arricchito da una fotografia mozzafiato, una sceneggiatura pensata ad arte e un realismo, nei costumi e nel linguaggio, che non potrebbe essere più azzeccato per un esperimento surreale e su più livelli come quello in questione.

Eva Luna Mascolino

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