Le stagioni di Giacomo, Mario Rigoni Stern
(Einaudi, 1995)
Le stagioni di Giacomo è l’ultimo atto della cosiddetta “Trilogia dell’altipiano”, raccolta di romanzi scritti tra il 1978 e il 1995: per una breve contestualizzazione della Trilogia nella produzione letteraria di Rigoni Stern, rimando a questo pezzo di Enrico Bormida in cui si conduce un confronto tra l’autore asiaghese e Fenoglio sul tema dell’intreccio tra natura, guerra e memoria.
È lo stesso Rigoni Stern a spiegare le motivazioni che l’hanno spinto a scrivere questo romanzo. Per chi, come me, legge nel 2024, in un’epoca dominata dalla velocità e dal progresso cieco, in cui ogni minuto in cui non si è impegnati a fare è giudicato uno spreco di tempo, l’incipit della prefazione (“Come e perché è nato questo libro”) è folgorante:
“Con l’avanzare degli anni vedo tante memorie che si allontanano ma non che svaniscono; sono solamente come una tenue nebbia autunnale sopra le case, i prati, i boschi. In questi ultimi decenni, però, per le generazioni dopo la mia, le cose vissute e le storie si allontanano e svaniscono con una rapidità mai prima riscontrata. La velocità, diceva l’altro giorno Andrea Zanzotto, non dà pause, non concede riflessioni, annulla la memoria. Forse, allora, è per il luogo dove vivo e come, il camminare mio sempre più lento, il viso degli anziani, il tempo nelle stagioni, il paesaggio che mi aiutano a scrivere, a vedere sotto la nebbia autunnale gli “oggetti della ricordanza” e “determinare con parole”.”
Circondata da persone che corrono e correndo io stessa, l’autore mi invita a fermarmi e osservare la nebbia prima che si diradi e svanisca. Io cedo e obbedisco.
Per capire appieno questo romanzo, possono essere utili alcune premesse. Mario Rigoni Stern è nato e morto ad Asiago, in quello che, esteso tra il Veneto e il Trentino, è noto come Altopiano dei Sette Comuni, storica unione autonoma di circoscrizioni territoriali contigue paragonabile a un moderno Stato federale, nonché zona abitata da una nutrita componente cimbra, che ancora nel Novecento conservava tracce dell’antica lingua. A questa ‘antica lingua’, idioma minoritario di origine germanica sempre meno parlato ma vivo, ad esempio, nella toponomastica locale e in alcune reminiscenze lessicali della comunità, fa talvolta riferimento l’autore, auto-investitosi del ruolo di ‘uomo-memoria’ della collettività.
Capita spesso di avvertire un forte senso di comunità e di collaborazione nelle zone, come quelle di montagna, in cui l’uomo si è trovato a fronteggiare climi aspri e luoghi impervi – e a conviverci, più che addomesticarli. Tuttavia, questa forma di solidarietà risulta, nel contesto del romanzo, accentuata dal connubio tra la coscienza identitaria di una minoranza etnico-linguistica e la storica indipendenza dell’Altipiano. Tutto questo, assieme alla distruzione portata dalla Prima guerra mondiale, che trasformò la regione in un fronte costringendo interi villaggi a evacuare, contribuisce a spiegare l’intenso attaccamento di Rigoni Stern alla sua terra e alla sua gente, nonché il sottotono nostalgico con cui racconta, attraverso la storia di Giacomo, i cambiamenti subiti dalla montagna dopo la guerra. Questo sentimento riecheggia nella dedica a “gli uomini generosi che dopo tanta guerra e dopo aver lottato per liberare l’Italia da fascisti e tedeschi, negli anni cinquanta sono dovuti emigrare per trovare lavoro in terre lontane e hanno il cuore gonfio di nostalgia” (p. IX).
Il Giacomo del titolo, come il lettore apprende dalla prefazione, altri non è che l’alter ego di un amico d’infanzia dell’autore, che per aiutare il magro bilancio familiare durante l’assenza del padre, migrante economico all’estero, fin da bambino fa il ‘recuperante’. Cioè va nei luoghi teatro del conflitto a cercare cartucce, pallottole, residui metallici e materiale esplosivo che può essere rivenduto per pochi spiccioli. Un mestiere figlio della guerra, rischioso e poco redditizio, che per alcuni tuttavia diventava, specie in alcuni periodi dell’anno, l’unica possibile fonte di reddito.
La storia di Giacomo è indissolubile dalla storia della comunità e da quella del luogo in cui si svolge, una storia che non potrebbe essersi svolta altrove; diventa il pretesto per Rigoni Stern per rimestare nella memoria e riportare alla luce episodi di gioventù, usanze, squarci di un modo di vivere che al lettore contemporaneo risulterà lontano. Lo farà con una limpidezza icastica sempre priva di eccessi, ma potentemente espressiva nell’essenzialità e nella misura delle sue parole. Nelle descrizioni, l’autore si serve di una precisione pacata – laconica, come vuole lo stereotipo dei montanari; ma riesce a esprimere con dote rara tutto quanto c’è da dire, lasciando che a parlare siano più spesso le azioni dei discorsi.
“Dal campanile il suono delle sei campane in concerto […] irruppe e si distese sulle case, sui prati, sui boschi e sul lavoro della gente”. p. 143
Così l’organismo-comunità viene mostrato pensare e respirare come uno, unire le forze nella fatica collettiva di issare le sei nuove campane, ottenute rifondendo tra gli altri i rottami delle vecchie, andate distrutte sotto i bombardamenti: ognuna dotata di nome e, quasi, personalità propri:
“Fu qualche giorno prima della festa patronale di San Matteo apostolo che vennero tirate sul campanile, e tirate è la parola giusta perché con argani, paranchi, carrucole e funi allestite dall’impresa dei fratelli Masain, tutto il paese si riunì per issarle come in un grande tiro alla fune. Anche i ragazzi delle scuole, attraverso gli insegnanti, furono invitati a partecipare. […] La lunga fila della gente partiva da sotto il campanile, passava davanti alla bottega degli Stern, risaliva per la strada del Mazzacavalli e arrivava fino al Croxebech. Lentamente, a forza di braccia, il Matío si staccò da terra. Quando incominciò a dondolare nel vuoto immediatamente cessarono il vocio e gli incitamenti; solo due uomini dalla voce tonante davano gli ordini necessari mentre altri due gruppi, con corde laterali guidavano la salita. Il cuore di tutti era con il grande campanone sospeso nel vuoto. Fu il primo, poi via via salirono le altre”. p.8
Altri temi molto presenti sono il legame, più integro e profondo, con la natura, che è amata e rispettata e conosciuta nei suoi cicli e nelle sue norme ataviche, ma anche la soggettività della storia, che viene scritta, oltreché decisa, dai vincitori o dai potenti, sulla pelle degli altri, i primi a pagarne le conseguenze. E ancora: l’inquadramento fascista, che non risparmia i villaggi montani, e la quieta resistenza che attraversa i confini e le valli; un fiero sindacalismo che sfida, nella piccola piazza del paese, la repressione del dissenso e che non esclude dalle sue lotte le donne, per nulla ignare compagne, ma anzi complici dei propri uomini, nonché accorte matres familias apparentemente alla pari dei mariti nella gestione domestica.
Rigoni Stern racconta piano, a passo lento; incornicia, in una struttura perfettamente ad anello, la molteplice storia di un’infanzia perduta eppure piena di tenerezza, consegnando ai posteri una dolceamara lettera d’amore alla sua terra; una terra che, per certi versi, non esiste più. Decisamente un autore che merita d’essere letto, e non solo nella sua opera più famosa.
Alessia Angelini
Immagine di copertina: foto di Franco Lanfredi su Unsplash
