Il silenzio che distrae di Stefano Dal Bianco

Distratti dal silenzio, Stefano Dal Bianco
(2019, Quodlibet)

 

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Il dibattito che si svolge attorno alla poesia contemporanea spesso non conduce ad una radice quadrata della materia, ma è piuttosto un ribattere ampliando i punti, toccando gli stessi nodi, che ritornano sempre e restano inconclusi: ad esempio il valore della poesia, la necessità di aderire ad una forma, cosa sia la lirica oggi.

Stefano Dal Bianco, con Distratti dal silenzio – diario di poesia contemporanea, offre qualcosa di raro, cioè uno spaccato lungo più di trent’anni di militanza poetica e di interrogazioni non solo sulla valenza della poesia oggi – tema che viene solo circumnavigato – quanto, anche, sul cosa sia la poesia stessa, di cosa si compone, di quali tradizioni, e, specialmente, cosa sia lo stile, che è l’argomento cruciale che ritorna costantemente in quasi tutti gli interventi raccolti.

Di Dal Bianco è impressionante la lucidità con cui apre l’introduzione del libro scrivendo che «raramente i poeti parlano davvero di poesia tra loro. La maggior parte riflette sul senso di ciò che fa, ma parlarne è un’altra cosa. C’è un pudore esagerato, e in molti una disabitudine a condividere le esperienze e le idee. L’egotismo, in effetti, non riguarda chi parla di sé, ma chi non riesce a esporsi in una relazione. E una poetica di gruppo non è l’adeguarsi a un dover-essere della poesia, e nemmeno una razionalizzazione a posteriori. È tutte e due le cose: è qualcosa che si fa insieme, vivendo e scrivendo; non viene prima o dopo la poesia, ma nel mentre. […] La poetica, ogni poetica di gruppo, si forgia nella relazione stessa, un processo nel quale a prevalere sono l’incoscienza e l’osmosi».

Alcuni dei saggi brevi riportati sono una collezione a partire dai reperti introvabili dell’esperienza giovanile nella rivista Scarto Minimo, definiti come «interventi di poetica» in cui vengono scandagliati, con quello stile sintetico e denso da rivista tipico degli anni ’80, le componenti di una poesia a partire dalla valenza della scena; la sintassi e il ritmo; il classicismo che ricorda delle pagine di De Angelis di Poesia e Destino, uscito solo pochi anni prima. Dal Bianco finisce qui, in questa prima parte, per proporre una linea per una nuova lirica. In questi scritti, il minimo comune multiplo è la riduzione a quelle linee guida della poetica semplice dei poeti che scrivevano su Scarto Minimo come anche Benedetti: l’oggettivizzazione dell’io, il puntare alla Verità (di matrice lacaniana?), il biografismo, «la necessità di sperimentare una ricerca dei limiti, a patire dal corpo e dal suo respiro. Puntare su una fruizione che non si curi dei particolari lessicali e che non indugi sulle specificazioni. È una poesia che alla lettura non ci dice quasi niente perché in realtà vuole dirci altro. E ci dirà più tardi, quando parole in cui ci imbatteremo casualmente richiameranno altre parole dimenticate, e con esse tutto il respiro che le trasportava».

In un contesto storico sociale dove la frenesia è il motore immobile, il silenzio diventa la componente superflua, ma, oltre ad essere la base su cui tutto è edificato, è pure il rimosso, un tempo che, nel nostro, non ha tempo per esistere. La distrazione che ci viene imposta è il ritorno ad una radice quadrata di noi stessi attraverso la dimensione dell’ascolto e questa influenza Dal Bianco riesce a captarla nelle nuove generazioni dei giovani poeti e a farla perno della struttura portante del libro-diario, e, infine, ad indicarla come elemento mancante per attuare una coesione tra contemporanei di una nuova generazione, visto che a causa dell’egotismo e dell’egoismo mè andato perduto in trent’anni.

Michele Joshua Maggini

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