Nero celeste è il nuovo romanzo di Enrico Sibilla, uscito per Polidoro. È un romanzo ambientato in scenari futuri e apocalittici, con linee temporali che si alternano nel corso del romanzo: la prima narra uno scontro alla fine del mondo tra il Bene e il Male, il Pontefice e l’incarnazione di tutti gli Adolf Hitler; la seconda racconta gli sviluppi dell’umanità in un futuro remoto, in un mondo al collasso, concentrandosi su una storia famigliare, quella del pilota aerospaziale H. F. Pflanzenwelt, di sua moglie Elide, e della loro figlia Abeba, in grado di sopravvivere solo perché fatta respirare e nutrita artificialmente, impossibilitata a rapportarsi con il mondo circostante. Ma la trama non è la componente primaria di Nero celeste, che è un romanzo in cui la lingua – partendo da assunti tipici del postmoderno americano – svolge il ruolo principale. Nero celeste ha una lingua densa, ben ponderata, che si muove con un andamento biblico e profetico, è un romanzo in cui l’esattezza lessicale è una questione non solo di forma ma anche di sostanza.
Nell’intervista che ho condotto con l’autore si parla di scrittura e di postmodernismo, di Bene e Male, di teologia e tecnologia, in una circolarità che porta dalla materia alla coscienza e poi di nuovo alla materia.
In Nero celeste un’idea che ritorna più volte è quella di essere guardati, essere visti.
Essere guardati è importante, essere visti è tutto. Dopo il mio secondo romanzo avevo praticamente smesso di scrivere: ero certo di aver consumato l’esperienza della scrittura. Poi un giorno mi ha cercato Orazio Labbate, che aveva avuto l’incarico di dirigere la nuova collana Interzona di Polidoro. Orazio aveva recensito su La Lettura il mio secondo libro, Aurora Liminalis, e voleva un mio testo. Lì si è come accesa una luce, mi sono sentito improvvisamente riconosciuto, e di questo gli sarò sempre riconoscente. Ecco, quello sguardo io ho deciso che sarebbe assolutamente entrato nel libro.
Come ti approcci in generale alla scrittura e alla pubblicazione?
Qualunque autore si augura che un proprio testo venga letto e apprezzato. Spera di essere visto, appunto. Ma è la scrittura il vero cuore dell’esperienza tutta, che nel mio caso è pacificamente furibonda e molto diluita nel tempo. Per Nero celeste è capitato che per settimane non toccassi la tastiera, per poi magari finalmente sì scrivere, ma solo cinque o sei righe. A me piace stare tanto sul paragrafo, non procedo per stesure, scrivo il libro e quello è. Finché non sono pienamente convinto della frase non proseguo oltre e questo rallenta moltissimo la lavorazione. Questo approccio è molto frustrante, però ha anche un pregio: ogni inizio di paragrafo, ogni inizio di frase lo affronto come un incipit e questo può aiutare a dare forza alla lingua.
Questa è una cosa che si nota, ha quasi un andamento biblico, sembra sempre molto profetico.
Nel mio esordio del 2016, Il libro dei bambini soli, avevo intuito che l’unico modo per trasmettere il senso di microscopica solitudine infantile e di lontananza dal mondo degli adulti fosse di usare una lingua talmente ritmata e cadenzata da diventare ossessiva, claustrofobica; per questo motivo, tutto il libro, benché nascosto da una apparente prosa, era in realtà scritto in novenari. Quello è il tipo di approccio alla scrittura che mi assomiglia di più; ho un ritmo sempre in testa e lo applico in modo direi obbligato a ogni frase. Nel mio secondo romanzo, Aurora Liminalis, avevo cercato di scardinare questo ritmo usando una lingua in certi casi più piana, ma con Nero celeste spero di aver trovato una sintesi tra i due approcci, una versione matura dell’esperimento fatto con Il libro dei bambini soli. Per quanto riguarda il linguaggio biblico, risponde proprio a una mia esigenza riguardo al modo in cui deve suonare la frase. Inoltre, il romanzo tocca dei temi che mi hanno permesso di usare una lingua spesso altisonante, capace di allontanarmi dal modo in cui parlo normalmente. È una cosa che ho capito subito con l’incipit, che è la prima frase che ho scritto e che è rimasto così, immutato da quel primo giorno.
Ma quindi da dove parte Nero celeste, sia come idea sia come scrittura?
Avevo innanzi tutto in testa questa immagine del liquido “più nero del nero”… Il mio nero celeste si ispira ovviamente al Vantablack di Anish Kapoor, il pigmento ultra-tecnologico capace di assorbire quasi completamente la luce e produrre una sorta di spazio negativo. Parallelamente, mi affascinava l’idea di un pontefice atipico, deforme e roso dal dubbio, costretto a immergersi in quel liquido per essere testimone passivo delle visioni della Storia passata e futura e, forse, ritrovarvi anche Dio. Poi nella mia vita è avvenuto un fatto molto drammatico, il suicidio di una persona cara, e quell’evento ha abbracciato tutto, fino a prendersi il cuore del libro, che è cresciuto fino a trasformarsi nell’allegoria volontaria di quel gesto. Infatti questo libro ha tre livelli di lettura. Il primo è quello, per così dire, “alto” in cui si affrontano temi teologici, il mistero del Male e l’idea dell’Intelligenza Artificiale come “ritorno della coscienza alla coscienza”, sul solco delle teorie di Robert Lanza, Michael Talbot e Stanislav Grof; poi c’è un livello di lettura intermedio, quello legato alla storia vera e propria, un elemento abbastanza sorprendente per me, che non sono amante dei libri “di trama”; infine, c’è il terzo piano di lettura, quello più profondo e germinale del romanzo, un livello accessibile solo alle persone più strettamente legate alla persona che si è tolta la vita. In questo caso il libro è una gigantesca mappa nascosta di riferimenti personali e di piccola comunità, che non vanno a toccare gli altri due livelli.
Nonostante l’ultimo livello rimanga privato, il suicidio è un tema importante all’interno del libro, anche come riflessione su cosa resta nel mondo dopo che il gesto è stato compiuto.
Al netto del dolore e dell’amore, in chi resta si sviluppa sempre un giudizio, mitigato o ingigantito dalle idee e dalle posizioni personali rispetto alla fede, alla morte, alla responsabilità. Il suicidio è un gesto che fissa un punto, un segno che stabilisce che una cosa incorreggibile è accaduta e ci dice chi siamo rispetto a essa. Spesso il suicidio è un vero e proprio ordine che il suicida impartisce a chi rimane, una decisione che i sopravvissuti possono solamente accettare. Ma la parola giusta è: subire. Ecco, io ho deciso di non accettarla quella decisione, di non permettere che cambiasse radicalmente la mia vita, e ho usato gli strumenti a mia disposizione per oppormi. Se ho immaginato questa enorme sovrastruttura narrativa, dove ovviamente di suicidio si parla ma in cui il suicidio è solo uno tra tanti elementi, è stato per riassumere il controllo su quel gesto, su quella decisione subìta che alimentava una rabbia che è stata il motore della reazione che questo romanzo rappresenta. Ora quella rabbia è evaporata.
E l’intenzione di opporsi al suicidio, all’evento, nel libro avviene, perché poi causa un processo di rinascita.
Sì, chi rimane contiene il seme del nuovo mondo.
C’è un’idea di circolarità nel libro, tra anima, materia e macchina. La bambina, Abeba, anche assolve a un’altra funzione di circolarità, che unisce i tre momenti del libro.
Ho voluto complicare le cose. Per questo la linea temporale che riguarda il Pontefice e “colui che è tutti gli Hitler” si svolge in un futuro lontanissimo, sul quale però fornisco pochissimi indizi. Siamo alla fine dei tempi, ma ci sono ancora tanti oggetti del nostro passato analogico. Mentre la vicenda di ambientazione più chiaramente fantascientifica, quella del pilota aerospaziale e della sua famiglia, avviene molto prima, anche se così non sembra a giudicare dalle ambientazioni. La mia intenzione era di creare indefinitezza, ambiguità non solo morale, ma anche temporale.
Ritornando alla linea narrativa del Pontefice che fronteggia Hitler, se il secondo è rappresentazione del Male assoluto, il Papa non rappresenta il Bene assoluto, lo scontro non è tra estremi assoluti.
Esatto, questo è certamente un libro sull’ambiguità, in cui cerco di far emergere la mia convinzione che non esista un Bene “assoluto” e che il Male sia sempre e solo intrinsecamente umano. Per farlo mi servo anche di dettagli apparentemente di cronaca minima, come la contrapposizione tra il noto vegetarianismo di Hitler e un pontefice felicemente, ossessivamente carnivoro.
E il Papa mette in discussione continuamente l’esistenza di Dio, sostiene che è l’uomo a creare Dio.
È vero che questo è un libro incentrato su un pontefice cattolico, che sembra esserne il personaggio principale. Ma io credo che in Nero celeste ci sia un unico grande personaggio, che si emana in varie personificazioni, tra cui appunto il Pontefice. Vedi, io ho un retaggio di cattolico attivo; sono stato un credente serio fino a quando, a un certo punto e improvvisamente, non lo sono stato più. Ho semplicemente perso la fede. E tuttavia se mi chiedi se credo in “un Dio” io davvero non so cosa risponderti. Se leggo il libro tibetano dei morti, i testi buddisti, il Vangelo o anche i testi del cosiddetto “rinascimento psichedelico”, a me sembra che sin dall’inizio della civiltà stiamo dando nomi diversi alla stessa cosa; una coscienza che precede e fa la materia, un Tutto che è Uno. Questo per me è Dio. Se è così, allora anche noi siamo Dio. Anche per questo nel libro, per un paradosso che paradosso non è, tutte le parole legate alla divinità, come “Dio”, “Cristo” o “Spirito santo” hanno l’iniziale maiuscola solo quando ne parla Hitler. Quei termini, quei concetti, sono invece sempre minuscoli quando li menziona il Pontefice o il narratore esterno, quel “noi” che tutto sa, il coro che è l’umanità sterminata.
Poi dal punto di vista della lingua, l’unica vera dimestichezza linguistica che ho è quella con la liturgia cattolica, verso la quale provo un moto dubbioso e oppositivo ma da cui però traggo anche uno strano calore, perché appunto è la cultura in cui sono cresciuto. Non vado a messa da decenni, non sono più cattolico, però quel mondo lì, liberato dalle brutture evidenti e dal facile pettegolezzo, è un mondo per me molto familiare. Per questo mi è stato relativamente facile scrivere il “cantico” sulla costruzione del muro carnale che c’è in Nero celeste. Usando quel linguaggio liturgico sapevo che forse non sarei inciampato.
È interessante che la scena del cantico finisca con Om Ah Uhm
Anche lì ho voluto mescolare un po’ i piani, ho voluto dire: trascendiamo dalle specifiche religioni e tocchiamo quel livello che è comune a tutte. Che è della coscienza, o anima, che continua a fluire. Scrivere libri mi permette di ragionare sulle cose. Non uso mai la scrittura in senso autocurativo, ma per chiarire le idee a me stesso, affacciandomi sulle mie ossessioni, sui miei desideri, sui miei dubbi. Poi, certo, ho la fortuna che queste cose vengano anche pubblicate, ma oggi pubblicare non è in fondo così difficile. Come provocazione potrei dirti che sarei pronto a non pubblicare più se servisse a fare un po’ di pulizia, a lasciare spazio a più libri di qualità. Senza perdersi nella solita sterile tirata sull’editoria, è però un fatto acclarato che oggi escano troppi libri. Non c’è il tempo umano e industriale per leggerli, recensirli, curarli tutti, per lasciarli sugli scaffali delle librerie affinché inizino a respirare.
E si perde tanto tempo a leggere libri che non si vorrebbero leggere
Sempre come provocazione, sono pronto a sacrificarmi se ciò può far sì che escano solo libri di Antonio Moresco, Michele Neri o Walter Siti. Siti, in particolare, ha questa capacità di gettare un filo a piombo direttamente dal cielo, con un movimento dello sguardo che pare casuale e non lo è, basato su una lingua strepitosa e incredibilmente flessibile e calda. Ma a me piace molto anche Giorgio Falco per il motivo opposto, e cioè una lingua pulitissima e fredda.
Sì, quello di Falco è un linguaggio distaccato, piatto, che vuole restituire un’idea di mondo piatto. Per me il vostro uso della lingua è molto diverso, dal punto di vista della tua scrittura ci vedo molto di più l’idea postmoderna, l’attenzione all’uso delle parole e di divertirsi con esse, che rimanda a DeLillo. Da una parte c’è fiducia nelle parole che cambiano il mondo: Hitler cerca «l’ultima parola pronunciata che segna l’inizio del nuovo mondo» ; e poi c’è la scena dello scambio di ostaggi, dove c’è l’esattezza della lingua e l’idea divertirsi con la lingua; un altro episodio è quello del terremoto di Palermo, dove si parla di un vuoto «colmo di mare e morti».
Fai riferimento a DeLillo e infatti Hitler a un certo punto cita proprio l’incipit del suo Zero K: Tutti vogliono possedere la fine del mondo. Tuttavia la verità è che, se potessi, io scriverei poesie. Ma poiché la poesia è una cosa molto seria, io cerco solo di avvicinarmi, e solo come posso, a quella lingua superiore, ad esempio servendomi delle allitterazioni, degli spostamenti degli aggettivi in posizioni volutamente ambigue. Mi piace che una frase abbia un flusso e un ritmo, ma amo anche piazzare concetti o parole che interrompano per un istante la lettura, che facciano incespicare il lettore.
La mia idea di letteratura si è formata proprio su autori come DeLillo e Foster Wallace, il ritrovare questa capacità di unire temi importanti al gioco di parole è un grande merito. C’è una ricerca simile in Griffi, che però guarda più a Bolaño, ne Le ferrovie del Messico. Ma tornando a DeLillo, rivedo delle somiglianze con la struttura narrativa di Underworld, l’alternarsi di momenti temporali molto distanti tra loro, e poi il deserto gli scarti e il senso della fine, e poi questa tensione tra ricerca linguistica e la trama, che non è la cosa più importante, ma è anche necessaria
Sia come lettori che come autori io credo che si proceda sempre per “fasi”. Per quel che mi riguarda la trama può essere importante, ma solo se funzionale a una tesi. E se devo pensare all’ultimo libro che mi ha davvero entusiasmato, penso a un libro totalmente privo di trama e cioè Dead Astronauts di Jeff VanderMeer, un testo intraducibile di pura lingua poetico-fantascientifica, profondissimo.
Prima quando parlavi di coscienza, anima, un altro modo di definirla è “Altra Intelligenza”: quest’idea dell’AI ha più a che fare con la tecnologia o con la teologia?
Assolutamente con la teologia! Ho cercato un approccio che mi permettesse di evitare lo stereotipo della macchina che si fa “cattiva” e conquista il mondo. A me interessava tutt’altro, e cioè che la macchina si smarcasse dall’uomo e ne diventasse custode, una presenza protettiva, un’emanazione dei protagonisti a cui è associata. La figura di questa mia “Altra Intelligenza” – un gioco di parole con cui mi allontano esplicitamente dal principio dell’artificialità – è di fatto la coscienza, che prima ci vive parallela, quindi ci sostituisce e alla fine ci genera.
Se dovessi scegliere una parola da associare a questo romanzo sarebbe ossimoro: a partire dal titolo che è Nero celeste, che a prima vista sembra un accostamento basato sul contrasto, e poi compaiono moltissime contrapposizioni all’interno della narrazione
Più che gli opposti a me interessa la loro sintesi, e cioè la zona di mezzo che creano con la loro coesistenza, la soglia. Non a caso il pilota del romanzo vive i suoi due momenti più importanti lungo la linea dell’esosfera, la zona liminare dell’atmosfera in cui avviene anche il passaggio cromatico dall’azzurro del cielo terrestre al nero dello spazio siderale. Mi piace lavorare sull’ambiguità perché rivela e custodisce quel punto di mezzo in cui in fondo siamo tutti.
E il Pontefice nel suo voler o non voler fare da ponte è un punto di mezzo, dovrebbe essere la rappresentazione del bene assoluto ma non ci riesce perché si trova a metà
Infatti io non lo chiamo mai Papa ma sempre Pontefice, cioè “colui che fa da ponte”: il ponte è per definizione una struttura fragile e vulnerabile, di equilibrio tra due rive opposte, che siano fisiche o concettuali. È a un tempo mobile e immobile.
Già all’inizio sono quelle due pagine in cui parli del Male e di Hitler, dove si stabilisce che Hitler è l’incarnazione del Male, espressione autentica di umanità.
Sì, Hitler è una delle incarnazioni universali del Male e per me è stato naturale ed efficiente usarlo dal punto di vista simbolico-narrativo. Ma Hitler non è un personaggio, tantomeno storico: è un emblema. Certo, battezzo il Male col nome di Hitler, ma in verità potrebbe portare il mio nome, il tuo, quello di chiunque. Il punto è che ci risulta insopportabile interfacciarci con questa possibilità. Quando a un certo punto del romanzo Hitler mette la propria firma su un corpo che ha appena trucidato non scrive il suo nome ma Homo sapiens sapiens.
Questo libro inizia con una citazione in esergo di Paul Celan «Il mondo non c’è più / io debbo reggerti», che poi ritorna in un dialogo del pontefice.
L’idea di reggere, trattenere, restare sospesi a mezz’aria dopo la fine è al cuore di tutto il libro e quel verso di Celan lo riassume in modo commovente, anche alla luce del fatto che Celan, in modo analogo a Primo Levi, si è ucciso lanciandosi nel vuoto. Ma quel verso si ricollega anche a un’altra immagine e cioè la videoinstallazione The Reflecting Pool che Bill Viola ha realizzato alla fine degli anni Settanta. Il concetto dell’opera d’arte è tanto semplice quanto potente: c’è una piscina nella foresta, sul cui bordo una figura umana a un certo punto spicca un salto. La figura viene congelata con le ginocchia strette al petto e molto lentamente si dissolve, mentre tutto il resto dell’immagine continua a muoversi. Quella figura trattiene qualcosa, ma noi non sappiamo cosa. Infine, il concetto del reggere, del trattenere, è anche un richiamo esplicito al katechon, cioè quel “colui che trattiene” di cui parla Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi. Nel mio libro, anziché essere un potere che trattiene l’avanzata dell’Anticristo, che di fatto è già arrivato, il katechon è un piccola figura che conserva l’umanità tra le braccia giunte per restituirla a un tempo oltre la fine di questo tempo.
Ultima domanda: perché, come immagine finale, scegli proprio lo scorpione?
Nel 2022 la rivista Scientific Reports ha pubblicato l’immagine di quella che oggi si ritiene essere stata la prima creatura a emergere dall’acqua 47 milioni di anni fa. Non si è trattato di un anfibio, come si è a lungo creduto, ma del Parioscorpio venator, un aracnide molto simile al nostro attuale scorpione. Questa evidenza scientifica è stata la perfetta chiusura del mio cerchio narrativo, perché mi ha permesso di usare la nota parabola della rana e dello scorpione in modo strumentale alle tesi antropocentriche del Male che sono alla base di Nero celeste.
Enrico Bormida
Immagine in copertina: Nasa, STS-41 Ulysses deployment, 6/10/1990.
