L’atomismo letterario, da Gospodinov a Manganelli

L’uomo è un essere senza inizio.
Gode, infatti, della particolare fortuna di non ricordare la genesi precisa della sua storia, su qualsiasi piano intersociale la si consideri: dall’infanzia, alla nascita della propria specie, dall’inizio del tutto. Immerso in questo divenire, l’uomo si ritrova come ad un inizio di un film: con una backstory soffusa alle spalle, senza sapere perché il regista o lo sceneggiatore abbia deciso che la sua pellicola ontologica avesse inizio in quel punto preciso. Una presa di coscienza del tutto casuale.

Partendo da questo presupposto, bisogna convenire, poi, che forse per contrappasso a questa particolarissima amnesia connaturata, l’uomo sia portato a creare opere finite: che hanno un principio, quindi una conclusione. Le strutture narrative sono l’esempio esatto del gioco tra finitezza e infinitezza. Infatti sorreggono in modo fisico l’impalcatura romanzata del libro, tutto il condominio di immagini e arabeschi letterari. Solitamente godono anche di poca attenzione nell’analisi di un’opera letteraria, passando giustamente in secondo piano rispetto alla critica classica.

L’esigenza di questo articolo è scrivere di alcune opere, collegate tra loro, che scardinano e rivoluzionano la struttura romanzesca, nonché l’intuizione dello schema narrativo [1] di stampo vogleriano. Quindi indagare una linea narrativa non convenzionale: l’ atomismo letterario. Continua a leggere

Quattro pezzi difficili su racconto e rivista

Un articolo dello scrittore Marco Marrucci sulla famigerata,
oscura, controversa ‘attualità della narrazione breve’

 

Qualche settimana addietro, nella domenica conclusiva di Firenze RiVista, ho avuto modo di partecipare a un tavolo di discussione apparecchiato da Il rifugio dell’ircocervo intorno al mistero, anguillesco e polimorfo, dell’attualità del racconto. A interrogare la sfinge, oltre a me, c’erano Luca Ricci, Francesco Quatraro di Effequ e gli ambasciatori dell’ircocervo Giuseppe Rizzi e Loreta Minutilli. Il rompicapo è stato aggredito (con una certa dose di temerarietà) sull’accidentatissimo versante editoriale e complicato dalla sostituzione della variabile libro, di per sé infida, con l’ancor più ostica variabile rivista.

Poca metafisica e molta praticità, dunque. Un’ermeneutica ribassata in favore delle sottigliezze operative e delle articolazioni di filiera. Geometri e anatomisti più che uomini di lettere.
Fin da subito l’incontro ha maturato una gagliarda attitudine da officina all’aperto o, se si preferisce, da laboratorio in vetrina. Sono state percorse vie che poi si sono rivelate budelli senza fondo. Sono stati approntati marchingegni che non hanno retto al collaudo. Si è martellato e analizzato e scalpellato e questionato e temprato e sintetizzato e alla fine l’ora di tempo si è consumata: abbiamo gettato alla rinfusa gli attrezzi sul banco di lavoro e disertato la manifattura senza aver brevettato alcuna soluzione.  Continua a leggere

Katherine Mansfield, la Baviera di ieri e quella di oggi

Un’esistenza fulminante, quella di Katherine Mansfield, nata nella Nuova Zelanda coloniale e trasferita in Inghilterra all’età di diciannove anni; la sua produzione non riesce a coprire che la seconda parte del primo ventennio del Novecento poiché lo stesso fece la sua vita, stroncata da una tubercolosi sfociata in pleurite. Frequentatrice di personaggi del calibro di Virginia Woolf (e come la Woolf sentimentalmente priva di confini), amò uomini e donne, restò incinta di un amico di famiglia e nel 1909 fu spedita dalla madre in una località termale bavarese, dove ebbe un aborto spontaneo nel tentativo di tirarsi giù da sola una valigia da un armadio. Continua a leggere

Shakespeare, Melville, e il “Moby Dick” di Orson Welles: il teatro della parola

«Ovviamente Moby Dick è un romanzo e non un testo teatrale.
Contiene creazioni impossibili da riprodurre su qualsiasi palcoscenico:
una nave, il Pequod, le balene, il Leviatano, il vasto oceano.»
(Charles Olson, Call me Ishmael, New York, 1947, pp. 67)

Nel novembre 2018 è uscito in libreria, per l’irriverente collana Piccola biblioteca di letteratura inutile di Italo Svevo, un libricino davvero prezioso: Moby Dick – Prove per un dramma in due atti (tradotto da Marco Rossari e introdotto da Paolo Mereghetti), testo di una piéce teatrale scritta dal regista americano Orson Welles. L’opera non è tanto un adattamento del romanzo di Melville, quanto più una riscrittura in cui si incastrano vari piani interpretativi, come quello rappresentato dall’opera di William Shakespeare, che da sempre ha ispirato sia Melville che Welles: vediamo un po’ in cosa consiste il rapporto intertestuale che li lega, e quali sono gli elementi più interessanti della pièce di Welles.

Continua a leggere

Filosofia del poliziesco in America Latina: i racconti di Pablo Palacio

 

«Bisognerebbe dire che tutta la letteratura è fantastica»  [1]

I protagonisti dei racconti polizieschi di Palacio – Un uomo ucciso a calci e Signora! – sono la versione parodistica e delirante di ciò che ci si aspetterebbe da un poliziesco. In tutti questi sensi, il poliziesco sembra particolarmente adatto alla funzione della narrazione: la ricerca delle prove, le indagini e la risoluzione del mistero contribuiscono a creare una dimensione realistica, razionale e empirica. Mentre le vittime, i modi di uccisione e i moventi inseriti nella trama portano il lettore a percepire la realtà descritta come assurda e grottesca. Palacio gestisce i racconti attraverso un narratore che pare stia spiegando l’evento a degli interlocutori silenziosi – a volte sembrano dei commensali, altre volte degli sconosciuti – come se il detective stesso non fosse più parte della narrazione in sé ma la guardasse dall’alto. Continua a leggere

La distopia prima della distopia: origini di un genere piuttosto in voga

Ormai le distopie sono ovunque, la letteratura ne è così satura che molti autori di romanzi inerenti al genere attribuiscono alle proprie opere tutt’altra definizione, quasi che l’etichetta di distopia fosse ormai denigrante. Ad esempio, in una recente intervista per illibrario.it, è stato chiesto ad Alessandro Bertante perché definisse utopia il suo ultimo romanzo ambientato in un futuro tutt’altro che positivo, e lui ha risposto, tra le altre cose: “perché l’immaginario distopico è oramai prevedibile e troppo abusato”[1]

In effetti Bertante non ha torto. Anche chi non è solito leggere questo genere sarebbe in grado, senza pensarci troppo, di citare subito il nome di qualche opera letteraria tra quelle pubblicate negli ultimi anni così come tra i grandi classici alla 1984, Fahrenheit 451, Arancia Meccanica, Il mondo nuovo, ecc. Con altrettanta facilità potrebbe citare film, serie-tv, graphic novel, che al pari del romanzo e del racconto sono stati penetrati dalla corrente distopica. Quel che invece è meno risaputo è quale sia l’origine del genere. Continua a leggere

Le poesie in dialetto di Zanzotto in un unico volume

In nessuna lingua in nessun luogo, Andrea Zanzotto
(2019, Quodlibet)

zanzTorniamo a parlare della collana Ardilut curata da Agamben per Quodlibet. Questa è la volta dell’antologia di Zanzotto, In nessuna lingua in nessun luogo, Le poesie in dialetto 1938-2009, Quodlibet, 2019.

Poco c’è da recensire della poesia di Zanzotto, uno dei maggiori poeti del novecento, e tale che la sua eco radioattiva, direbbe Pound, stordisce i nostri contatori Geiger culturali tutt’ora. Già altri hanno trattato in maniera sicuramente più esaustiva della mia i lavori del poeta veneto. A livello critico ricorderei i poeti Villalta e Dal Bianco, curatore quest’ultimo dell’edizione Quodlibet e, invece, entrambi già curatori del Meridiano Mondadori. Dove noi possiamo mettere l’accento e focalizzarci è, quindi, sull’edizione in sé. Continua a leggere

Silvio D’Arzo e ‘Casa d’altri’, ovvero “il miglior racconto italiano”

Cos’è Casa d’altri? «Un racconto perfetto» stando all’opinione illustre di Eugenio Montale. Oppure «Il miglior racconto del Novecento italiano» come s’è espressa buona parte della critica. O più umilmente si potrebbe rispondere: «Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo» citando le parole che il protagonista esprime sul finale.
Spostandoci a un livello più alto d’astrazione, possiamo definire Casa d’altri il capolavoro di Silvio D’Arzo, oltre che, come definito da qualcuno, il punto di arrivo del suo intero percorso artistico: l’opera a cui aveva dedicato le energie migliori di una breve, travagliata vita, conclusasi per una malattia il 30 gennaio 1952, sette giorni prima che D’Arzo compisse trentadue anni, e pochi mesi prima che la versione definitiva di Casa d’altri venisse finalmente pubblicata. 
Continua a leggere