Il reale come orizzonte: la nonfiction di Carrère

Kolkhoze è il nuovo romanzo di Emmanuel Carrère, in corso di traduzione per Adelphi. Nella produzione dello scrittore francese, si colloca in dialogo diretto con Un romanzo russo, ripartendo nella ricerca genealogica sulla famiglia Carrère-d’Encausse là dove si era fermata per volere della madre, che aveva posto il veto sulla pubblicazione della storia famigliare fino al momento della propria morte.

Prima di trattare di questo libro, occorre tornare alla totalità della produzione di Carrère, per mostrare come sia in continuità non solo con Un romanzo russo, ma con tutti i libri dello scrittore che si muovono in quel cosmo infinito e indefinito tra fiction e nonfiction. I due temi che andiamo ad analizzare sono il coefficiente romanzesco dei personaggi reali scelti da Carrère per i propri libri e le incursioni dello scrittore-narratore all’interno degli eventi narrati.

Dopo la pubblicazione dei primi romanzi e della biografia di Philip K. Dick, il punto di svolta nel passaggio dalla fiction alla nonfiction è stato L’avversario, uscito in Francia nel 2000: è la biografia di Jean Claude Romand, reo di aver costruito la propria vita su una menzogna e, per evitare di essere scoperto, aver ucciso i suoi famigliari. Come primo approccio al mondo non finzionale Carrère sceglie un personaggio che nella realtà crea un’identità fittizia1, e che – tolto il rapporto extratestuale – potrebbe essere facilmente considerato un personaggio finzionale tout court. La storia narrata ne L’avversario interessa al lettore anche e forse soprattutto perché, nonostante possa sembrare inventata, è invece un racconto di cronaca svoltosi fuori dalle pagine, nella realtà circostante. Ed è lo stesso motivo per cui interessa a Carrère: «A spingermi verso di lei non è una curiosità malsana o il gusto del sensazionale. Ai miei occhi ciò che lei ha fatto è il gesto […] di un uomo spinto agli estremi da forze che non controlla, e vorrei mostrare all’opera proprio queste terribili forze»2. Il procedimento che utilizza lo scrittore sembra essere quello contrario alla costruzione romanzesca classica. Anziché inventare un protagonista per il proprio racconto, sceglie un essere umano reale che già presume avere le caratteristiche tipiche di un personaggio di finzione: una psicologia complessa, una storia non ordinaria, un gesto estremo. Quello che Carrère cercava non era una storia che avesse a che fare con la realtà, con la verità; cercava piuttosto lo spunto finzionale all’interno della realtà extratestuale: come dichiara in un’intervista, «J’espère être parvenu à donner une forme romanesque à cette matière, bien qu’elle soit entièrement véridique»3 (Spero di essere riuscito a dare una forma romanzesca a questo argomento, sebbene sia completamente vero).

Passando a Un romanzo russo, la prima osservazione è sul titolo, che contiene la parola romanzo, ma la materia non è per nulla romanzesca. Non solo è composto da materiale assemblato raccolto in viaggi che l’autore ha compiuto a Kotel’nič, luogo remoto della provincia russa, prima per un reportage su un sopravvissuto della seconda guerra mondiale e poi sulle tracce del nonno scomparso, ma è soprattutto il resoconto della vita quotidiana di una cittadina russa in cui non accade assolutamente nulla di rilevante, e di come quest’immobilità porti al naufragio dei progetti romanzeschi e filmici dello scrittore. Un solo personaggio si distingue all’interno del libro: Anja, la traduttrice, la cui morte dice l’autore, «rende possibile il film. Ora abbiamo qualcosa da raccontare»4. Anja, come già Romand – ci riporta l’autore – aveva costruito una vita fittizia, una genealogia aristocratica francese, con cui aveva conquistato il marito Sacha: «come a me quando ci siamo incontrati, anche a lui Anja doveva essere sembrata un personaggio da romanzo, una ragazza diversa da tutte le altre che si incontravano a Kotel’nič»5. Anche in questo caso l’autore cerca di dare una forma romanzesca alla vita ordinaria di un luogo sperduto, mettendo in risalto quegli elementi finzionali delle persone reali che incontra. Costruire una vita romanzesca «c’est donc construire son existence à la manière d’un héros de roman, maître de son destin et protagoniste de multiples aventures, mais c’est aussi intensifier la vie vécue par un surcroît de passions et d’événements qui manquent cruellement à la vie ordinaire»6 (è dunque costruire la propria esistenza come l’eroe di un romanzo, artefice del proprio destino e protagonista di molteplici avventure, ma è altresì intensificare la vita vissuta tramite un eccesso di passioni e di avvenimenti che crudelmente mancano alla vita ordinaria).

Un altro elemento che contraddistingue le scritture nonfiction di Carrère è la presenza dello scrittore, in quanto narratore ma anche in quanto personaggio, all’interno della narrazione. Carrère si muove attorno ai suoi personaggi, orbita in quelle vite che non sono la sua e talvolta ne prende parte. La sua presenza all’interno delle opere non è statica: non si pone solo come narratore esterno, né solo come figura interna e che conosce gli eventi in modo parziale. Piuttosto, si alterna tra questi due poli, mantenendosi in una posizione intermedia. Quando quello che scrive non è basato su un dato sicuro, quando abbellisce la narrazione, non plana dall’alto sui suoi personaggi, ma adotta una posizione in minore, basata sull’indagine psicologica, sul periodo ipotetico, sul mettersi nei panni di. È il procedimento con cui Carrère ricostruisce la scena dell’incendio nelle prime pagine de L’avversario: «Nella luce gialla della cucina, sono rimasti ad ascoltare il singhiozzo della caffettiera, senza avere il coraggio di guardarsi in faccia. Avevano le mani che tremavano sollevando le tazze, e girando i cucchiaini, che facevano un rumore terribile»7. L’autore non è presente nel momento, ma immagina di esserlo; non si prolunga in descrizione degli stati d’animo dei personaggi – i quali, in quanto persone reali, non conosce –, si ferma a una descrizione plausibile dei loro gesti.

Tornando alla presenza dello scrittore all’interno dell’opera, potremmo dire che è anche il filo che collega tutta la produzione non finzionale di Carrère, e che attraverso le opere egli compia una vera e propria costruzione (e distruzione) di sé. In bilico anch’egli tra reale e finzionale, «il soggetto carreriano sceglie una programmatica ‘incoerenza’ e si costruisce secondo due coordinate tra loro correlate: pensare il contrario dell’esistente; prendere decisioni che siano figlie dell’ansia di cambiamento e di trasformazione e generino situazioni opposte e diverse a quelle date»8.

Carrère, come il suo modello Montaigne, è uno scrittore che «scrive quello che gli passa per la testa, infischiandosi altamente dell’opinione di chi dice che di quello che passa per la testa a lui non importa a nessuno», e anzi che proprio in quanto uomo comune è il candidato perfetto per «testimoniare che cosa significa essere un uomo»9: il personaggio Carrère che emerge nelle opere di Carrère è dunque il Carrère che vive nel periodo della scrittura di un determinato soggetto, diverso dal precedente e dal successivo, e che cambia anche in base al tema su cui sta lavorando (vedasi, a riguardo, la scarsa presenza dell’autore in V13, per lasciare spazio ai protagonisti del processo).

Esaminate queste due necessarie istanze della scrittura dell’autore francese, passiamo a parlare di Kolkhoze, il suo ultimo libro, esponendone in breve il soggetto: Kolkhoze è la storia famigliare che non era riuscito a portare a termine in Un romanzo russo, che prende il via – ricostruendolo cronologicamente – dai bisnonni russi e georgiani e passando per la vita e il matrimonio dei genitori arriva fino a lui, prima figlio della celebre madre e, nel momento presente, scrittore affermato.

La lettura della trama ci pone al centro della questione: la distanza che separa Kolkhoze da un romanzo storico come Guerra e Pace di Tolstoj è che tutti i personaggi di Carrère sono esistiti veramente. Essendo i suoi antenati membri dell’aristocrazia russa, sono personaggi storici – vedasi Evgraf Komarovsky, aiutante di campo di Alessandro I, come il figlio Vladimir lo è stato di Alessandro II (il suo nome compare nelle lettere dello zar); o, andando più indietro, Nikita Panin, coinvolto nella congiura che porta alla morte dello zar Paolo I. Le vite dei suoi antenati che Carrère sceglie di raccontare si muovono in una realtà che è quella storica, e al contempo le loro vite e gli intrecci famigliari ci riportano a una dimensione tanto privata quanto finzionale. L’emigrazione dalla Russia alla Francia a causa della rivoluzione russa e la scoperta che i titoli nobiliari non sono sufficienti a sopravvivere, la vita vissuta svolgendo lavori umili e vivendo in piccoli appartamenti, li renderebbero personaggi perfetti per un romanzo di Dostoevskij, se rimanessimo nel campo del finzionale e non avessero un corrispettivo extratestuale. Allo stesso modo potrebbe essere un personaggio finzionale la madre, grande protagonista di Kolkhoze: l’infanzia distrutta dall’arresto del padre collaborazionista (nonno dello scrittore, già comparso in Un romanzo russo); il matrimonio con Georges Carrère (che si inventa una genealogia di piccola nobiltà di provincia) e i tradimenti che il marito sceglie di accettare per mantenere lo status quo acquisito sposando una aristocratica russa; la carriera all’Academie Française; il suo ruolo di intermediario tra Francia e Russia – e i colloqui privati con Eltsin e Putin; il funerale di stato con il discorso di Macron. Lo stesso Carrère, qui più che in altre sue opere, è un personaggio che partecipa alla narrazione: la sua nascita, la sua vita modificano notevolmente quelle degli altri personaggi. Il suo essere scrittore e la curiosità verso la propria dinastia rende possibile la riscrittura delle vite reali all’interno di questa saga famigliare che è al contempo una nonfiction biografica. È un autore al contempo eterodiegetico (ma con postura in minore) e omodiegetico (in quanto partecipa alla sua vita che è parte della vita dei suoi personaggi). Il cortocircuito tra persona reale – personaggio romanzesco – autore del romanzo è evidente.

Essere l’erede di una famiglia aristocratica che ha vissuto i grandi cambiamenti d’epoca dei due secoli precedenti è ovviamente d’aiuto a Carrère nel costruire la vita romanzesca dei suoi personaggi, ma è grazie al processo di ricerca di un orizzonte del reale, di un fragile equilibrio tra realtà e finzione – iniziato più di vent’anni fa con L’avversario –, che Kolkhoze riesce a essere una ricerca genealogica e una testimonianza biografica accurata e veritiera, e al contempo essere quel romanzo russo che in Un romanzo russo non era riuscito a portare a compimento.

Enrico Bormida

1 Uso i due termini nell’accezione di Castellana: «l’aggettivo finzionale riguarda tutto ciò che è relativo alla fiction, a sua volta definibile come un discorso formato da enunciati che, per essere validi, non hanno bisogno di riferirsi a una realtà esterna al testo […] la finzione non ha alcun obbligo di referenzialità rispetto al mondo esterno […] la parola fittizio individuo tutto ciò che è non solo privo di una referenza esterna in quanto finzionale ma anche palesemente inventato» in R. Castellana, Finzioni biografiche, Carocci, 2019, p. 24.

2 E. Carrère, L’avversario, Adelphi, Milano, 2013, p. 30.

3 A. David, Emmanuel Carrère, Paris, Léo Scheer, 2007, p. 42.

4 E. Carrère, Un romanzo russo, Adelphi ebook, 2018, p. 117.

5 Ibid., p. 123.

6 L. Demanze, Les vies romanesques d’Emmanuel Carrère, in Roman 20-50 2014/1 (n° 57), p. 6.

7 E. Carrère, L’avversario, cit., p. 12.

8 A. Rondini, Emmanuel Carrère e la vita al contrario, in «Ticontre. Teoria Testo Traduzione», 19 (2023).

9 E. Carrère, Yoga, Adelphi ebook, Milano, p. 33.

Immagine di copertina: Jean-François de Troy, Reading of Molière or Reading in a salon, 1728 ca., dominio pubblico.

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