Il mestiere di insegnare (e apprendere) come si scrive

La letteratura mondiale esonda di opere che hanno in sé un intento divulgativo: per citarne una, penso a Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli. Avrei potuto citare anche Odifreddi, ma credo che il suo nome evochi tutto tranne la divulgazione scientifica. Persino mio padre, fisico di professione e iper-critico per vocazione, non disprezza Rovelli (mentre non nutre alcuna stima per Odifreddi, il che mi ha sempre dato qualche indizio in più su quale dei due facesse vera divulgazione e chi no). Primo Levi scriveva: «chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicoltura».[1] Continua a leggere

Elogio involontario di Milan Kundera

Ovvero: credevo fosse una recensione, invece era un panegirico.
Elogio imprevisto, a partire da una riflessione sulla raccolta Amori Ridicoli, della quale avrei dovuto fare una semplice recensione, ma così non è stato.

Amori Ridicoli di Milan Kundera è stato l’ultimo libro che ho letto nel 2017. Una raccolta di racconti che ha rappresentato l’esordio di uno degli scrittori più importanti del ‘900 e che stimo tra i miei autori preferiti.

Era da un po’ che non leggevo Kundera, forse un paio d’anni, prima dei quali avevo divorato sette suoi libri (cinque romanzi, un saggio e un testo teatrale), ma con la consapevolezza di aver fatto l’errore di non averli letti nell’ordine in cui sono stati scritti. Se in riferimento ad alcuni autori tale premura può rappresentare agli occhi di alcuni una pignoleria, ciò non vale per l’autore boemo. La ragione è insita nella particolare storia biografica di quest’uomo, che separa la sua produzione in due periodi: l’uno praghese e l’altro parigino, tant’è che alcune opere sono state scritte in ceco e altre in francese. (C’è anche una seconda ragione, ma del tutto personale, ovvero voler conoscere abbastanza bene quest’autore da avere coscienza della sua parabola artistica in senso cronologico). Continua a leggere

Autocritica di una accumulatrice di libri

Fra le molte novità della mia nuova vita in una grande città c’è la vicinanza con una enorme biblioteca in cui posso procurarmi praticamente qualsiasi libro mi passi per la testa.

Sono per natura una lettrice polifonica e raramente sul mio comodino ci sono meno di due libri, quindi si può ben immaginare quale nefasto effetto abbia avuto questa improvvisa ricchezza di possibilità sul peso che la mia nuova, piccola libreria è costretta a sopportare.

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Perché la scelta di Ishiguro mostra tutti i limiti del Nobel

Ieri avevo ventilato l’ipotesi che finalmente potesse vincere l’Italia, con Magris. Ci speravo, un po’ ci credevo, ma al tempo stesso sapevo che non sarebbe stato facile. Ma non è per questo che la scelta dell’inglese Ishiguro mi ha deluso. Se i tanti, che hanno letto Non lasciarmi o Quel che resta del giorno, stanno esultando per la sua vittoria, io resto perplesso, perché laureare Nobel Kazuo Ishiguro è l’ennesima prova dei limiti evidentissimi di una istituzione culturale quale quella del Nobel.

Non voglio passare per il solito criticone a cui non va bene mai alcun vincitore. Provo a spiegare perché, a mio parere, il Nobel alla letteratura stia perdendo sempre più credibilità, ingolfato da una serie di limiti di cui non riesce a liberarsi, malgrado ogni tentativo. Continua a leggere

Cosa c’entrano Fantozzi e Villaggio con la cultura e la letteratura?

Il mondo culturale e letterario italiano non può sentirsi esente dal lutto per la scomparsa di Paolo Villaggio. Non si trattava solo di un comico, di un attore, relegato a quella che molti continuano a credere comicità demenziale o di basso livello. In quanti sanno che Paolo Villaggio ha scritto qualcosa come 30 libri circa? Sì, si dirà che pubblicare libri non rende necessariamente scrittori, è vero. Ed è vero che Villaggio sarà in primis comunque un attore, che in tanti, a ragione, definiscono una delle ultime maschere della commedia dell’arte.
Ma la verità è che il Villaggio creatore di Fantozzi (non dimentichiamo che ha svolto ruoli anche drammatici in film d’autore, come in Il segreto del bosco vecchio, film di Ermanno Olmi basato sull’omonima opera di Buzzati, o La voce della luna di Fellini, che gli valsero il David di Donatello e il Nastro d’Argento) è stato un umorista post-litteram che – sebbene il paragone possa sembrare azzardato – può essere inteso come un allievo della tradizione satirico-grottesca di Gogol’ o ancor meglio di Jaroslav Hašek.
Fantozzi non è altro che il buon soldato Sc’vèik della società italiana del secondo Novecento. Continua a leggere