Aragoste e altra umanità: la versione di David Foster Wallace

Considera l’aragosta, David Foster Wallace
(Einaudi, 2006)

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Sono incappato in David Foster Wallace senza alcun particolare motivo: certi pesci vengono attirati dalla luce, e finiscono in bocca al predatore. Considera l’aragosta (Einaudi, 2006) si presentava come un libro tutto sommato innocuo e strafottente al punto giusto da attirare l’attenzione: ho fatto la fine del pesce.

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La pista di ghiaccio, il terreno scivoloso del noir in Bolaño

La pista di ghiaccio, Roberto Bolaño
(Adelphi, 2019)

lapistadighiaccioLa pista di ghiaccio è l’ultimo romanzo di Bolaño pubblicato in Italia. Inizialmente per Sellerio, adesso per Adelphi.
Ogni volta che leggo un’opera di Roberto Bolaño ho la sensazione che – per capirlo davvero – ci si dovrebbe leggere tutte i romanzi, senza ordine, poi riprenderli tutti e cercare di carpirne i legami, le quantità di richiami e riferimenti reciproci. Come si dovrebbe fare per Cervantes, forse. In ogni caso, Bolaño ha la capacità di scrivere sempre le stesse cose – come tutti gli scrittori – in mille modi differenti, e tutti splendidamente orchestrati (e orchestrali, corali). Continua a leggere

Storie invernali di lupi e vite sfiorate in una Berlino contemporanea

In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo, Roland Schimmelpfennig
(Fazi, 2019 – trad. Stefano Jorio)

in-un-chiaro-gelido-mattino-di-gennaio-allinizio-del-ventunesimo-secolo-672x1024In uscita oggi per Fazi, In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo si rivela all’altezza del suo titolo affascinante. Il romanzo segue le vicende di una pletora di personaggi diversi, fra i quali sono resi riconoscibili fin dall’inizio gli attori principali. Fra loro si aggira un lupo. Un lupo sfuggente, solitario, che appare e scompare qua e là senza mai lasciarsi guardare troppo a lungo, né tantomeno catturare; sebbene non manchino propositi umani di riuscire in questa impresa. Continua a leggere

“I fucili”, la Storia, l’uomo: l’Artico postmoderno di William T. Vollmann

I fucili, William T. Vollmann
(Minimum Fax, 2018 – trad. Cristiana Mennella)

imageNon avevo mai letto William T. Vollmann; a dir la verità, non ne avevo mai sentito parlare. Non sapevo del suo periodare magistralmente fluido e complesso, nè della sua tecnica pittorica audace, a tratti violenta, capace di esprimere le sfumature del reale in maniera densa e sognata, come un quadro di Cézanne che venga lasciato liquefare al sole. Allo stesso modo non mi era giunta voce di quello che è stato e rimane il suo progetto più ambizioso: il ciclo dei Sette Sogni (Seven Dreams), altrettanti romanzi-mondo dedicati ad esplorare le tappe della colonizzazione del continente nordamericano. Stando così le cose, sarebbe sciocco nascondere che I Fucili, che nella serie rappresenta cronologicamente il sesto sogno, ha avuto su di me, almeno inizialmente, un impatto devastante. Il me che si aspettava “solo” un romanzo storico ben scritto (forse di uno di quei romanzi con la Storia di cui vi abbiamo parlato due giorni fa) ha dovuto fare i conti con quattrocento pagine di racconto che l’autore ha stracciato e ridotto in frammenti; pagine ricche di poesia, di potenti moti dell’animo, di ghiaccio e di simboli e di luce.

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Tutte le sfaccettature della parola “Perdono”

Qualcosa che s’impara – Gian Luca Favetto
(NN Editore, 2018) 

 

qualcosa che s'imparaTutto comincia da una parola: perdono. D’altro canto, il progetto CroceVia della NNE prende le mosse proprio dalla selezione di una serie di termini ereditati dalla tradizione cristiana che abbiano una certa rilevanza anche nel linguaggio quotidiano, ciascuno dei quali viene poi interpretato, sviscerato e rivoluzionato dalla sensibilità di un diverso scrittore nostrano. Laura Pariani in Di ferro e d’acciaio ha parlato di Passione, Andrea Tarabbia ha affrontato il tema della Croce e ora Gian Luca Favetto si dedica al Perdono. Continua a leggere

“La lingua del diavolo” vocifera di vinti e vulcani

La lingua del diavolo, Andrea Ferraris
(Oblomov Edizioni – La Nave di Teseo, 2018)

U mari è amaro

pop-la-lingua-del-diavoloSciacca, 1831. Salvatore (Turi) e Vincenzo (Vicè) Cavalca sono due fratelli, orfani e poveri, che abitano in riva al mare, poco lontano dal paese. Fanno i pescatori, ma, dato che le reti sono vuote da ormai una settimana, per tirare avanti lavorano la terra di Don Paolo, un ricco possidente (in origine nullatenente). Questa è la vita dei fratelli Cavalca, che sono poveri e pare che poveri debbano restare, tanto il destino è loro avverso. Tuttavia, un avvenimento inaspettato sconvolge la vita dell’intera popolazione di Sciacca (e non solo), cambiando la veste di questo racconto: un giorno di fine giugno il mare esplode, e fumo e pinnacoli di fuoco si sollevano dall’acqua. È un vulcano in eruzione, ma la gente non lo sa e si scatena il panico. Secondo qualcuno è una balena, secondo altri un mostro marino, mentre il parroco è convinto che quelle fiamme siano “la lingua del diavolo”, che ha trovato la strada per la superficie e arriverà a bussare alle porte di ogni uomo.

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“La stagione delle prugne”: lo sguardo dell’Africa sul Novecento

La stagione delle prugne, Patrice Nganang
(66thand2nd, 2018 – trad. di M. Lapenna)

61811r8i9dLPatrice Nganang è un autore tanto apprezzato in Francia (Prix Marguerite Yourcenar) quanto osteggiato nel suo paese d’origine: in Camerun, infatti, è stato incarcerato e privato dei diritti civili per aver osteggiato il regime. Pur costretto all’esilio, Nganang non rinuncia al legame con la sua patria. Come in altre sue opere, anche la La stagione delle Prugne (pubblicato a novembre) parla della sua terra.

In particolare questo corposo romanzo muove dalla pregevole volontà di affrontare la Grande Storia del Novecento dalla prospettiva africana, e in particolare camerunese. Della Seconda Guerra Mondiale abbiamo letto e visto di tutto, ma forse non abbiamo mai abbracciato il punto di vista africano, dei popoli colonizzati e sacrificati in prima linea nelle file dei grandi imperi europei. Sono i grandi esclusi della storia. Continua a leggere

“Questa Terra” di attese e perdite

Questa terra, Andrew Krivàk
(Einaudi, 2018)

Agli albori degli anni settanta, Jozef Vinich – capostipite di una famiglia di origini slovacche – muore dove ha messo radici: in Pennsylvania. Lascia alle sue spalle Hannah, la figlia, e i due nipoti Sam e Bo. Per qualche ragione, il ramo maschile di questa famiglia appare segnata dalla perdita e dalla violenza: il marito di Hannah diserta la guerra, per poi morire accidentalmente in uno scontro a fuoco nei boschi. Parallelamente, Sam parte per il Vietnam e vi resterà disperso. Ad aspettarlo, la sua ragazza Ruth e il figlio che dovrà nascere. L’unico a non correre rischi è Bo, che non parte per la guerra, non viene coinvolto in scontri e pistolettate. Bo raccoglie l’eredità del nonno e porta avanti la segheria, intaglia il legno e si butta a capofitto nel lavoro. Continua a leggere

Decadenza e tenacia: l’umanità secondo Amos Oz

Finché morte non sopraggiunga, Amos Oz
(Feltrinelli, 2018 – trad.  E. Loewenthal) 

 

ozÈ da poco scomparsa l’icona per eccellenza della letteratura israeliana contemporanea: Amos Oz ha vissuto con entusiasmo i più grandi eventi storici che hanno scosso il suo paese, assumendo senza tentennamenti posizioni pacifiste e di sinistra, e diventando di conseguenza un punto di riferimento imprescindibile. Tutta la sua letteratura è impregnata di una forte identità culturale, testamento artistico di un modo di vivere profondamente intrecciato alle tradizioni e alla sensibilità israeliana. Continua a leggere

Tutte le donne di Lucia Berlin

Sera in paradiso, Lucia Berlin
(Bollati Boringhieri, 2018 – Trad. M. Faimali)

 

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Non fatevi ingannare dalla copertina da romanzo rosa. Sera in paradiso (da poco uscito per Bollati Boringhieri) non è per le signore bene che si intrattengono in spiaggia sotto l’ombrellone. Lucia Berlin ci parla di madri alcolizzate e sole, di ragazzine viziate che vengono violentate e si interrogano sui propri sentimenti, delle figlie dell’emigrazione messicana negli Stati Uniti. Donne sconvenienti, eccessive o smarrite, che hanno imparato a cavarsela da sole, con risultati più o meno soddisfacenti. C’è un umorismo sottile che in un primo momento distrae il lettore per poi restituirgli la crudezza della realtà come un macigno improvviso, pur senza autocommiserazione, senza mai scadere nel patetico o nella retorica. Anzi, il tono è distaccato e forse proprio per questo alla fine risulta più incisivo. Continua a leggere