L’umanità variegata e attuale del Vicolo del mortaio

Come si stabilisce cos’è un classico e cosa non lo è? È una domanda che mi pongo spesso, sopratutto leggendo le opere del Novecento, e ultimamente sono giunta alla provvisoria conclusione che il più grande potere di un romanzo che diventerà un classico è trascendere i limiti della propria epoca e raccontarla a prescindere dalle opinioni e dalla volontà dell’autore.

È esattamente questa la sensazione che si prova leggendo Vicolo del mortaio, una delle opere più note di Nagib Mahfouz, l’unico scrittore egiziano ad esser stato insignito del Premio Nobel per la letteratura, a lui assegnato nel 1988. Continua a leggere

L’atomismo letterario, da Gospodinov a Manganelli

L’uomo è un essere senza inizio.
Gode, infatti, della particolare fortuna di non ricordare la genesi precisa della sua storia, su qualsiasi piano intersociale la si consideri: dall’infanzia, alla nascita della propria specie, dall’inizio del tutto. Immerso in questo divenire, l’uomo si ritrova come ad un inizio di un film: con una backstory soffusa alle spalle, senza sapere perché il regista o lo sceneggiatore abbia deciso che la sua pellicola ontologica avesse inizio in quel punto preciso. Una presa di coscienza del tutto casuale.

Partendo da questo presupposto, bisogna convenire, poi, che forse per contrappasso a questa particolarissima amnesia connaturata, l’uomo sia portato a creare opere finite: che hanno un principio, quindi una conclusione. Le strutture narrative sono l’esempio esatto del gioco tra finitezza e infinitezza. Infatti sorreggono in modo fisico l’impalcatura romanzata del libro, tutto il condominio di immagini e arabeschi letterari. Solitamente godono anche di poca attenzione nell’analisi di un’opera letteraria, passando giustamente in secondo piano rispetto alla critica classica.

L’esigenza di questo articolo è scrivere di alcune opere, collegate tra loro, che scardinano e rivoluzionano la struttura romanzesca, nonché l’intuizione dello schema narrativo [1] di stampo vogleriano. Quindi indagare una linea narrativa non convenzionale: l’ atomismo letterario. Continua a leggere

Quattro pezzi difficili su racconto e rivista

Un articolo dello scrittore Marco Marrucci sulla famigerata,
oscura, controversa ‘attualità della narrazione breve’

 

Qualche settimana addietro, nella domenica conclusiva di Firenze RiVista, ho avuto modo di partecipare a un tavolo di discussione apparecchiato da Il rifugio dell’ircocervo intorno al mistero, anguillesco e polimorfo, dell’attualità del racconto. A interrogare la sfinge, oltre a me, c’erano Luca Ricci, Francesco Quatraro di Effequ e gli ambasciatori dell’ircocervo Giuseppe Rizzi e Loreta Minutilli. Il rompicapo è stato aggredito (con una certa dose di temerarietà) sull’accidentatissimo versante editoriale e complicato dalla sostituzione della variabile libro, di per sé infida, con l’ancor più ostica variabile rivista.

Poca metafisica e molta praticità, dunque. Un’ermeneutica ribassata in favore delle sottigliezze operative e delle articolazioni di filiera. Geometri e anatomisti più che uomini di lettere.
Fin da subito l’incontro ha maturato una gagliarda attitudine da officina all’aperto o, se si preferisce, da laboratorio in vetrina. Sono state percorse vie che poi si sono rivelate budelli senza fondo. Sono stati approntati marchingegni che non hanno retto al collaudo. Si è martellato e analizzato e scalpellato e questionato e temprato e sintetizzato e alla fine l’ora di tempo si è consumata: abbiamo gettato alla rinfusa gli attrezzi sul banco di lavoro e disertato la manifattura senza aver brevettato alcuna soluzione.  Continua a leggere

Katherine Mansfield, la Baviera di ieri e quella di oggi

Un’esistenza fulminante, quella di Katherine Mansfield, nata nella Nuova Zelanda coloniale e trasferita in Inghilterra all’età di diciannove anni; la sua produzione non riesce a coprire che la seconda parte del primo ventennio del Novecento poiché lo stesso fece la sua vita, stroncata da una tubercolosi sfociata in pleurite. Frequentatrice di personaggi del calibro di Virginia Woolf (e come la Woolf sentimentalmente priva di confini), amò uomini e donne, restò incinta di un amico di famiglia e nel 1909 fu spedita dalla madre in una località termale bavarese, dove ebbe un aborto spontaneo nel tentativo di tirarsi giù da sola una valigia da un armadio. Continua a leggere

Il Nobel per la Letteratura esiste ancora: ma è davvero necessario?

Dopo gli scandali sessuali che hanno sconvolto l’Accademia di Svezia, giovedì torna il Premio Nobel per la Letteratura. L’anno scorso non è stato assegnato (quest’anno doppia assegnazione), eppure la gente non ha smesso di leggere, gli autori di pubblicare, i critici di commentare e i libri esistono ancora. Insomma, pare che la letteratura sia sopravvissuta. Incredibile, no?
La domanda che mi sorge allora è: serve davvero a qualcosa? Il Nobel per la Letteratura è ancora necessario? (sempre che mai lo sia stato) Continua a leggere

Meglio un imbianchino di Le Corbusier: il populismo nella cultura

Cause e rischi di una tendenza pericolosa e sempre più diffusa

La prima cosa che viene detta dai comunicatori della politica sul populismo è che non si tratta di un’ideologia né di un orientamento di valori: il populismo è uno stile comunicativo, e come tale può penetrare in ambiti differenti da quello riguardante la res publica. Populista può essere un talk show televisivo, populista può essere una ricostruzione di cronaca nera. Populista può diventare anche la cultura. O meglio: chi fa cultura può adottare strategie comunicative proprie del populismo.

Si può dire che ovunque si insinui la retorica populista, essa faccia almeno qualche danno. Dunque, non sarebbe pericoloso se anche gli attori culturali abbracciassero questo stile di comunicazione e facessero proprie le medesime strategie? Non rischierebbe di compromettere la già fragile stabilità del sistema culturale nel nostro paese, che da tempo vive una crisi di legittimazione? Continua a leggere

Shakespeare, Melville, e il “Moby Dick” di Orson Welles: il teatro della parola

«Ovviamente Moby Dick è un romanzo e non un testo teatrale.
Contiene creazioni impossibili da riprodurre su qualsiasi palcoscenico:
una nave, il Pequod, le balene, il Leviatano, il vasto oceano.»
(Charles Olson, Call me Ishmael, New York, 1947, pp. 67)

Nel novembre 2018 è uscito in libreria, per l’irriverente collana Piccola biblioteca di letteratura inutile di Italo Svevo, un libricino davvero prezioso: Moby Dick – Prove per un dramma in due atti (tradotto da Marco Rossari e introdotto da Paolo Mereghetti), testo di una piéce teatrale scritta dal regista americano Orson Welles. L’opera non è tanto un adattamento del romanzo di Melville, quanto più una riscrittura in cui si incastrano vari piani interpretativi, come quello rappresentato dall’opera di William Shakespeare, che da sempre ha ispirato sia Melville che Welles: vediamo un po’ in cosa consiste il rapporto intertestuale che li lega, e quali sono gli elementi più interessanti della pièce di Welles.

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Breve articolo contro la noia

La funzione originaria del racconto è la trasmissione dell’esperienza. Millenni fa, quando non avevamo ancora imparato a coltivare la terra, dipingevamo i muri e ci raccontavamo le avventure della caccia: i più anziani ricordavano ai più giovani cosa fare e cosa non fare se volevano salvare la pelle, e queste lezioni, invece che di teorie generali e astratte, avevano la forma di storie, e cioè in buona sostanza di immagini precise, che fossero disegnate o pronunciate – quanto più potente è un’immagine nella sua specificità, tanto più facile è conservarla nella memoria.

È difficile affermare con certezza fino a che punto questa funzione antropologica del racconto sia sopravvissuta. La Recherche, i fumetti di Topolino, Black Mirror, l’ultimo film di Malick: possiamo dire che sono tutti accomunati dalla finalità di insegnarci a sopravvivere? Forse. Occorrerebbe uno studio amplissimo – un lavoro che di certo non ho gli strumenti né lo spazio per compiere in questo articolo. Tuttavia a mio avviso resta una porzione del problema, una cosa di cui è possibile parlare senza il rischio di generalizzazioni ingenue, un tema specifico nei cui confronti si può avere un atteggiamento tollerante oppure assolutamente contrario: e non mi attardo a dire che il mio è assolutamente contrario. Il tema è questo: la noia. Continua a leggere

Il silenzio che distrae di Stefano Dal Bianco

Distratti dal silenzio, Stefano Dal Bianco
(2019, Quodlibet)

 

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Il dibattito che si svolge attorno alla poesia contemporanea spesso non conduce ad una radice quadrata della materia, ma è piuttosto un ribattere ampliando i punti, toccando gli stessi nodi, che ritornano sempre e restano inconclusi: ad esempio il valore della poesia, la necessità di aderire ad una forma, cosa sia la lirica oggi.

Stefano Dal Bianco, con Distratti dal silenzio – diario di poesia contemporanea, offre qualcosa di raro, cioè uno spaccato lungo più di trent’anni di militanza poetica e di interrogazioni non solo sulla valenza della poesia oggi – tema che viene solo circumnavigato – quanto, anche, sul cosa sia la poesia stessa, di cosa si compone, di quali tradizioni, e, specialmente, cosa sia lo stile, che è l’argomento cruciale che ritorna costantemente in quasi tutti gli interventi raccolti. Continua a leggere