La storia naturale del maiale parla soprattutto di noi

Un po’ come noi. Storia naturale del maiale (e perché lo mangiamo), Kristoffer Hatteland Endresen
(Codice Edizioni, 2024 – trad. Andrea Romanzi)

Mentre completava la scrittura del suo lungo reportage narrativo, il giornalista norvegese Kristoffer Hatteland Endresen (e l’umanità intera) si è trovato di fronte alla diffusione di due virus contagiosissimi: da una parte l’esplosione della pandemia da Covid-19, dall’altra il perdurare di una coriacea epidemia di peste suina. I due fenomeni, apparentemente distanti, hanno invece numerose linee di continuità e per certi versi anticipano alcuni fenomeni che potremmo rivivere in un futuro prossimo. Ma, soprattutto, ciò ci ricorda simbolicamente il legame che c’è sempre stato tra l’uomo e il maiale, uno dei principali animali addomesticati dall’uomo e su cui quest’ultimo ha più riflettuto. Un po’ come noi. Storia naturale del maiale (e perché lo mangiamo), tradotto dal norvegese da Andrea Romanzi e edito da Codice Edizioni, affronta il legame storico che c’è tra i suini e gli umani; ovvero la distanza che gli umani hanno posto – anche linguisticamente – coi maiali e invece gli infiniti punti di contatto. 

Secondo l’autore, infatti «il destino dei maiali non è che il risultato della forza innovatrice e del giudizio degli esseri umani. Siamo stati noi ad allevarli e poi a rinchiuderli. Il racconto della storia dei maiali è anche il racconto della nostra storia» (p. 21). Per raccontare questa contiguità, Hatteland Endresen costruisce il suo reportage narrativo su due versanti: da una parte quello storico-critico, nel quale riporta fonti, studi e riflessioni storiche sul legame uomo-maiali; dall’altra ci racconta il suo avvicinarsi ad un allevamento di maiali a Jæren, una cittadina nel sud-ovest della Norvegia in cui la produzione di carne rappresenta la prima attività economica del distretto. In continuità con l’approccio che Michael Pollan ha reso celebre con il suo pioneristico Il dilemma dell’onnivoro (Adelphi, 2008) – approccio che hanno adottato un po’ tutti i libri che hanno voluto raccontare il rapporto tra umani e cibo, tra l’uomo e la natura di ciò che mangia e quindi le conseguenze delle sue scelte gastronomiche –, l’autore di Un po’ come noi ha lo scopo di capire in prima persona il riflesso concreto che hanno i dati, gli studi e le riflessioni “su carta” riguardo l’allevamento (intensivo e non) e le sue conseguenze. 

Hatteland Endresen muove i suoi primi passi a partire dalla constatazione che vi è in corso un «crescente conflitto culturale» che rappresenta l’attualizzazione della «vecchia storia della contrapposizione tra città e campagna, centro e periferia». Solo che, dice l’autore, «nel corso dell’ultimo decennio, il nodo centrale del dibattito si è spostato sempre di più dalle persone agli animali, e sono pochi gli ambienti in cui la lotta è più agguerrita che nell’industria suinicola» (p. 58). Tuttavia non è un caso se il dibattito intorno alla produzione di carne è diventato così rapidamente centrale nelle riflessioni di chi ha a cuore il futuro del pianeta. Come segnala lo stesso Hatteland Endresen, a partire dall’ultimo rapporto sul clima delle Nazioni Unite (lui fa riferimento a quello stilato nel 2019): 

«Il messaggio è inequivocabilmente chiaro: bisogna mangiare meno carne. […] Il 14,5 per cento di tutte le emissioni responsabili del cambiamento climatico e di natura antropica è rappresentato proprio dagli allevamenti. È una cifra che corrisponde alle emissioni dell’intero settore dei trasporti, su scala globale. In altre parole, equivale al totale delle emissioni di automobili, navi, furgoni e aerei tutti insieme» (p. 86).

L’aspetto più propriamente etico rispetto al consumo di carne è in piena continuità con quanto rilevato sopra; ciononostante l’autore sembra voler perseguire una via intermedia tra le due anime più radicali del “conflitto culturale” a cui accennavamo in precedenza e anzi criticando in più di un’occasione le posizioni «arroccate» che non cercano un dialogo.  

La ricostruzione storica del ruolo del maiale nelle organizzazioni umane è uno degli aspetti più interessanti del libro, poiché nessun cibo come il suino ha rappresentato un elemento di riflessione. Il divieto di mangiare carne di maiale da parte delle religioni islamica ed ebraica è una prescrizione tutt’altro che superficiale, piuttosto testimonia l’impurità con la quale è sempre stato visto il maiale e le difficoltà sanitarie delle sue carni. Ciononostante, l’elevato consumo di carne di maiale tra le popolazioni europee non di religione islamica ed ebraica, conferma l’eccezionalità di questa carne sopra le altre. Già nell’antica Roma il maiale, con la sua vita indolente, la sua carne saporita e grassa, poteva garantire un notevole quantitativo di energia a chi se ne cibava. 

«Lo stile di vita edonistico delle classi più agiate di Roma era ulteriormente enfatizzato dal fatto che il maiale era veramente adorato. Il cavallo veniva usato come animale da trasporto, il bue trainava l’aratro, la mucca e la capra davano il latte e la pecora produceva la lana. L’unico compito del maiale era quello di crescere e attendere di venire mangiato.» (pp. 134-135)

L’addomesticazione dei maiali negli ultimi secoli ne ha, tuttavia, cambiato il profilo genetico e – come riporta ampiamente l’autore – la sua natura di grufolatore e ricercatore continuo di cibo è stata via via strappata con la volontà di rendere tutto più facile e a portata di mano. I maiali attualmente allevati negli allevamenti intensivi e al chiuso, poco hanno a che fare con la primigenia Sus scrofa domesticus, molto più simile ad un cinghiale nero che a un porcellino rosa. Aver nascosto la macellazione degli animali agli occhi della gente è stato un altro passo che l’industria della carne ha compiuto affinché potesse avere «un prodotto più pulito e più invitante da offrire a consumatori sempre più esigenti» (p. 269). 

Ciò che Hatteland Endresen sembra volerci dire, anche attraverso il racconto del “percorso” dei maiali che ha contribuito ad allevare nella fattoria di Jæren, è che ciò su cui ci dovremmo concentrare è la smodata prevalenza della cultura sulla natura. Il rapporto tra le due, infatti, è sempre più sbilanciato e in alcuni casi conduce a esiti nefasti: «quando la cultura prevale sulla natura si verificano conseguenze indesiderate che, soltanto in seguito, rimpiangiamo di aver creato» (p. 285). È a partire dall’equilibrio/disequilibrio tra cultura e natura, quindi, che possiamo affrontare criticamente la storia degli umani e delle loro azioni, compreso l’allevamento di animali come i maiali con i quali, in modo abbastanza incredibile, condividiamo alcune caratteristiche cerebrali e genetiche. Le scelte personali, a partire da questa riflessione, saranno così, secondo l’autore, meno arroccate e più consapevoli, meno radicali e più capaci di parlare a chi non la pensa come noi.

Saverio Mariani

Foto di Benjamin Wedemeyer su Unsplash

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