Filosofia del poliziesco in America Latina: i racconti di Pablo Palacio

 

«Bisognerebbe dire che tutta la letteratura è fantastica»  [1]

I protagonisti dei racconti polizieschi di Palacio – Un uomo ucciso a calci e Signora! – sono la versione parodistica e delirante di ciò che ci si aspetterebbe da un poliziesco. In tutti questi sensi, il poliziesco sembra particolarmente adatto alla funzione della narrazione: la ricerca delle prove, le indagini e la risoluzione del mistero contribuiscono a creare una dimensione realistica, razionale e empirica. Mentre le vittime, i modi di uccisione e i moventi inseriti nella trama portano il lettore a percepire la realtà descritta come assurda e grottesca. Palacio gestisce i racconti attraverso un narratore che pare stia spiegando l’evento a degli interlocutori silenziosi – a volte sembrano dei commensali, altre volte degli sconosciuti – come se il detective stesso non fosse più parte della narrazione in sé ma la guardasse dall’alto. Continua a leggere

La distopia prima della distopia: origini di un genere piuttosto in voga

Ormai le distopie sono ovunque, la letteratura ne è così satura che molti autori di romanzi inerenti al genere attribuiscono alle proprie opere tutt’altra definizione, quasi che l’etichetta di distopia fosse ormai denigrante. Ad esempio, in una recente intervista per illibrario.it, è stato chiesto ad Alessandro Bertante perché definisse utopia il suo ultimo romanzo ambientato in un futuro tutt’altro che positivo, e lui ha risposto, tra le altre cose: “perché l’immaginario distopico è oramai prevedibile e troppo abusato”[1]

In effetti Bertante non ha torto. Anche chi non è solito leggere questo genere sarebbe in grado, senza pensarci troppo, di citare subito il nome di qualche opera letteraria tra quelle pubblicate negli ultimi anni così come tra i grandi classici alla 1984, Fahrenheit 451, Arancia Meccanica, Il mondo nuovo, ecc. Con altrettanta facilità potrebbe citare film, serie-tv, graphic novel, che al pari del romanzo e del racconto sono stati penetrati dalla corrente distopica. Quel che invece è meno risaputo è quale sia l’origine del genere. Continua a leggere

Le poesie in dialetto di Zanzotto in un unico volume

In nessuna lingua in nessun luogo, Andrea Zanzotto
(2019, Quodlibet)

zanzTorniamo a parlare della collana Ardilut curata da Agamben per Quodlibet. Questa è la volta dell’antologia di Zanzotto, In nessuna lingua in nessun luogo, Le poesie in dialetto 1938-2009, Quodlibet, 2019.

Poco c’è da recensire della poesia di Zanzotto, uno dei maggiori poeti del novecento, e tale che la sua eco radioattiva, direbbe Pound, stordisce i nostri contatori Geiger culturali tutt’ora. Già altri hanno trattato in maniera sicuramente più esaustiva della mia i lavori del poeta veneto. A livello critico ricorderei i poeti Villalta e Dal Bianco, curatore quest’ultimo dell’edizione Quodlibet e, invece, entrambi già curatori del Meridiano Mondadori. Dove noi possiamo mettere l’accento e focalizzarci è, quindi, sull’edizione in sé.

Questo libro è una raccolta post mortem di poesie dialettali dell’autore – di origine veneta, Pieve di Soligo precisamente – riprese in ordine cronologico dai vari libri precedenti come Filò, Il Galateo in Bosco, Idioma, Meteo, Sovrimpressioni, Conglomerati.

Ogni antologia è un atto di violenza. Bene è ricordarlo. Dico questo perché l’estrapolazione di un testo, che sia per mano dell’autore stesso o di un curatore di collana, mina il rapporto con-testuale che il testo estrapolato deteneva all’interno di un microcosmo, cioè la raccolta stessa. Si sovverte il kosmos, l’ordo, un ordine che è misura, ordine che è stato anche metro di traduzione del mondo da parte del poeta. Operando così la catena idrocarburica costituita dai vari lavori testuali salta, non c’è più la risonanza della raccolta in quanto corpo vivo a causa della decontestualizzazione. Se Zanzotto ha utilizzato il dialetto in un dato momento della raccolta è perché era funzionale e congeniale in quel dato momento ed in quel luogo esatto della raccolta.

Venendo meno il luogo, cioè la raccolta di origine su cui viene fatta violenza, il logos erchomenos, letteralmente «lingua che viene», non può più sovvenire, perché non sarebbe solo apolide, ma non avrebbe più un’origine a conferirgli l’identità. Come dire che il dialetto che Zanzotto usa viene privato della sua condizione di inconscio della lingua L1 stessa e perde il suo tratto originario di oralità. La funzionalità intrinseca dell’utilizzo del dialetto, insomma, scomparirebbe come quella poetica quando viene adoperata una decontestualizzazione antologica.

Questa edizione, per quanto curata, più che filologica, è prettamente, si è tentati di dire, di stampo filosofico, per le ragioni stesse dell’operazione che ha portato alla costituzione del libro, cioè salvaguardare e riproporre il solo tema dialettale di Zanzotto, facendo uno sparagmòs a livello testuale delle varie liriche, e una successiva compositio membrorum di questi frammenti. L’autore del libro, così, non sarebbe più Andrea Zanzotto – che ricordiamo scomparso, e, pertanto, l’edizione di cui stiamo parlando è post-mortem con le relative conseguenze di una mancata supervisione da parte dell’autore; dovrebbe invece stare in copertina, grande e non a pie’ di pagina, il nome di Giorgio Agamben.

In nessuna lingua in nessun luogo è meglio vederlo come un prontuario da sfogliare, non privo di sorprese. Come ad esempio gli inediti Appunti e abbozzi per un’ecloga in dialetto sulla fine del dialetto (1969-1971). La supervisione ortografica, poi, è toccata a Luciano Cecchinel, altro importante poeta dialettale italiano. Quindi, sebbene le scelte discutibili che hanno portato all’edizione che abbiamo trattato sopra, in questo libro vengono convogliate le forze delle maggiori voci italiane in materia.

Michele Joshua Maggini

Silvio D’Arzo e ‘Casa d’altri’, ovvero “il miglior racconto italiano”

Cos’è Casa d’altri? «Un racconto perfetto» stando all’opinione illustre di Eugenio Montale. Oppure «Il miglior racconto del Novecento italiano» come s’è espressa buona parte della critica. O più umilmente si potrebbe rispondere: «Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo» citando le parole che il protagonista esprime sul finale.
Spostandoci a un livello più alto d’astrazione, possiamo definire Casa d’altri il capolavoro di Silvio D’Arzo, oltre che, come definito da qualcuno, il punto di arrivo del suo intero percorso artistico: l’opera a cui aveva dedicato le energie migliori di una breve, travagliata vita, conclusasi per una malattia il 30 gennaio 1952, sette giorni prima che D’Arzo compisse trentadue anni, e pochi mesi prima che la versione definitiva di Casa d’altri venisse finalmente pubblicata. 
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L’abito come habitus e la fluidità di genere in “Orlando”, di Virginia Woolf

«Moda: Io sono la Moda, tua sorella.
Morte: Mia sorella?
Moda: Sì, non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?»
(Dialogo della Morte e della Moda, in Operette Morali, 1827, Giacomo Leopardi)

Virginia Woolf ha sempre intrattenuto un rapporto molto ambiguo con Orlando: nonostante lo considerasse un divertissement scritto in regime di spensieratezza vacanziera (lo definiva infatti il frutto di una writer’s holiday), era un romanzo a cui teneva molto, sia perché lo dedicò a Vita Sackville-West – sua cara amica e amante – sia perché fu il primo testo che il pubblico inglese accolse con vivo calore. A distanza di quasi un secolo, Orlando continua a fornire interessanti spunti di riflessione, più che mai attuali.

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“Lo Smeraldo”: il futuro distopico di Mario Soldati

Lo smeraldo, Mario Soldati
(Prima edizione: Mondadori – 1974)

phpThumb_generated_thumbnailPersonalmente, da lettore, mi piace spesso andare alla ricerca di alcune opere remote, insolite, singolari e di cui si è persa traccia. Molti sono i grandi autori del nostro ‘900 che contano titoli con queste caratteristiche nella loro vasta produzione. Tra costoro c’è Mario Soldati, che fu in grado di essere un eccellente scrittore tanto quanto uno stimato regista (ha partecipato anche alla regia di Ben-Hur, colossal del ’59 vincitore di 11 Premi Oscar). Nella sua produzione c’è un’opera atipica, Lo Smeraldo: un romanzo visionario, onirico, surreale, distopico e post-apocalittico insieme; che indaga l’angoscia e l’incertezza per un futuro che appare di distruzione e desolazione (già nel 1974 come ancora oggi) attraverso una cornice affascinante di scienze occulte e divinazioni. Continua a leggere

Intellettuali, masse e poteri. A partire da Elias Canetti

Un volumetto del critico letterario e scrittore Alberto Asor Rosa, edito da Einaudi, tra le cui pagine sono raccolti alcuni articoli sulla situazione italiana dalla rivoluzione sessantottina all’esaurirsi degli anni Settanta, esibisce in copertina il titolo Le due società. I contributi hanno per argomento l’ascesa di applicazioni prima d’allora inedite della lotta di classe, le quali sembravano dissolvere e soprapporsi a dialettiche più che ancestrali. Eppure, ovunque due voci si incontrano, in dialogo pacifico o in asperità linguistica, lo spettro della dialettica sopravvive almeno nella figura dell’arbitro. Sia d’esempio l’avvenimento di Torre Maura.

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Governare la storia. “Max Fox” di Sergio Luzzatto e “L’archivio del mondo” di Maria Pia Donato

 

Max Fox. O le relazioni pericolose, Sergio Luzzatto
(Einaudi, 2019)
L’archivio del mondo. Quando Napoleone confiscò la storia, Maria Pia Donato
(Laterza, 2019)


Il modo in cui ordiniamo il mondo tradisce ciò che siamo: un tentativo di compendio alla corrente archeologica che ha investito l’indagine filosofica del secondo Novecento. Abbandonate le spoglie di un pensiero capace di sopportare con la sola forza del proprio essere-nel-mondo (Heidegger) o della propria coscienza (Sartre e l’esistenzialismo francese) tutto il carico d’angoscia cui il fatto dell’esistenza costringe, il campo di produzione del sapere subisce un declivio dalle cittadelle interiori agli spazi tra le cui mura gli individui sono ridotti al silenzio dalle insegne all’ingresso: “si prega di non disturbare”. Esercizi di potere delle biblioteche. Distese di volumi si ergono verso l’alto, tutto quanto gli uomini sono stati capaci di sistemare si può ritrovarlo tra qualche pagina, scorrendo il dito sull’indice di un documento.

 

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