Leggere “Se una notte d’inverno un viaggiatore” oggi

Nella storia della letteratura mondiale Se una notte d’inverno un viaggiatore è uno dei romanzi che meglio esplicita la componente attiva del ruolo del lettore. Con l’uso della seconda persona il narratore si rivolge direttamente al lettore, frantumando una quarta parete di carta e gettandolo nel vivo di una trama interattiva e di dieci piccole trame incastrate nel mezzo. Il lettore è appunto un viaggatore, e lo è sia il protagonista della storia, quello invocato all’interno del romanzo, sia quello in carne e ossa, che apre il libro e lo legge. Ogni volta che questo gesto avviene, l’opera vive. Questo accadeva quarant’anni fa, quando il libro era appena uscito, ma accade ancora oggi.

Eppure le due esperienze non sono uguali. Due atti di lettura, in generale, non possono mai essere identici, anche se a compierli è la stessa persona, fosse anche soltanto per il tempo che è passato da una lettura all’altra, per i cambiamenti che sono avvenuti all’interno di quel lettore, anche a seguito della lettura precedente.

Ma oltre a questa differenza, le opere di finizione invecchiano, e anche Se una notte d’inverno un viaggiatore perde inevitabilmente la sua attualità. Ma mentre altri romanzi ambientati nel proprio contemporaneo possono permettersi il lusso di invecchiare, di trasformarsi in un’espressione del proprio tempo e di diventare reperti storici, il libro di Calvino cammina su un terreno più fragile, in quanto insieme alla sua attualità rischia di sacrificare la sua interattività, punto chiave dell’opera.

Vediamo dunque quei casi in cui, all’interno del romanzo, emergono questi fantasmi di inattualità e se assegnano davvero all’opera una data di scadenza o se invece innalzano dei ponti verso altre terre di significato.

Questo discorso vale ovviamente per quelli che definirei “capitoli esterni”, quelli, cioè, che riguardano le avventure del lettore alle prese con la lettura di un romanzo che cambia continuamente. I dieci “capitoli interni”, ovvero le trascrizioni di questi romanzi letti dal protagonista, non corrono infatti lo stesso rischio: sono storie narrate in terza persona con tutto il diritto di invecchiare. Anzi, spesso si tratta di romanzi molto lontani, nel tempo e nello spazio, dal Lettore, e proprio su questa lontananza si gioca parte della tensione narrativa. Quel piccolo capolavoro del thriller che è la trascrizione del romanzo “In una rete di linee che s’allacciano” può dunque invecchiare benissimo nonostante poggi completamente sull’assunto che l’unica maniera per telefonare sia l’uso del telefono fisso.

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.

La questione è chiara già dalle primissime righe del romanzo, che sono di un’attualità sconvolgente se lette allora, risultano invece una bugia se lette adesso. La frase che apre Se una notte d’inverno un viaggiatore cristallizza un periodo contingente del tempo, il quale, se vogliamo tenerci larghi, include tutto il 1979, al massimo i primi mesi del 1980. Sicuramente la frase non è più vera nel’83, quando l’uscita di Palomar rende inevitabilmente falso l’aggettivo “nuovo”. Ma è chiaro dal contesto che segue nella narrazione che “nuovo” lì significhi “appena uscito” e che l’incipit esplode di pieno, vivo ed esplicito coinvolgimento giusto per una manciata di mesi. Dopodiché, la sospensione del giudizio e il distacco richiesti iniziano ad aumentare, in maniera direttamente proporzionale al passare degli anni.

Il lettore del futuro, dunque, è sin da subito costretto a una piccola traslazione, a uno spostamento cronologico che per quanto possa avvenire inconsciamente è comunque incisiva.

C’è anche da dire che “nuovo” è la settima parola del romanzo. Il lettore non sa ancora che avrà a che fare con un’opera diversa dalle altre. Forse quello “stai” proprio in apertura può avergli dato un indizio, e sicuramente l’”Italo Calvino” in chiusura di frase lo confonderà un po’, ma le porte sono ancora tutte aperte e l’aggettivo “nuovo” può rimanere, almeno per un po’, nel campo dell’indeterminato.

In questo senso, proprio la seconda persona è un artificio retorico potentissimo. L’autore non ha bisogno di grandi contestualizzazioni o descrizioni: il riferimento al tu è sufficiente a tirarti dentro. Siamo talmente poco abituati a questo modo di scrivere (e lo era ancora meno il lettore degli anni ‘70) che il centro gravitazionale di significato della frase ruota proprio attorno alla scelta della seconda persona, e il riferimento alla novità editoriale scivola in secondo piano.

Mentre un romanzo storico o fantasy, infatti, ha bisogno di pagine e pagine di ambientazione dettagliata e accurata per far spostare il lettore nel tempo e nello spazio, a Calvino è bastato esplicitare il destinatario del messaggio per rendere inoffensivi, almeno per ora, gli inevitabili contatti con la sua diretta attualità.

Il tagliacarte

I piaceri che riserva l’uso del tagliacarte sono tattili, auditivi, visivi e soprattutto mentali. L’avanzata nella lettura è preceduta da un gesto che attraversa la solidità materiale del libro per permetterti l’accesso alla sua sostanza incorporea. Penetrando dal basso tra le pagine, la lama rìsale d’impeto aprendo il taglio verticale in una scorrevole successione di fendenti che investono una a una le fibre e le falciano, con un crepitio ilare e amico, la buona carta accoglie quel primo visitatore, che preannuncia innumerevoli voltar di pagine mosse dal vento o dallo sguardo.

Calvino I., Se una notte d’inverno un viaggiatore, Mondadori, Milano, 2000 p. 78

Da qui in poi entriamo nel campo di quelle che definirei “involontarie inattualità future”, ovvero tutti quei casi in cui calando il più possibile l’esperienza della lettura nel suo mondo reale e contemporaneo, l’autore ha messo in luce elementi ad oggi estremamente inattuali.

Subito dopo aver aperto il romanzo, e aver iniziato a sfogliarlo e leggerlo, Calvino fa riferimento a un tagliacarte. Si potrebbe pensare che dal suo punto di vista si tratti di un riferimento innocuo.

Fino agli anni ‘60 del secolo scorso, infatti, la “scoperta” fisica del romanzo era lasciata al lettore. Era quest’ultimo che, munito appunto di tagliacarte, apriva le pagine una a una. I lettori si dividevano quindi in quelli che preferivano aprire tutte le pagine prima della lettura, costituendo quindi una sorta di rito preliminare; e quelli che invece diluivano il piacere dello spacchettamento una pagina alla volta.

Ad ogni modo, la pratica in sé doveva risultare qualcosa di ancora familiare per il lettore contemporaneo all’opera. Al contrario, per noi che fra le mani abbiamo probabilmente una delle molte riedizioni, o addirittura un e-reader con scaricata una copia digitale, l’uso del tagliacarte non ha più alcun senso.

Eppure il romanzo di Calvino è del ‘79, epoca in cui la pratica di rifinire le segnature direttamente in tipografia era già piuttosto consolidata. Dunque è ragionevole credere che già il lettore tenuto in mente dall’autore avrebbe dovuto ricevere quell’immagine come qualcosa di vagamente inattuale. Paradossalmente è proprio questa inattualità ad agganciare ancora di più il lettore reale, quello che fisicamente sta leggendo il romanzo, alla storia. Calvino avrebbe potuto mantenersi sul vago, semmai concedersi qualche generale riferimento alla carta, bruciandosi al massimo il coinvolgimento del lettore digitale, che tuttavia non poteva immaginare. Invece ha deciso di scendere nel particolare, nel descrivere pratiche minuziose e addirittura datate.

Proprio in questo modo il lettore esterno si identifica, riesce a ignorare la sua esperienza fisica, per immettersi in quella virtuale del lettore interno.

Calvino tenta anche di elencare tutte le possibili posizioni del caso:

seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga, Col libro capovolto, si capisce.

Ivi, p. 50

Ma per quanto si sforzi di risultare esaustivo ci sarà sempre un’eccedenza che impedisce l’aderenza completa fra l’esperienza reale e quella descritta nel romanzo. Calvino lo sa e gioca proprio con questa contraddizione.

Il flusso d’immedesimazione procede libero da ostacoli, come avviene con tutti i romanzi ben scritti e allo stesso tempo in maniera completamente diversa. Si tratta di un processo perfettamente bilanciato, a metà fra la lettura di un proprio diario appena scritto, la cui identificazione è dunque quasi totale, e la lettura di un romanzo storico o fantasy, in cui c’è la massima distanza. In Se una notte d’inverno un viaggiatore le alternative vengono chirurgicamente tagliate e cucite in modo da stare a pennello ad ogni lettore.

L’editore e le librerie

Sei passato in librerìa e hai comprato il volume. Hai fatto bene. Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi.

Ivi, p.51

Come abbiamo detto, per forza di cose il romanzo non contempla la realtà digitale. Ma ovviamente non può neppure immaginare la vendita online. Tutta la storia, dunque, è dominata da un universo di carta, copertine, librerie e manoscritti. Non si tratta di semplici elementi di contorno, ma di componenti necessari al progredire della trama: è in una libreria che il Lettore conosce la Lettrice.

sei apparsa per la prima volta al Lettore in una libreria, hai preso forma staccandoti da una parete di scaffali, come se la quantità dei libri tendesse necessaria la presenza d’una Lettrice

Ivi, p. 153

Negli anfratti delle logiche editoriali si giocano molti dei malintesi che portano alle continue interruzioni della lettura.

Addirittura una delle scene cardini del romanzo, importante soprattutto per le rivelazioni che si porta dietro, ha a che vedere con un certo immaginario editoriale che saremmo tentati di considerare lontano dalla contemporaneità, e che invece vi assomiglia moltissimo.

Nel corso della sua odissea editoriale il Lettore non può non entrare in contatto con un effettiva casa editrice, le cui logiche finiscono per travolgerlo e farlo smarrire ancora di più. Il cicerone del protagonista in questo viaggio è il Dottor Cavedagna, una sorta di tuttofare a cui i colleghi tendono a scaricare le pratiche più complesse o scoccianti.

Per quanto l’ufficio del Dottor Cavedagna venga descritto come dominato da quintali di carta, e il personaggio stesso faccia più volte riferimento a manoscritti e cartacee lettere di rifiuto, la lettura del mondo dell’editoria, anche piuttosto ironica e caustica è più attuale che mai. Su questo punto Calvino ha la fortuna di maneggiare un contesto psicologico e sociale che, nonostante gli anni che passano, sembra sempre piuttosto impermeabile al cambiamento. Già Leopardi si spingeva ad affermare che in Italia ci sono più persone che scrivono che persone che leggono, una realtà che, secoli dopo, è più che confermata.

All’inizio dell’incontro, il Dottor Cavedagna scambia il nostro protagonista per l’ennesimo aspirante scrittore:

Lei è venuto per il manoscritto? E in lettura, no, sbagliavo, è stato letto con interesse, certo che mi ricordo!, notevole impasto linguistico, sofferta denuncia, non l’ha ricevuta la lettera?, ci dispiace pertanto doverle annunciare, nella lettera c’è spiegato tutto, e già un po’ che l’abbiamo mandata, le poste tardano sempre, la riceverà senz’altro, i programmi editoriali troppo carichi, la congiuntura non favorevole, vede che l’ha ricevuta?, e cosa diceva più?, ringraziandola d’avercelo fatto leggere sarà nostra premura restituirle, ah lei veniva per ritirare il manoscritto?, no, non l’abbiamo mica ritrovato, abbia pazienza ancora un po’, salterà fuori.

Ivi, p. 117

Di fronte alla sconcertante attualità di un mondo nettamente marcato da un surplus di offerta di scrittori, dominato dalla logica del rifiuto, spesso giustificata da oscure congiunture e tendenze editoriali, più che da un limpido giudizio di qualità, il riferimento alla fisica restituzione del manoscritto è un’inattualità più che sopportabile.

Calvino ha gioco facile nel rendere sempre attuale la descrizione del mondo editoriale perché non lavora con la sua realtà materiale (transumante dal cartaceo al digitale) ma con l’immaginario. Quest’ultimo è fatto di topos narrativi che si modificano molto più lentamente della realtà quotidiana. Quindi “inviare manoscritti”, “fare una telefonata”, “l’odore della carta” dominano ancora quell’universo narrativo. Ovviamente gli scrittori, gli sceneggiatori e i narratori tutti hanno a che fare molto più con gli universi narrativi che con la realtà delle cose.

L’ambiente universitario

Se una notte d’inverno un viaggiatore non è soltanto un esercizio di stile, e ovviamente non vive in uno spazio neutro al di fuori del tempo e della storia. Chiaramente è un romanzo del suo tempo e per forza di cose racconta la propria contemporaneità.

Credo che quest’ultima emerga particolarmente nella descrizione del contesto universitario, in due scene in particolare: il colloquio con il professore di letteratura cimmeria Uzzi-Tuzii e la discussione al seminario di rivoluzione femminile.

Nel primo caso l’attualità la si può trovare tutta nell’intento parodistico della scena. Oggi come allora le facoltà umanistiche delle università sono dominate da specializzazioni minuziose sugli argomenti più minuziosi, incluse presunte lingue morte moderne i cui studiosi polemizzano fra loro, come è il caso della disputa cimbro-cimmerica del romanzo. La scena è attuale nella misura in cui lo sberleffo funziona ancor oggi.

Sebbene anche la seconda scena abbia un evidente intento parodistico oggigiorno ci si può sforzare di considerarla attuale soltanto se la si cala all’interno di nicchie molto specifiche, che non posso essere espressione di una certa tendenza studentesca o universitaria.

A questo punto viene aperta la discussione. Vicende personaggi ambienti sensazioni vengono spinti via per lasciare il posto ai concetti generali,

  • II desiderio polimorfo-perverso…
  • Le leggi dell’economia di mercato…
  • Le omologie delle strutture significanti…
  • La devianza e le istituzioni…
  • La castrazione…
Ivi, p. 115

I concetti generali scelti per l’analisi del testo, con quel misto di marxismo e psicoanalisi, non possono che far pensare agli anni ‘70.

Conclusione

L’elenco che ho proposto sicuramente non è esaustivo. Già dalle primissime pagine, per esempio, si fa riferimento a un uso massiccio di cabine telefoniche. Il romanzo è disseminato di tecnologie cadute in disuso e pratico socioculturali anacronistiche. Sul piano del contenuto è inevitabile riconoscere che Se una notte d’inverno un viaggiatore non è attuale.

Ma l’interattività ne risente davvero?

Leggere Se una notte d’inverno un viaggiatore oggi, rimane un’esperienza incredibile, ancora originale. Come è possibile?

Questo avviene perché, a prescindere dagli elementi d’inattualità, il romanzo ha messo sul tavolo l’elemento stesso dell’interattività. L’opera si può leggere tanto come un romanzo quanto come un saggio di critica letteraria. Opera Aperta di Umberto Eco è uscito quasi quindici anni prima e proprio in quegli anni i teorici e critici della Reader-response theory stavano mettendo a punto una vera e propria rivoluzione copernicana: lo spostamento del focus della critica dal testo al lettore. Quest’ultimo inizia gradualmente a recuperare il suo spazio e la sua dignità di carne e ossa in un contesto dominato da forme e strutture.

Se una notte d’inverno un viaggiatore, insomma, è un classico, proprio nel senso che lo stesso Calvino dava a questa parola.

D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

Calvino, Italo, Perché leggere i classici, Mondadori, Milano, 1991

Giuseppe Vignanello

Foto in Evidenza: Italo Calvino in bicicletta in Versilia, Wikimedia Commons

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