Resistenza e narrativa: intervista a Giovanni Dozzini

È sulle montagne dell’alta Umbria, sull’Appennino che si mescola alle Marche, che prima della liberazione da parte degli Alleati si combatterono alcune tra le prime battaglie partigiane. I piccoli gruppi organizzati e le bande sfidarono i nazisti in combattimenti rudimentali, d’avanguardia e per questo straordinariamente importanti. Il prigioniero americano (Fandango, 2023), il nuovo romanzo di Giovanni Dozzini (giornalista e scrittore perugino, autore tra gli altri di E Baboucar guidava la fila, con il quale ha vinto l’European Union Prize for Literature nel 2019), è proprio dentro questo contesto. Il libro racconta le vicende di Walter Orebaugh, console degli Stati Uniti d’America che, dopo l’8 settembre, fugge dalla fortunata prigionia che gli era toccata in sorte e si unisce a una neonata banda partigiana, la Brigata San Faustino. Elementi di una storia davvero accaduta che, però, trasformandosi in romanzo si modifica. Di verità storica e finzione, così come dell’impegno che ci vuole a scrivere un romanzo così complesso, ho parlato con l’autore. Una lunga chiacchierata iniziata con una domanda che ha a che fare sia con la curiosità sia con le motivazioni che spingono a scrivere un romanzo sulla Resistenza oggi. 

Che rapporto ha il tuo romanzo con una o più storie realmente accadute?

Questa è una domanda che ogni tanto mi fanno e io rispondo sempre che a me piacerebbe che il lettore non se lo ponesse questo problema; poiché, se il romanzo funziona, ben presto il lettore smette di chiederselo quanta finzione e quanta realtà ci sia. La lettura di un romanzo sigilla un patto di fiducia reciproco che dovrebbe nascere tra lettore e scrittore. Infatti, se il lettore è convinto del lavoro che ha svolto lo scrittore gli si affida e smette, mentre legge il romanzo, di chiedersi cosa sia vero e cosa non lo è. Allo stesso tempo, chiuso il romanzo, mi piacerebbe che qualsiasi lettore cominciasse a interrogarsi, provasse anche a cercare in proprio una dinamica da seguire, mostrando così come il romanzo sia anche un produttore di impulsi e di spunti di riflessione.

Dopodiché, siccome tu il romanzo lo hai letto e ne stiamo parlando, ti dico che c’è molto di vicino alla realtà, per quanto si possa stare vicini a una realtà accaduta 80 anni fa. Io ho cercato di fingere senza mentire: è chiaro che questo libro è finzione, è un romanzo, è narrativa. Però ho cercato di non mentire nella misura in cui per mentire si intende tradire lo spirito di quelle storie. Ho cercato di preservare quello spirito e di adoperare la realtà, cioè quello che io ho saputo sulla realtà dei fatti, a beneficio della costruzione narrativa.

Sei dunque convinto che il romanzo, anche un romanzo storico come questo, abbia una funzione sociale.

Sì, io penso che si scrivano romanzi anche per far ragionare un po’ la gente. Con una frase un po’ abusata, anche da me, io credo che si scrivano romanzi non per dare risposte, ma per fornire domande. Farsi delle domande è legittimo anche perché ci si chieda dove arriva la realtà e dove invece inizia l’immaginazione. 

Proviamo ad iscrivere il tuo romanzo all’interno di un “canone”, seppure molto ampio, sfaccettato e che dilungandosi lungo molti decenni ha cambiato forma, ovvero quello del romanzo di Resistenza. Al di là del valore che la Resistenza rappresenta e anche prescindendo dalle difficoltà con le quali si è dovuto combattere per mantenere alto il senso di questo momento: collocheresti il tuo romanzo all’interno del “canone italiano” (penso a Fenoglio, Vittorini, Calvino, Pavese, Revelli, solo per citarne alcuni) o secondo te in parte si differenzia? E se sì, in che modo?

Grazie per questa domanda, perché è una questione che mi interessa molto su cui ho ragionato tanto, anche se paradossalmente ciò è capitato più quando ho cominciato ad andare in giro a parlare del romanzo che prima di scriverlo.

Innanzitutto è evidente che non c’era nessun bisogno di un nuovo romanzo sulla Resistenza, considerando quanti ne sono stati scritti e di che valore. Allo stesso tempo mi pare evidente che il mio romanzo abbia delle differenze che in qualche maniera ne giustificano l’esistenza. Io ho amato moltissimo Vittorini soprattutto, ma insomma tutti quelli che hai citato: Calvino, Pavese, Cassola, ovviamente Fenoglio. È però pur vero che molti di loro hanno scritto i loro romanzi di Resistenza in maniera deliberatamente ideologica, poiché in quel momento c’era la necessità di consolidare una nuova forma di pensiero sulla società e sul passato recente.

Io, ottant’anni dopo, questo bisogno non ce l’ho più. (Anche se è evidente che la cronaca ci descriva una società italiana che forse avrebbe bisogno di rifarci un po’ i conti con quella tradizione.) Quindi io ho scritto un romanzo che, almeno nelle mie intenzioni, non è ideologico. Ne Il prigioniero americano non ci sono protagonisti comunisti, socialisti o di fazioni estremiste: ogni tanto compaiono, ma non rappresentano il cuore del romanzo.

Dalle tue parole sembra che te, in generale, voglia un po’ rifuggire l’idea di un romanzo ideologico eppure consideri la letteratura qualcosa che ha una funzione sociale: a primo impatto sembra una contraddizione. È una contraddizione generativa?

Assolutamente sì! Quando scrivo i miei romanzi, io ho molta paura di risultare ideologico, giudicante, moraleggiante… Quindi occuparmi della Resistenza in questo modo, ovvero con questo tipo di distacco, è stato anche una garanzia per raccontarla meglio. Io non avevo né il dovere né la volontà, soprattutto, di aggiungere un tassello ideologico alla trama già fitta, cosa che invece era centrale per Calvino, per Vittorini, per Pavese, ad esempio. Io volevo scrivere un romanzo, volevo raccontare una storia, cercando di rendere un’idea di quello spirito e cercando poi di far ragionare i lettori di oggi. 

Continuando proprio su questo, sono d’accordo sul fatto che il tuo sguardo sulla Resistenza abbia un senso nella misura in cui si differenzia da quello adottato, appunto, dalla tradizione a cui facevamo riferimento prima; e anche perché, in fin dei conti, i due personaggi principali del tuo libro sono un console americano che decide di unirsi a una banda partigiana e una ballerina ungherese che fugge dal carcere di Perugia e ha più di qualche storia da raccontare. Vicende laterali, se mi passi il termine. Ebbene, per quanto siano lontani tra loro i due personaggi risultano complementari e il lettore incontrandoli percepisce che entrambi alimentano due fuochi attigui. Al di là quindi dei rapporti che Il prigioniero americano ha con la storia vera, come hai lavorato a questa dicotomia durante il processo di scrittura?

Da un certo punto di vista mi è venuto piuttosto naturale, anche perché le fonti che avevo a disposizione sui due personaggi erano molto diverse. Per Orebaugh avevo a disposizione un memoriale scritto trent’anni fa e che è stato tradotto anche in italiano. Già di per sé un bel libro nel quale si racconta tanto: molti dettagli su quello che si presume abbia fatto, e anche su quello che più o meno aveva pensato e sentito durante quel periodo. Per Maria Keller, invece, avevo a disposizione delle fonti più indirette. E quindi già questo evidentemente ti mette nelle condizioni di modellarli in una maniera un po’ diversa. Dopodiché, andando avanti nella scrittura mi è stato chiaro anche cosa incarnavano l’uno e l’altra, divertendomi in parte a calcare la mano su questo aspetto. Orebaugh è l’espressione del nuovo corso, dell’uomo nuovo, del nuovo mondo che sta arrivando, l’America, egli sancisce in qualche maniera l’inizio del secolo americano. Lei incarna invece la decadenza della vecchia Europa, in particolare dell’Europa asburgica che sta di nuovo prendendosi a cannonate e proprio in quei mesi si conferma invece la fine del suo predominio sul vecchio continente.

Loro sono se stessi e io prima di tutto volevo raccontare la loro storia, perché poi è una storia che si è intrecciata veramente ed ha il suo fascino, e però le due persone, le loro storie, secondo me, avevano innanzitutto un potenziale narrativo e riflessivo importante.

Nel libro vengono descritte alcune scene di azione, scene militari, abbastanza decisive per lo sviluppo della storia e che avvengono in spazi ampi – montagne, pianori, vallate. L’impegno che serve per descrivere con le parole questi passaggi, secondo me, è molto perché gli spazi ampi sono difficilmente racchiudibili in poche parole. Come mai hai fatto questa scelta? Una scelta che secondo me funziona poiché fa il paio con tutte le piccole cose che succedono nel libro e che descrivi minuziosamente (lo sbriciolarsi di una sigaretta, i bicchieri semivuoti del vino sul tavolo della casa in cui i partigiani si ritrovano, e molto altro). In definitiva, come ti sei approcciato a queste parti di scrittura? È stata una scelta deliberata oppure no?

Innanzitutto questo è un romanzo piuttosto lungo in cui succedono tante cose. Ma dove ci sono anche tante parti di attesa perché la guerra partigiana in Umbria fino all’aprile del 1944 è stata una guerra a bassissima intensità. Del resto il movimento di liberazione si stava organizzando, stava cercando di capire cosa fosse, era in cerca di un’identità. La grande letteratura sulla Resistenza di cui parlavamo prima ci racconta il periodo successivo a quello che racconto io ne Il prigioniero americano, ovvero il grande inverno del 1944 sul fronte del Nord Italia. In Umbria, come in tutto il centro Italia, la Resistenza è finita nell’estate del 1944, perché quei territori sono stati liberati e la guerra non ha quindi fatto in tempo nemmeno a diventare una guerra guerreggiata.

Quindi, essendo un romanzo lungo e volendo alternare il tipo di avvenimenti che raccontavo, ho pensato fosse necessario alternare anche i registri e dunque la forma della lingua utilizzata. Ad esempio, la grande battaglia di Serramaggio viene descritta con una lingua tutta sua rispetto al resto. Le scene di attesa attingono tutte dallo stesso vocabolario e si ricordano vicendevolmente.
In generale, per me, così come ogni romanzo ha bisogno della sua voce, anche all’interno dello stesso libro l’autore può permettersi di cambiare registro se questo viene ritenuto funzionale al disegno complessivo. Nel mio caso ciò era fondamentale per poter giocare su registri diversi ed evitare di essere piatto nella trattazione di momenti dissimili.

Uno dei temi che torna nelle pagine del tuo romanzo è quello del potenziale tradimento, ovvero della possibilità che la realtà sia diversa da come si presenta. Forse questo problema era un problema reale e il timore dei partigiani di essere traditi era fondato. Ma facendo più un discorso letterario, il merito del romanzo, secondo me, è che il tradimento è sempre spiegato, non per questo motivato, ma contestualizzato a una distanza tale dagli eventi che ci permette di viverlo con più razionalità. Non so se sei d’accordo con questa lettura e se hai ragionato su questo aspetto durante la scrittura. 

Visto che lo riconosci come merito, non posso che essere d’accordo! Scherzi a parte, mi pare evidente che questa tensione sia costante almeno da un certo punto in poi e quello del tradimento è uno dei due grandi interrogativi che muove il romanzo a livello narrativo. Il primo è: riuscirà Orebaugh a far trasferire le armi dagli alleati con gli avvio lanci? Il secondo è: Maria Keller, chi è esattamente? È una spia che è venuta a fare il doppio gioco? Ma sia chiaro, Maria Keller è una donna (e un personaggio) a cui io tengo molto, perché nella vita ne ha viste tante e che fa di tutto per salvarsi la pelle quando sembrava avesse perso tutte le speranze perché condannata a 25 anni di carcere a nemmeno trent’anni d’età. Invece, nonostante tutti i dolori e i lutti, la vita le dà una possibilità in più e lei cerca di giocarsela in tutti i modi. 

Ma per tornare alla tua domanda, ho quindi cercato di raccontare perché tutti temevano di essere traditi e ho anche cercato di spiegare perché era plausibile che lei, tutto sommato, tradisse. Spiegare invece di giudicare; che poi sarebbe lo stesso meccanismo che uno dovrebbe adottare quando cerca di valutare la realtà, ovvero evitando di partire subito con giudizi tranchant. In prima battuta si dovrebbe cercare di capire, poi eventualmente il resto. È obiettivamente complicato nella vita reale di tutti i giorni, ma la letteratura deve farlo, lo può fare, perché deve portarti a ragionare su questo rapporto tra la realtà effettiva e le probabilità. Deve portarti, in qualche maniera, a farti venire a patti con la natura disperata dell’uomo aiutandoti, magari, anche a guardare agli altri con più compassione.  

Intervista a cura di Saverio Mariani

Foto di Matteo Kutufa su Unsplash

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