Dentro il ventre del mostro

Ventre, Giulia Della Cioppa,
(Alter Ego Edizioni, 2023
)

«Ci deve essere stato un tempo in cui le donne hanno educato alla brutalità, così come hanno insegnato tutto il resto. Ci deve essere stato un tempo in cui né uomini né animali sapevano cacciare e dalla violenza della nascita hanno imparato. Un corpo sanguinante esce da un corpo sanguinante. Spaventati e impauriti dal mostro-donna devono averne sovvertito la crudeltà. Fossi stato un uomo, ci avrei provato anch’io.»

Negli ultimi anni si sta facendo sempre più attenzione alla sensibilità con cui vengono trattati determinati argomenti, come il sesso e la sessualità, in un periodo storico in cui più facilmente riflettiamo sulle conseguenze di un’impostazione sociale e psicologica di stampo patriarcale. Poche storie, fra quelle emergenti, sembrano riuscire ad affrontare argomenti particolarmente delicati, su cui è facile fare passi falsi, ad esempio sfociare nella misoginia interiorizzata o peccare di una superficialità che tende a categorizzare e appiattire le complessità del genere umano. Uno degli argomenti che si evitano di più, o di cui si scrive in modo più fallimentare, è il limite tra corpo e volontà, tra consenso e desiderio, in un’epoca dove la visione della body positivity rischia di cancellare l’impronta più profonda, enigmatica, e inquietante, del sesso. Un argomento che tocca così tante parti dell’inconscio umano che non si può pretendere di razionalizzare in modo esaustivo, ma che tendiamo a rendere più chiaro, dividendolo in comportamenti corretti o scorretti, consenzienti o non consenzienti, nel rischio di poter giustificare qualcosa di così ripugnante come la violenza sessuale.

Nell’interstizio tra consenso e abuso gioca Ventre, romanzo d’esordio della giovane autrice Giulia Della Cioppa; una storia che indaga senza paura, autocensure o limitazioni morali le profondità di un argomento spinoso come questo, senza peccare di superficialità e perbenismo da una parte, né di misoginia o giustificazione della violenza dall’altra. Attraverso un linguaggio semantico profondamente carnale, viscerale, spesso dall’effetto nauseante, i personaggi e i rapporti che li coinvolgono tra loro sono sempre raccontati con la crudezza semplice e spietata di un bambino, che gioca con delicatezza con cose più grandi di lui, o per noia o per qualcosa di più complesso, un desiderio oscuro che non trova spiegazione, e che per questo ci appare così inquietante.

A seguito di un fallito tentativo di suicidio, Margherita, la protagonista rimane costretta in una sala d’ospedale in stato semicomatoso: non sente sulla pelle alcuno stimolo, né può muovere alcuna parte del corpo, oltre agli occhi. Rimane però cosciente, all’insaputa dei medici, mantenendo la capacità di vedere e ascoltare.

Quando sua madre le chiede di battere le palpebre per darle cenni di consapevolezza, cosa che potenzialmente sarebbe in grado di fare, Margherita rimane immobile. Il rapporto con la madre, unica visitatrice della protagonista, è centrale nella narrazione, ma nonostante questo non si riesce a distinguere fino a che punto lei sia vittima o carnefice del rapporto tossico e oppressivo a cui assistiamo, e rimane nei confronti della figlia una figura assente eppure onnipresente, come una sorta di divinità maligna, eppure in qualche modo anche dolce e goffamente protettiva.

Prigioniera dello stesso corpo da cui aveva provato a fuggire, la protagonista vive immobile intrappolata in un nuovo ventre materno, nel quale, come all’interno del feto, non può muoversi né parlare; l’unico controllo sul suo corpo non appartiene a lei, ma a chi decide per lei, proprio come un genitore fa con un figlio minorenne. I macchinari che la tengono in vita sono un nuovo cordone ombelicale, una catena che la stringe tra le braccia della madre.

Eppure questo controllo ha un’eccezione: grazie a Bianca, l’infermiera che la segue, Margherita ha dei brevi momenti di felicità. La sua nuova libertà consiste nel farsi del male, anzi nel permettere Bianca di toccarla, di ferirla, di tagliare la sua pelle mentre è completamente inerme, in amplessi che, seppur non hanno nulla di penetrativo, non possono che dirsi di natura sessuale, e di cui, allo stesso tempo, non può stabilirsi con esattezza se siano consenzienti o meno. Il fatto che Bianca sappia che Margherita sia consapevole, e riesca effettivamente a comunicare con lei attraverso i battiti delle sue palpebre, non ci tranquillizza affatto.

Oltre a librarsi narrazione in modo così efficace nella dimensione più perturbante del desiderio, il romanzo rivela anche la brutalità recondita dei rapporti genitoriali, in particolare quello madre-figlia, oltre che a suggerire come la possessività e la territorialità non siano valori esclusivamente maschili, come può sembrarci, ma siano piuttosto intrinsechi all’intera specie umana.

Ventre sfida molti stereotipi ma soprattutto ha il coraggio di raccontare proprio quelle sfumature nelle zone grigie della morale sul sesso, di insistere su punti non politicamente corretti per esplorare davvero la sessualità, nei suoi lati più oscuri e subconsci, lontani da una chiarezza rassicurante, dei rapporti personali mai privi di dinamiche di potere.

Davide Lunerti

Immagine in evidenza: Gustave Klimt, Maternità.

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