Malaparte e l’inferno umano della ‘Pelle’

Malaparte il maledetto. Malaparte il cattolico. Malaparte il fascista. Malaparte il comunista. Malaparte lo spietato. Malaparte il pietoso. Malaparte tutto e nessuno, voltagabbana, trasformista, camaleonte, convertito, abiurante. Se la letteratura italiana fosse un giardino, Malaparte sarebbe una rosa sgargiante ma decorosa, tronfia ma delicata, che svetta solitaria da un rovo di pruni: tanto bella quanto spinosa; dolcemente profumata ma irta d’aculei.
Non c’è forse autore della letteratura che abbia saputo rappresentare tutta la contraddizione degli opposti quanto il nostro Malaparte. Così vero e così artato, che ha mescolato la realtà storica con la più immaginifica menzogna, fino al punto in cui il loro confine non solo scompare, ma cessa d’essere necessario e previsto, e più non importa cosa sia avvenuto e cosa sia inventato: tutto il reale, ci insegna Malaparte, è un’unica, grande mistificazione.

La vita stessa di Malaparte è costellata di ibridazioni e contraddizioni. Al secolo Kurt Erich Suckert: nato a Prato e fiero toscano da padre tedesco e madre lombarda. Convinto interventista nel 1915 e in seguito inclemente narratore delle atrocità della Guerra: pubblicherà nel ‘21 Viva Caporetto!, narrazione autobiografica censurata dal Fascismo. Quel Fascismo di cui auspicherà l’avvento sin dalla prima ora, partecipando alla Marcia su Roma, per poi diventarne un contestatore e oppositore, condannato anche al confino. Subito dopo l’Armistizio, simpatizzerà per il PCI e si arruolerà nelle truppe alleate (1), per liberare l’Italia dai tedeschi da cui aveva avuto origine, dai fascisti di cui aveva fatto parte.

Eppure, c’è un preciso ordine nella sua caotica esistenza; una coerenza nella sua inclinazione a contraddirsi. Il valzer degli opposti che Malaparte ha danzato per tutta la vita risuona nella sua opera, tra le vette più radiose e prominenti della letteratura italiana, ed europea, e mondiale. In particolare si manifesta in quella che potrebbe essere definita la ‘summa malapartiana’: La Pelle, capolavoro della letteratura universale che il mondo ci ammira e noi italiani ancora fatichiamo a riconoscere.

L’opera è un ibrido già nella struttura: mescola insieme il romanzo e il reportage, l’invenzione del primo e la veridicità del secondo. Concepita come un naturale quanto autonomo seguito di Kaputt – pubblicato nel ’44 e divenuto in pochissimo tempo un caso editoriale – La pelle ne riprende l’impostazione strutturale: l’assenza di una trama vera e propria che possa far parlare di un romanzo a tutti gli effetti; la base autobiografica dell’esperienza in guerra. Se Kaputt racconta gli anni dal ’41 al ’43 che Malaparte ha trascorso nell’Europa del Nord e dell’Est, La Pelle ci proietta nell’Italia subito successiva all’8 settembre, in particolare a Napoli (l’occupazione alleata, l’eruzione del Vesuvio) e in misura minore a Cassino e poi a Roma (con la liberazione e l’arrivo trionfante degli anglo-americani), in Toscana (con episodi di Resistenza) e infine nella Milano dell’aprile ’45 (con l’esposizione di Mussolini in Piazzale Loreto).

Scritto a partire dal 1946 col titolo La pestecambiato forzatamente un anno più tardi, dopo l’uscita dell’omonimo romanzo di Camus – verrà pubblicato in Italia soltanto il 6 dicembre del 1949 per i tipi di Aria d’Italia, divenendo subito un caso: il ritardo fu dovuto ad alcuni screzi tra l’autore e Valentino Bompiani, al quale Malaparte revocò i diritti dopo che la pubblicazione dell’opera era già stata annunciata e pubblicizzata dalla casa editrice.(2)

Nell’unire romanzo e reportage, come già anticipato, si verifica la prima delle grandi opposizioni dell’opera: tra realismo e surrealismo, tra verità storica e mistificazione. Non si possono negare gli intenti documentaristici, finalizzati a illustrare la sofferenza e la miseria del popolo di Napoli nello specifico, e, di riflesso, dell’Italia intera; ma al tempo stesso Malaparte eccede quest’intento, recide la linea di demarcazione tra ciò che è vero e ciò che non lo è.
Tutto questo è strettamente intrecciato a un’altra peculiarità che differenza La Pelle dalle opere dei grandi nomi del neorealismo letterario e anche cinematografico (dalle pellicole drammatiche di Rossellini al monumentale La storia di Elsa Morante): ovvero la scelta unica di Malaparte di drammatizzare la realtà non attraverso il tragico, bensì mediante il turpe, l’esecrabile.

Auf den Spuren des Feuers - Vulkanbilder von Michael Wutky
L’eruzione del vesuvio in un dipinto di Michael Wutkys (1739-1822)

La Napoli qui descritta è un dantesco inferno di abiezione, abominio e infamità sullo sfondo demoniaco del Vesuvio in eruzione. Per la città dilaga la peste, un morbo che è qui morale e non fisico, presentatosi in concomitanza con l’arrivo degli americani.
La peste è un male che obnubila la ragione e il rispetto di sé. Chi ne viene affetto perde ogni decenza, pudore, virtù, cede alla corruzione d’animo e all’intemperanza, alla perversione e alla nefandezza. Le famiglie vendono persino i propri bambini per pochi soldi.

«Ed ecco che, per effetto di quella schifosa peste, che per prima corrompeva il senso dell’onore e della dignità femminile, la più spaventosa prostituzione aveva portato la vergogna in ogni tugurio e in ogni palazzo. Ma perché dir vergogna? Tanto era l’iniqua forza del contagio, che prostituirsi era diventato un atto degno di lode, quasi una prova di amor di patria, e tutti, uomini e donne, lungi dall’arrossire, parevano gloriarsi della propria e della universale abiezione.» (p. 37)

«Se tale era la sorte delle donne, non meno pietosa e orribile era la sorte degli uomini. Non appena contagiati, essi perdevano ogni rispetto di se medesimi: si davano ai più ignobili commerci, commettevano le più sudicie viltà, si trascinavano carponi nel fango baciando le scarpe dei loro “liberatori”[…] per aver l’onore d’essere calpestati dai nuovi padroni; sputavano sulle bandiere della propria patria, vendevano pubblicamente la propria moglie, le proprie figlie, la propria madre.» (p.38)

Non è difficile capire perché Milan Kundera scriveva di Malaparte: «con le sue parole fa male a se stesso e agli altri; chi parla è un uomo che soffre. Non uno scrittore impegnato. Un poeta.»(3)
Da questi stralci può essere anche evidente il confine sottile e mai dichiarato tra verità e finzione. L’iperbole si mescola al reale. La tragedia è narrata nei suoi aspetti più turpi, disdicevoli, impuri, abietti al punto da sembrare eccedere la sfera del possibile. Pare quasi che Malaparte prenda il vero e lo tenda come una molla, lo dilati, lo esacerbi fino ai più terribili esiti.
Il paradosso, il surreale, il grottesco sono incastonati così accuratamente nello scenario storico che, procedendo nella lettura, smettiamo di chiederci cosa sia vero e cosa no, non perché tutto appaia irreale, ma perché anche l’evento più irreale finisce per apparire naturale. Ci sono dei passaggi  in cui il surreale è esasperato oltremodo, e questi– due su tutti – sono anche i più terribili, atroci e memorabili passaggi dell’opera.

Il primo corrisponde alla scena in cui, a un grande pranzo tra generali e nobildonne angloamericani che risente di riverberi ‘guermanteschi’, dopo una serie di portate trimalcioniche, viene servito un pesce-sirena che non ha affatto l’aspetto di un pesce, bensì appare in tutto e per tutto come una bambina napoletana morta. È un’immagine di potentissimo significato simbolico, che spiazza e ferisce ancor di più con il lungo, assurdo e grottesco dialogo che segue tra i commensali: tra chi ritiene che sia giusto mangiarlo in quanto pesce e chi turbato invita a seppellirlo.

Il secondo lo troviamo sul finale, allorquando Malaparte, dopo aver vomitato alla scena dei fascisti appesi a Piazzale Loreto, viene ospitato a dormire da un amico ginecologo, e in particolare viene alloggiato nello studio di questi, che è arredato con numerosi feti dalle orrende fattezze: deformi, bicefali, tricefali. E qui, di notte, Malaparte ha la visione allucinata e terribile dei feti che prendono vita, che si uniscono in areopago pronti a un processo: appare l’imputato, un enorme, enfio, disgustoso feto, che gli parla con la voce infelice e sofferente del Mussolini ormai ammazzato e vilipeso. Anche in questo esempio, che più di tutti mostra l’ineguagliabile impeto immaginifico e visionario di Malaparte, la scena più assurda riesce ad apparire al lettore come del tutto naturale e plausibile.

Eppure, nonostante il ricorso al grottesco, al surreale, all’iperbole, Malaparte è un autore che al pari di pochi ha avuto il coraggio di scrivere la verità. Per farlo, per suggellare il vero, per restarvi fedele anche nell’artificio, serve il coraggio, la sfrontatezza, l’empatia, la forza che pochi autori hanno avuto – e ancor meno hanno al giorno d’oggi – nella letteratura italiana, allorché scrivere del vero spesso appare come produrre un’arte di rango inferiore.

Se finora si è detto dell’antinomia tra reale e surreale, tra verità e immaginazione – su cui lo stesso Malaparte ironizza con un dialogo metaletterario in cui i suoi commilitoni discutono di quanto di vero ci sia in Kaputt (pp.283 e ss) – resta ora da illustrare la seconda macro-contraddizione all’interno dell’opera: quella tra il cinismo e la pietà. Laddove s’intendono due poli opposti e antitetici, Malaparte riesce a farli convivere. Il suo è un cinismo pietoso. Nel narrare gli aspetti più turpi dell’umanità che la guerra ha prodotto, egli non manca affatto di provare compassione e sofferenza. Nel descrivere tutta l’abiezione della città e dei suoi abitanti, contemporaneamente Malaparte intona un inno di struggente amore: magniloquenti le descrizioni paesaggistiche, sincera la commiserazione per «…questo povero, infelice, meraviglioso popolo. Nessun popolo sulla terra ha mai tanto sofferto quanto il popolo napoletano. Soffre la fame e la schiavitù da venti secoli, e non si lamenta. Non maledice nessuno, non odia nessuno: neppure la sua miseria. Cristo era Napoletano» (p. 17)

Non saranno di questo stesso avviso i cittadini di Napoli, inorriditi dalla descrizione che lo scrittore pratese ne aveva fatto, tant’è che il consiglio comunale, nel 1950, voterà all’unanimità il bando morale di Curzio Malaparte dalla città (1). E come loro, tanti eleveranno il loro grido di sdegno all’alba della pubblicazione del romanzo: il celebre critico Emilio Cecchi definirà Malaparte “un fabbricante di bolle di sapone terroristiche” e la Chiesa Cattolica inserirà La pelle nell’Indice dei libri proibiti per immoralità (2). Malaparte finirà per trasferirsi in Francia, perché ostracizzato dal mondo culturale italiano, che solo ora sta lentamente riscoprendo la sua vera caratura.

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Malaparte nella sua villa a Capri

Lo stesso atteggiamento di asprezza e riprovazione, e insieme di compatimento, Malaparte lo rivolge al popolo italiano, con la voce di chi percepisce il farne parte come vanto e insieme come condanna. Nei suoi confronti è severo, ma al tempo stesso ne è acuto, intimo, deluso osservatore. Egli ha saputo comprendere la vera essenza dell’italianità come pochi prima di lui, da degno erede, in questo, di Machiavelli (non a caso un altro maledettissimo toscano). Non ho potuto che provare un brivido nel constatare la validità ai nostri giorni di una sentenza che negli anni ’40 diceva, a proposito della Guerra Civile e della Resistenza: «Mentre gli Alleati si facevano ammazzare per liberare l’Italia dai tedeschi, noi ci ammazzavamo tra di noi. Era il solito, antico male italiano, che si riaccendeva in ciascuno di noi. Era la solita, sporca guerra tra italiani, col solito pretesto di liberare l’Italia dallo straniero.» (p.315)

Io resto convinto della bontà di Malaparte. Proprio come diceva Kundera, egli è un uomo che soffre. La più genuina schiettezza, la mancanza di censure alla più torbida aberrazione umana non sono indicatori di assenza di pietà e di pena, al contrario. Solo una persona che ha esperito tutta l’atrocità della guerra, tutta la bassezza a cui può essere piegata l’umanità può aver scritto La Pelle. Si potrebbe quasi dire che Malaparte raggiunga gli stessi livelli per cinismo e pietà, che sono fusi insieme in un’unica essenza. La verità a cui giungiamo è che ciò che abbiamo avvertito sinora come contraddizione, unificazione degli opposti, non è nulla di tutto questo: «eravamo uomini vivi, in un mondo morto» (p.340) ma «un uomo morto non è un uomo morto» (p. 300). Non c’è alcun paradosso: quello che avvertiamo come contrario alla logica è soltanto la faccia più autentica della realtà.

Lo stile – che esplode come fuoco pirotecnico in tutta la sua allucinogena magniloquenza – riflette questo stesso bagliore: nella prosa troviamo il candore e lo sconcerto, il lirismo e l’indecenza, la compostezza e l’ironia, lo sprezzo e il rispetto, la sacralità e l’empietà, tutti sullo stesso piano, tutti qualitativamente uguali, ovvero immondi, sporchi, perché «tutto quello che l’uomo dà all’uomo è una cosa sporca, anche l’amore, anche l’odio, il bene, il male, tutto» (p.333)

Gli uomini sono uomini nel trionfo e nella sconfitta, nella vita e nella morte. Non c’è nessuna separazione: non esistono buoni e cattivi, non sussistono le differenze, quanto un’unica, comune assomiglianza: tutti hanno una pelle. Una pelle da difendere dalla sofferenza e dalla tragedia, gli uomini come le bestie, perché tutti soffrono alla stessa maniera (c’è Cristo negli occhi di un cane che muore, c’è una bambina in un pesce, tutto è metamorfosi, la peste stessa è una metamorfosi). La pelle, «quella è la bandiera della nostra patria, della nostra vera patria. Una bandiera di pelle umana. La nostra vera patria è la nostra pelle.» (p.300)

Se sarete fortunati come ritengo sia stato io, terminando La pelle, chiudendo l’ultima pagina, avrete la sensazione di aver appena concluso forse l’opera artistica più potente che mai abbiate letto: universale e attualissima pur nella sua precisa ambientazione spazio-temporale. Non ne rimarrete indifferenti, ne sarete contaminati: come amava dire Malaparte a ragione, giocando sul vecchio titolo, questo è un libro che “appesterà tutti”. Capirete allora che il contagio sarà stato necessario: per la nostra letteratura, per la nostra coscienza di umani prima e italiani poi.

Giuseppe Rizzi

 


  1. Luigi Martellini, biografia di Curzio Malaparte (disponibile online)
  2. Caterina Guagni, postfazione a La pelle, Adelphi 2015
  3. Milan Kundera, Un incontro, Adelphi, 2009

4 risposte a "Malaparte e l’inferno umano della ‘Pelle’"

  1. Premetto di non aver letto né l’uno né l’altro ma da quanto letto in questo articolo quanto mai esaustivo, sia “La Pelle” che il suo autore mi hanno immediatamente richiamato alla mente un altro libro e un altro autore a loro modo “maledetti”: “Viaggio al termine della notte” di Celine; sarebbe interessante farne un accostamento e un confronto.

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      1. Spesso infatti Malaparte è stato avvicinato a Cèline. Ciò che potrebbe distinguerli è a mio avviso la forma di quella disperazione: in Cèline è esistenziale, nulla potrebbe accadere perché la vita smetta di essere un peso, eppure così dannatamente da difendere; in Malaparte quel peso (che è anche lucido, a volte così cinico da diventare buffonesco) è quanto mai contingente. L’articolo è ottimo.

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