A Nord di Thule: l’esplorazione del Grande Nord

A nord di Thule, Knud Rasmussen
(Iperborea, 2025-Trad. B. Berni)

A nord di Thule è il diario di viaggio che Rasmussen tenne dal 6 aprile 1912 al 16 settembre dello stesso anno, durante la prima spedizione Thule. Scopo dell’impresa era cartografare il cosiddetto Canale di Peary, che all’epoca si riteneva separasse la Groenlandia dalla Terra di Peary e di cui proprio questa spedizione svelò l’inesistenza. Uno degli aspetti più notevoli era la grandissima considerazione che Rasmussen attribuiva all’uso della cosiddetta tecnica groenlandese del viaggio, che aveva da sempre permesso alle popolazioni inuit di spostarsi nelle aspre terre del nord. Per questa ragione le spedizioni guidate da lui, facevano sempre uso di modelli di slitta, alimentazione, strumenti e tecniche di caccia groenlandesi, seppure non mancasse la strumentazione dell’epoca per effettuare i rilievi meteorologici e cartografici. Un altro aspetto molto importante delle spedizioni Thule e degli scritti di Rasmussen era la sua profonda conoscenza della cultura e della lingua inuit, che permise al mondo di venire a contatto con un popolo che viveva in luoghi così remoti.

Il diario si apre con un’entusiastica condivisione di intenti e pensieri da parte dell’autore:

«Oggi inizia il cammino, il grande viaggio nel Nord della Groenlandia, col sole primaverile e la limpida allegria della partenza. Salve a voi, compagni, uomini felici sulla soglia di gioiose rivelazioni! Le mattine solleveranno il lembo del grande ignoto e col sole correremo incontro ai nostri desideri! Là fuori, all’aperto, pieni di bramosia per i giorni che nascono, coi muscoli tesi, avidi come predatori in corsa, salutiamo l’inizio, il viaggio verso nord! Con l’animo sereno, a vele spiegate, pronti per entrare in nuovi mondi col vento in poppa! Chi può essere più ricco?»


Rasmussen non manca di rimarcare più volte l’apporto che i groenlandesi diedero alla spedizione, nonché l’importanza che la spedizione stessa rivestì anche per i nativi, dal momento che cartografare una terra significava anche mappare nuovi territori di caccia. Membri della spedizione, oltre che i fedelissimi cani da slitta, furono Peter Freuchen, cartografo della spedizione, Uvdloriaq, un inuit che Rasmussen definisce «il più gran cacciatore e conduttore di cani che io abbia mai incontrato» e Inukitsoq, un giovane inuit che aveva partecipato alle spedizioni di Peary, primo europeo non nativo della Groenlandia che per primo, insieme a Nansen, aveva osato spingersi ad attraversare la calotta polare groenlandese.


Sebbene la narrazione sia già stata pensata e tradotta in parole scritte a scopo divulgativo, come si evince da numerosi punti in cui Rasmussen si rivolge ai suoi lettori, si tratta pur sempre del resoconto di un viaggio a carattere esplorativo, pertanto può risultare a tratti monotona o ripetitiva. Più che i dettagli sul cibo razionato, le miglia percorse, la caccia ai buoi muschiati, i cani che, a malincuore, vengono uccisi per nutrire gli altri cani della muta, colpiscono positivamente i passaggi del Rasmussen antropologo, gli aneddoti da enciclopedia tribale: le indicazioni su come costruire un igloo, l’uso di montare pelle di tricheco sotto gli sci, come facevano sia i Sami che i Groenlandesi, per avere più slancio, la descrizione del tipo di slitta utilizzata e delle calzature più appropriate per questo tipo di spedizione.

Inoltre, non mancano i riferimenti alla lingua inuit e ai termini che Rasmussen sceglie di non tradurre in danese. Putineq è la «neve alta e sciolta con sotto l’acqua», pingo è un grande altipiano, per esempio.

L’autore si sofferma ad ammirare l’incanto dei paesaggi che incontra, narrando il senso del sublime che si impadronisce di lui davanti a tanta bellezza incontaminata che, al tempo stesso, può essere inospitale e letalmente pericolosa:

«Intorno a me vedo solo il deserto bianco. […] Solo quando il sole, scaldando, illumina i cristalli scintillanti, il muto paesaggio sorride con una singolare, malinconica pace che cattura e soggioga. Così abbiamo davanti l’ampia strada, lunga centinaia di miglia, silenziosa come un deserto e misteriosa, spietata nella sua sfida a chi osa affrontarla. È come se tutte le parole che saranno scritte da qui in poi debbano assumere un tono severo.»


Il diario è anche pieno di riferimenti letterari dei libri che Rasmussen porta in viaggio, e che commenta in relazione alla spedizione che stanno compiendo. È il caso, per esempio, dei Promessi sposi di Manzoni e della Tentazione di Sant’Antonio di Flaubert, che lo porta a commentare:

«Ma caro Antonio, che spreco di forze esporre il proprio animo ai tormenti dei grandi incubi! Se tu avessi conosciuto questa nostra strada maestra, saresti potuto passare al servizio della scienza attraversando la calotta glaciale della Groenlandia»


La stessa cosa vale per la mitologia nordica, che torna a farsi sentire nell’eco dei grandi spazi aperti groenlandesi:

«Ragnarok! Oppure quella che vediamo qui è la selvaggia terra dimenticata dei giganti?»

Il racconto si fa rispettoso e quasi silente quando tratta, invece, delle spedizioni che non sono andate a buon fine, quelle in cui gli esploratori hanno trovato la morte, così come quando Rasmussen e i suoi, pur credendo di essere i primi uomini ad aver raggiunto quelle terre, si trovano davanti ad un vecchio accampamento groenlandese: il rispetto e la gentilezza caratterizzano le persone legate da obiettivi comuni. Vent’anni dopo Peary, Rasmussen scopre che l’esploratore aveva compreso che il Canale di Peary non esisteva, ma che non era riuscito a cartografare la zona, rendendo indispensabile il lavoro che aveva fatto durante la sua spedizione.

Verso la fine del viaggio, quando ormai il percorso ad anello che avevano progettato stava per essere portato a termine, Rasmussen si scopre a pensare che proseguire con un’escursione verso l’interno sia molto allettante. Sedotto come tutti i viaggiatori e scisso tra voler tornare a Itaca e continuare il viaggio verso l’ignoto, prende la decisione di tornare, anche se «nasce l’idea di una nuova spedizione», perché «le nostre madri ci hanno partorito con una grande irrequietezza nell’animo, e i nostri padri ci hanno ben presto insegnato che la vita è un viaggio in cui solo gli inetti vengono lasciati indietro.»


Il libro è completato da una mappa con il tracciato della spedizione e da numerose fotografie scattate dai membri della spedizione stessa. La veste grafica scelta da Iperborea per la copertina è accattivante e appropriata al tema, essendo un’illustrazione contemporanea ispirata agli arazzi inuit.

A livello di scelta editoriale, è sicuramente interessante la scelta di Iperborea di ripubblicare i resoconti delle spedizioni che caratterizzarono, a periodi alterni, la storia dell’umanità, tanto da far sperare nella nascita di una collana ad hoc: d’altra parte, come ci ricorda Rasmussen, l’interesse per il tema dell’esplorazione è sicuramente qualcosa che accomuna molti lettori.

«L’esploratore trae nutrimento dalla selvaggia abbondanza della natura e si disseta nel profondo dei grandi spazi. È sempre in cammino verso il meraviglioso.»

Eleonora Mander

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