Centomilioni, Marta Cai
(Einaudi, 2023)
Centomilioni, pubblicato per i tipi di Einaudi nella giovanissima collana “Unici”, in finale al Premio Campiello 2023, è il primo romanzo di Marta Cai, traduttrice e autrice della raccolta di racconti Enti di ragione (SuiGeneris, 2019).
La penna di Marta Cai racchiude, in appena centoquarantaquattro pagine, l’universo di Teresa, una donna di quarantasette anni che, al giorno d’oggi, vive appiattita sul fondale di una cittadina di pianura indegna di nota se non per l’immobilismo e l’anonimato a cui condanna se stessa e chi la abita.
Incapace di affrancarsi dal ruolo di brava ragazza imposto dai genitori a cui ha fatto di tutto per conformarsi, a costo di soffocare desideri, sogni, ambizioni, Teresa rimane schiacciata in una condizione di figlia perenne. La rinuncia al volere e al potere in favore unicamente del dovere ha scavato in lei un vuoto. A imbottirlo, la valanga inarrestabile di ordini, lamentele, pietanze della madre, la prepotente signora Maria, e l’assistenza al padre, il povero signor Piero, che da tempo si esprime solo a sorrisi e a ritornelli di canzoni antiche (se per Alzheimer o per sopravvivenza dinnanzi alla straripante e bisbetica logorrea della moglie, non si capisce). La quotidianità alienante di Teresa è scandita dalle ritualità culinarie della dieta di famiglia, esclusivamente carnivora, e dalle ore di lezione in un Istituto di recupero anni scolastici, dove insegna inglese senza passione. Si concede solo due spazi tutti per sé: il fumo, vizio appoggiato dalla madre perché da lei condiviso, e, da poco, un diario, all’insaputa della signora Maria.
Ma proprio quando la condanna a una vita tutta uguale sembra essere definitiva (scrive, Teresa, «per me non cambia niente, oggi è sempre oggi») ecco che il desiderio irrompe – inevitabilmente, con dolore – e assume le sembianze, bellissime, di Alessandro, suo ex studente appena maggiorenne. Mosso da un interesse ben diverso da quello che sconvolge l’esistenza di Teresa, la invita a prendere un caffè. La donna accetta e nel fantasticare, tardiva adolescente, una relazione con lui, consuma la prima ribellione della sua vita.
La scrittura di Marta Cai scandaglia gli abissi della condizione in cui la protagonista è relegata. Attraverso l’espediente del diario, le tecniche del discorso indiretto libero e del monologo interiore, restituisce a Teresa quella tridimensionalità a cui sembra aver abdicato in vita, riducendosi ad «appendice» muta dei suoi genitori, a una forma scorciata di se stessa, anche nel nome (per tutti, in primis per sua madre, è solo «la Tére»).
A presentarci le trasgressioni diaristiche della donna e a svelarne a poco a poco il ritratto è una voce narrante onnisciente – forse l’aspetto narratologicamente più curioso del romanzo -, che, interrompendo i flussi descrittivi e di pensiero e scongiurando, in questo modo, il rischio che diventino troppo faticosi, si rivolge, in prima persona, più volte, al lettore, instaurando un dialogo che prosegue fino all’ultima pagina. Dando prova di avere bene in mente Teresa e la sua città natale – anzi, diversi deittici fanno presumere che ci stia parlando proprio da lì -, questa voce invita all’indulgenza e alla comprensione nei confronti della sua creatura ficta così mediocre.
Conosciamo in questo modo «un’anima semplice», affettivamente immatura, costantemente invasa, con violenza, nel pensiero, dalle parole della madre. Il narratore, tuttavia, nel raffigurare la protagonista, non indugia mai nella commiserazione o nel vittimismo; piuttosto, a tinteggiare le scelte di sopravvivenza di Teresa, troviamo, accanto all’indulgenza, un’ironia pungente, amara, ficcante:
«[…] aveva scelto di iscriversi a Lingue, affinché quello che leggeva non venisse capito da sua madre. I segreti è inutile nasconderli, bisogna scriverli o pronunciarli in una lingua straniera. Meglio ancora in una lingua inventata, se si è in grado. Questo lo sa chiunque abbia un minimo di conoscenza di storia militare. La famiglia è guerra» (p. 101).
È guerra anche per Alessandro, cresciuto in un ambiente familiare disfunzionale quanto quello di Teresa (ipertrofico nell’assenza quanto quello della donna lo è nella presenza). Le tecniche narrative con cui vengono sviscerate le interiora di Alessandro sono le stesse grazie a cui ci vengono riportate le piroette mentali di Teresa, ma con alcune differenze sostanziali: nessun diario, per il ragazzo, nessun filtro narratoriale compassionevole nei suoi confronti. L’ironia caustica ma delicata con cui ci viene raccontata la «signorina senza qualità» lascia posto a un cinismo impietoso, che ben si adatta ai propositi predatori di Alessandro, sbruffone, ambizioso, in cerca di fortuna.
Centomilioni è un accumulo di divagazioni, incubi e fantasticherie plasmato da due forme di desiderio in grado di emergere solo attraverso le parole, o meglio, i pensieri – nei fatti, poco accade. Due forme di desiderio inconciliabili: Alessandro brama tutto quello che, quantificabile in denaro, gli permetta di fuggire dal «buco di merda» in cui vive; mentre Teresa, in lui, cerca tutto quello che non si può contare, tutto quello che non si è mai concessa di provare. Si potrebbe interpretare il titolo del romanzo come una sintesi metaforica di queste due tensioni: centomilioni – scritto tutto attaccato, a condensare l’enormità che racchiude – come l’ammontare esatto di una cifra in denaro, oggetto delle brame di Alessandro, che corrisponde, in lire, al patrimonio della famiglia di Teresa; centomilioni come un’iperbole, a significare l’incommensurabilità dei sentimenti più grandi, quelli che Teresa può solo fantasticare.
Non è una storia di riscatto, quella raccontata da Marta Cai, bensì un affondo nell’interiorità di personaggi non semplicemente piatti, ma appiattiti. Intorno a loro si agita una marea di comparse, gli abitanti della cittadina, il cui chiacchiericcio costante, l’affaccendarsi operoso tra le bancarelle del mercato – resi con efficacia dal brulicare descrittivo della lingua di Cai -, contrasta con l’immobilismo secolare in cui questo luogo sembra immerso («Tutto questo succede oggi, un oggi che per voialtri è il ventunesimo secolo, secolo liquido, senza ingranaggi, ma qui è all’incirca il 1950», p. 65). E al quale sembra condannare Teresa, Alessandro e anche questa vicenda, che si scioglie all’improvviso, come se si fosse trattata di un’allucinazione generata dalla solitudine della pianura, dove:
«[…] scruti l’orizzonte e continui a non vedere niente, se non qualche grumo di tetti e di campanili e di stalle identico a quello in cui già ti struggi, perciò resti dove sei, smetti di struggerti e aspetti che capiti qualcosa» (p. 65).
Ma, alla fine, non succede nulla. E, allora, l’unico movimento possibile è quello della mente.
Ginevra Portalupi Papa
Foto in evidenza di James Wheeler: https://www.pexels.com/it-it/foto/fotografia-selettiva-del-campo-di-erba-verde-sotto-il-cielo-bianco-e-grigio-1605325/
