Malaparte e l’inferno umano della ‘Pelle’

Malaparte il maledetto. Malaparte il cattolico. Malaparte il fascista. Malaparte il comunista. Malaparte lo spietato. Malaparte il pietoso. Malaparte tutto e nessuno, voltagabbana, trasformista, camaleonte, convertito, abiurante. Se la letteratura italiana fosse un giardino, Malaparte sarebbe una rosa sgargiante ma decorosa, tronfia ma delicata, che svetta solitaria da un rovo di pruni: tanto bella quanto spinosa; dolcemente profumata ma irta d’aculei.
Non c’è forse autore della letteratura che abbia saputo rappresentare tutta la contraddizione degli opposti quanto il nostro Malaparte. Così vero e così artato, che ha mescolato la realtà storica con la più immaginifica menzogna, fino al punto in cui il loro confine non solo scompare, ma cessa d’essere necessario e previsto, e più non importa cosa sia avvenuto e cosa sia inventato: tutto il reale, ci insegna Malaparte, è un’unica, grande mistificazione. Continua a leggere

Leggere Malaparte, comprendere Caporetto, capire noi stessi

“E i fanti, senza un lamento, andavano a stendere le proprie carcasse sui fili di ferro spinato, come cenci ad asciugare” (C.M.)

Notte. Sono le prime ore del 24 ottobre del 1917. Cent’anni fa.
Sui monti intorno all’Isonzo è caduta una nebbia fitta ad avvolgere l’oscurità. Le temperature sono bassissime, la terra fradicia per le piogge dei giorni passati puzza ancora di un pessimo tanfo. Non c’è vento a soffiare e le fronde dei larici sono immobili, inghiottite dal buio e dalla nebbia. Si inciampa nelle radici e nei polloni degli alberi, si scivola sul muschio e sui declivi rocciosi che il gelo ha reso viscidi. Oscurati anche a se stessi, celati dalla notte, ci sono oltre duecentomila uomini, inermi, ad attendere la loro morte, come martiri nell’attesa di salire al patibolo. Continua a leggere