La rappresaglia, Laudomia Bonanni
(Cliquot edizioni, 2025)

Cliquot edizioni sta compiendo il miracolo di riportare nelle librerie diverse scrittrici italiane di cui ormai non si sente quasi più parlare. Tra queste, Laudomia Bonanni, un’autrice che troppo presto ha perso la fiducia in sé stessa e posato la penna per non riprenderla più. Eppure di premi ne ha vinti nel corso della sua carriera: premio Amici della domenica del salotto Bellonci nel 1948 per la raccolta di racconti Il fosso, premio Viareggio nel 1960 per il romanzo L’imputata, premio Selezione Campiello nel 1954 per L’adultera, terzo posto allo Strega nel 1979 con Il bambino di pietra. Non solo, nel 1949 Eugenio Montale l’ha paragonata al James Joyce di Gente di Dublino. Acclamata dal pubblico e dalla critica, Laudomia Bonanni non si è tuttavia mai integrata davvero nel panorama letterario della metà del Novecento, incarnato soprattutto dal già citato entourage di casa Bellonci. Lo scarso successo del romanzo Le droghe del 1982 e il rifiuto editoriale a cui è andato incontro La rappresaglia nel 1983 hanno fatto il resto, tanto che solo nel 2003 quest’ultimo volume ha visto la luce, per poi ritrovarla ancora nel 2025 grazie a Cliquot edizioni.
La rappresaglia è un’opera difficile, spigolosa come la personalità di Laudomia Bonanni e le montagne abruzzesi in cui è ambientata. Il linguaggio è secco, diretto, aspro. La protagonista, la Rossa, è una donna che non le manda a dire e per questo è invisa agli uomini, i Neri, che l’hanno trovata sulla strada verso l’eremo di Acquafredda in compagnia di un’asina carica di armi. Potrebbe sembrare un classico contrasto tra due fazioni politiche, da un lato i partigiani e dall’altro i fascisti, ma dietro c’è di più. C’è l’odio verso una donna indipendente, solitaria, un’indemoniata, una fattucchiera a cui vengono attribuiti poteri divinatori e stregonerie, una forestiera da poco arrivata in città, un’avventuriera, una «puttana». Dice la Rossa a un certo punto:
«E magari sapete benissimo che il peccato propriamente non esiste. L’avete inventato voi. E buttato sulla donna. Il corpo del peccato.»
Sembra che Laudomia Bonanni parli attraverso la Rossa, dando voce alle sue idee femministe. «La rivoluzione è femmina, partorisce da sola, come me», afferma con convinzione la Rossa, che in effetti dà alla luce sua figlia in completa solitudine e senza urlare, senza emettere alcun gemito.
Prima di parlare della gravidanza, però, è bene sottolineare che il narratore, il più vecchio dei Neri, si pone come ulteriore alter ego di Laudomia Bonanni: anch’egli maestro, appassionato di scrittura e autore di alcuni racconti pubblicati su riviste di provincia, ma soprattutto isolato, schivo, diverso dagli altri e dunque non considerato né rispettato. È lui, mosso dal senso di colpa, a raccontare la storia della Rossa, di cui altrimenti non si sarebbe mai saputo nulla. Recita l’incipit del romanzo:
«Questi fatti non sono mai stati rivelati. Nessuno ha mai fiatato. Tutto sepolto. Presto vi cadrà la definitiva palata di terra, per così dire, dato che io, l’ultimo, sono vecchio».
La donna è incinta. Più volte nel testo ci si riferisce a lei con l’aggettivo «enorme», a indicare il suo stato avanzato. La gravidanza è la condizione che ritarda il suo assassinio, ma le sorti della Rossa sono decise sin dall’inizio: è una partigiana e come tale su di lei ricadono le responsabilità di varie morti e uccisioni che hanno colpito i Neri. È necessaria una rappresaglia, da cui il titolo dell’opera.
Tutto il romanzo è una lunga ed estenuante attesa che la Rossa partorisca, così che possa essere eliminata. Nel frattempo arriva un prete, un giovane appena uscito dal seminario, e vengono in visita altre donne, mogli di alcuni dei Neri. Nevica, esce il sole, tira vento. Il clima cambia, persone vanno e vengono, ma la Rossa è sempre lì a fare la spola tra la sua cella e la panca di fronte al camino acceso. Solo dopo aver messo al mondo la piccola, la sera prima della sua esecuzione, si farà accompagnare dal sacerdote fuori, a vedere le stelle. Un ultimo sguardo al cielo notturno prima di chiudere gli occhi per sempre.
La sensazione che si ha sfogliando le pagine è che la Rossa venga presentata come una donna forte, valorosa, mentre i Neri come uomini deboli, schiavi delle convenzioni e del potere, saliti fino in cima non si sa nemmeno per aderire a quale causa, accanitisi su una donna incinta che altro non è se non un capro espiatorio. In alcuni momenti le convinzioni dietro cui sono trincerati vacillano, ma se qualcuno tentenna, c’è sempre un altro a tenere viva l’intenzione di ucciderla, sia egli un uomo adulto o un ragazzino. Gli ideali violenti non risparmiano nessuno quando si tratta di uomini, è un argomento ancora purtroppo molto attuale. Anzi, sono spesso i giovani i più sanguinari, anche nel libro di Laudomia Bonanni.
«La prigioniera tenne gli occhi chiusi, il ventre le si sollevava al respiro come un otre. Si vergognarono di tenerla là in quello stato, aspettando di ucciderla. Fu quello il momento che nessuno se ne sentì più capace».
La rappresaglia è un romanzo potente e crudo che somiglia molto alle terre in cui si muovono i personaggi, soprattutto nel linguaggio. Quell’Abruzzo di cui hanno parlato tanti autori e autrici, come Natalia Ginzburg, Donatella Di Pietrantonio e Alessia Bronico.
La Rossa, è vibrante, viva. Fino all’ultimo il lettore spera che si salvi, per apprendere poi che non c’è salvezza per chi è condannato dal principio. Laura Fortini, nella prefazione, paragona la Rossa a Ida de La Storia di Elsa Morante e Agnese de L’Agnese va a morire di Renata Viganò, «entrambe apparentemente miti, entrambe fortissime», partigiane, donne. L’unica differenza è che la Rossa ha dovuto uccidere sulla falsariga di Alessandra, protagonista di Dalla parte di lei di Alba De Céspedes, altra autrice richiamata da Laura Fortini. In tutti i casi siamo di fronte a donne che combattono, che sono e fanno la rivoluzione (come direbbe la Rossa) e che in qualche frangente hanno dovuto compiere dei gesti di cui solo loro conoscono le vere ragioni.
«Sì, questa orribile femmina che hai davanti ama l’umanità più di voi».
Marta Grima
(immagine in evidenza di cottonbro studio da Pexels)
