Crear sé stessa, Aa. Vv.
(Rina Edizioni, 2024)

Un altro gioiello firmato Rina Edizioni, la casa editrice grazie alla quale i lettori stanno riscoprendo o scoprendo per la prima volta alcune scrittrici italiane del passato ingiustamente “dimenticate”, ma che rappresentano invece un tesoro dal valore inestimabile. Pubblicato a novembre 2024 come primo di due volumi, Crear sé stessa racconta la moda attraverso la penna di sette grandi scrittrici e giornaliste italiane, vissute a cavallo tra Ottocento e Novecento: Sibilla Aleramo, Contessa Lara (pseudonimo di Evelina Cattermole Mancini), Marchesa Colombi (pseudonimo di Maria Antonietta Torriani), Matilde Serao, Rosa Genoni, Olga Ossani e Mara Antelling (pseudonimo di Anna Piccoli Menegazzi). La curatela è di Michela Dentamaro. Scrive Olga Campofreda nell’introduzione:
«Queste donne si sono cercate e riconosciute, si sono lette e confrontate fino a quando – ragionando insieme – non hanno trovato l’abito più adatto, quello con cui farsi spazio attraverso il mondo. Indossarlo con consapevolezza, le ha avvicinate a scrivere un nuovo capitolo della loro storia.»
La moda, posta al centro dell’opera, è molto più che un capriccio passeggero: è cultura, politica, identità. È questo il cuore pulsante di Crear sé stessa, un’ode al potere della narrazione e alla capacità delle donne di trasformare persino un paio di guanti o un ventaglio in un manifesto sociale. Il libro non si limita a raccontare stoffe e accessori: parla di rivoluzioni sociali e di emancipazione femminile.
Le firme che animano il testo emergono come vere e proprie pioniere. In un’Italia che tra fine Ottocento e primo Novecento relegava le donne ai margini della sfera pubblica, queste scrittrici si ritagliano uno spazio di espressione, eleganza e impegno. Attraverso articoli che vanno dalla critica sartoriale alla riflessione politica, creano una rete di intelligenze e sensibilità che getta le basi per una nuova coscienza di genere.
Apre la raccolta Sibilla Aleramo (1876-1960), scrittrice di romanzi, poesie, novelle, diari e carteggi, intellettuale femminista e giornalista. Nel 1925 pubblica l’articolo Capelli corti, in cui un gesto apparentemente semplice, il taglio dei capelli “alla maschio”, si carica di un significato profondo. La rinuncia ai lunghi capelli, simbolo di un’idea convenzionale di donna, diventa per Aleramo un manifesto di autonomia e consapevolezza, un gesto nel quale si riflette la sua visione rivoluzionaria: emanciparsi significa riscoprire e ridefinire sé stesse, abbattendo gli stereotipi imposti dalla società patriarcale.
«Un mio antico convincimento, espresso anni fa in qualche pagina che qui in Italia non fu rilevata, e che oggi vedo esaminata e discussa da critici di Francia e d’America (nemo Sybilla in patria, ha detto l’amico Emilio Cecchi) è che la donna, se vuole affermare la sua spiritualità, negatale dai Padri della Chiesa, e ancor ieri l’altro dall’ebreo suicida Weininger, debba non già imitare l’uomo, ma, al contrario, estrarre i caratteri specifici del proprio essere, scoprirli, poiché in realtà sino ad oggi son rimasti a lei stessa celati; o, con una parola più esplicita, crearli. La donna deve, nel campo dello spirito, crear sé stessa.»
La scrittrice Contessa Lara (1849-1896), con il suo stile confidenziale, valorizza invece la femminilità tradizionale. Nei suoi scritti si rivolge direttamente alle lettrici («signore mie»), stabilendo con loro un’intesa e celebrando la bellezza, la cura di sé e l’eleganza come linguaggi di espressione personale e sociale.
Marchesa Colombi (1840-1920), scrittrice, giornalista e militante femminista, invita le donne a riflettere e a trovare nelle piccole conquiste di ogni giorno, così come nei dettagli sartoriali, una strada per affermare la propria identità e autonomia. Nei suoi articoli, spesso rivolti direttamente alle lettrici, la moda diventa un espediente per raccontare l’accesso delle donne alla modernità e alla sfera pubblica, creando uno spazio sicuro di confronto e complicità.
«[…] vengo alla sostanza delle mie rassegne, le quali sono esclusivamente per le signore. Parleremo fra noi, c’intenderemo fra noi in tutta confidenza, e gli uomini non ci avranno nulla a vedere. Anzi mi raccomando alla loro discrezione; perché certi interessucci di toletta, certe spese private è bene che loro non le sappiano per non guastarsi la digestione, e quel che sarebbe peggio, per non guastarla a noi.»
Matilde Serao (1857-1927), scrittrice, giornalista, imprenditrice di talento e fondatrice e direttrice di quotidiani, ha saputo intrecciare il tema della moda con le grandi questioni sociali e culturali del suo tempo. Nei suoi articoli la moda diventa un poderoso strumento per esplorare il cambiamento del ruolo delle donne nella società e per riflettere sulle loro aspirazioni di emancipazione.
Tra i suoi contributi più significativi emerge il saggio Lo sport femminile: sì o no?, in cui Serao immagina un futuro in cui le donne non sono più spettatrici, ma protagoniste del mondo sportivo, sfidando l’idea tradizionale di una femminilità languida e remissiva. Attraverso un linguaggio vibrante e appassionato, ragiona sulla possibilità che attività fisiche come il tennis, il ciclismo o il nuoto possano ridefinire il corpo femminile, rendendolo simbolo di forza e libertà.
«Le donne sono più sane, più floride, hanno meno bisogno di ferrochina e di liquore arsenicale che gli uomini; sono diventate anche più energiche, moralmente. È vero che la grazia della loro debolezza ci ha perduto un poco; è vero che esse sono meno sentimentali, più fredde, più scettiche; è vero che esse hanno appreso troppo a ridere dell’amore e degli uomini; ma sono, forse, più felici.»
La visione di Matilde Serao non si limita alla sfera privata o estetica, ma abbraccia una prospettiva più ampia di progresso.
«Chi mai, più, si pettinano come un’altra? Nessuno. È venuto infine il regno della indipendenza, nella capigliatura femminile: ognuno si acconcia come vuole, come va, come gli piace. Viva la libertà.»
Rosa Genoni (1867-1954) è stata una figura di rilievo nella storia della moda italiana, sarta, scrittrice, ma anche intellettuale impegnata e pioniera del femminismo. Genoni ha trasformato la moda in un mezzo di affermazione culturale e politica, vedendo in essa una chiave per l’indipendenza delle donne e per la promozione di un’identità nazionale italiana.
La sua battaglia più celebre è quella per una moda italiana autonoma, alternativa al dominio del gusto francese e inglese. Nel 1906, in occasione dell’Esposizione Internazionale di Milano, presenta abiti ispirati ai capolavori dell’arte italiana, da Botticelli a Tiziano, unendo la tradizione artistica del Paese a una visione moderna di stile. Per Genoni, la moda è un’arte che può raccontare la cultura e la storia dell’Italia al mondo.
Olga Ossani (1857-1933) giornalista, cronista di moda e costume e femminista, propone idee innovative, come l’introduzione di un “abito normale” per le donne lavoratrici: un vestito pratico, ma pur sempre elegante, adatto alla crescente presenza femminile nel mondo del lavoro. La sua penna lungimirante intercetta i cambiamenti culturali dell’epoca, registrando fenomeni come il nascente “shopping”, che da necessità si trasforma in esperienza sociale, e riflettendo sull’importanza di adattare la moda ai nuovi spazi conquistati dalle donne nella società.
«Lo ha inventato una signorina che trovasi ora in Roma, l’abito normale per le donne che lavorano. E l’idea non è cattiva. Si capisce felicemente come ad una povera donna che, come un uomo, debba col proprio lavoro guadagnarsi la vita, sorrida l’idea di un vestito semplice, pratico, facile a indossare, senza complicazioni di sottoveste, sopravveste, tunica, vita, sottovita, giacca, guarnizioni, sciarpe, cinture, jabots, gilets, gale, goletti, e tutti gli accessori, insomma, che costano più tempo, cure, e danaro, di un intero vestito o di un ricchissimo mantello. […] Ma questo costume, in cui tutto dovrebbe corrispondere allo scopo e armonizzare in una perfetta intonazione d’insieme, dovrebbe anzi tutto essere elegante; perché la eleganza è qualità necessaria, imprescindibile, suprema della donna, di tutto ciò che ha relazione con lei, di tutto ciò che l’avvicina e la circonda, della sua casa, delle sue vesti, dei suoi atteggiamenti, delle sue parole, dei suoi pensieri.»
Mara Antelling (1854-1904), giornalista di moda, femminista e saggista, si distingue per la capacità di affrontare temi legati alla moda con una prospettiva ricca di sfumature. Nei suoi scritti l’atto di vestirsi non è mai ridotto a una frivolezza, ma si configura come un mezzo per reclamare il proprio posto in un mondo spesso ostile, ricavarsi un qualche ruolo in una commedia che ammette solo uomini. Ecco che il desiderio delle donne di essere guardate e amate si tramuta in una forma di rivendicazione.
«Piacere, sedurre. Farsi amare, ecco l’intento della donna, intento che non si è mai smentito in tutte le età, ed è istintivo, perché si rivela nella donna incivilita come nella selvaggia, con più o meno sapienza, ma sempre sottile, indefinibile e sostanziale, essenza del carattere femminile che non si smentisce generalmente, nemmeno con l’età.»
Crear sé stessa è un viaggio nella moda dalla metà degli anni Settanta dell’Ottocento fino ai primi del Novecento, ma è soprattutto uno sguardo sul mondo femminile di quel periodo, animato da donne che cercano di autodefinirsi attraverso la moda e il racconto di essa, ritagliandosi spazi inaccessibili agli uomini. In un’epoca di limitazioni, le loro voci trovano nella moda un angolo di libertà in cui rifugiarsi e, al tempo stesso, un canale per esprimere, o meglio creare, sé stesse. Concludiamo con le parole della curatrice Michela Dentamaro, che ben sintetizzano lo spirito della raccolta.
«Questa ricerca […] intende – a partire dai testi – proporre uno spunto di riflessione, uno stimolo di studio e di dibattito nella storia della letteratura e del giornalismo italiani, e soprattutto nella storia della questione femminile. […] La testimonianza diretta delle voci nella rete di scrittrici-giornaliste e della loro produzione ci permette di esaminare e ricostruire l’esperienza di chi ci ha preceduti, guadagnando uno strumento in più per superare l’atteggiamento di ignorare alcuni aspetti del nostro passato storico e culturale, per iniziare a (ri)conoscerlo e a interiorizzarlo e costruire un’identità e un percorso verso una sempre più completa emancipazione.»
Marta Grima
(immagine in evidenza: Freepik)
