Quando il presente è già ricordo: flashback e flashforward in “Safari” di Jennifer Egan

La gazza ladra è una rubrica curata da Francesca Rossi. Ogni episodio analizza un racconto e suggerisce le tecniche narrative da “rubare” per costruire storie efficaci.

Safari, Jennifer Egan
(da Il tempo è un bastardo, Mondadori; traduzione di Matteo Colombo)

Una delle cose forse più difficili da fare quando si scrive un racconto è confrontarsi con il tempo della narrazione. Di solito, le storie che decidiamo di scrivere sono ambientate in un passato più o meno lontano, e procedono generalmente in senso cronologico, dai fatti più remoti a quelli più recenti. Ci sono però dei casi in cui l’andamento lineare della narrazione non ci sembra adatto a ciò che vogliamo realmente raccontare. Il montaggio di una storia – ovvero, decidere cosa raccontare prima e cosa dopo – non è un aspetto secondario, ma è qualcosa di estremamente legato al contenuto stesso della narrazione. È per questo che molti scrittori decidono di utilizzare nei loro testi le tecniche di flashback e flashforward, ed è proprio quello che andremo ad analizzare oggi partendo dal racconto Safari di Jennifer Egan. 

Safari è stato pubblicato a gennaio 2010 su The New Yorker, ed è in realtà una delle tredici storie che compongono il libro  Il tempo è un bastardo. In questo romanzo di Egan, i singoli capitoli, oltre ad avere un legame stretto con la narrazione complessiva, hanno anche un senso narrativo a sé stante e possono quindi essere letti come dei racconti indipendenti.  

Il lavoro di Jennifer Egan è in questo caso particolarmente interessante perché è proprio uno di quegli esempi in cui la forma è il contenuto: il romanzo di cui fa parte Safari insiste molto sul tema della percezione del tempo e sugli effetti che il tempo stesso ha sulla vita dei personaggi, con delle storie che vanno avanti e indietro sull’asse temporale, dagli anni 70 fino a un futuro vicino ma immaginario. 

Parlando in particolare di Safari, Egan utilizza principalmente la tecnica del flashforward per mettere in relazione gli eventi del presente narrativo con quelli del futuro, e lo fa utilizzando un narratore onnisciente che però assume di volta in volta il punto di vista interno dei personaggi. In questo modo l’autrice riesce ad estendere l’arco temporale del racconto e a far emergere la natura prettamente soggettiva del tempo stesso. 

Il racconto è ambientato nel 1973, e uno dei protagonisti è Lou – un produttore discografico di mezza età con già due matrimoni falliti alle spalle – che si trova in vacanza in Kenya con due dei suoi quattro figli (Charlene, detta “Charlie” e Rolph) e la sua fidanzata ventitreenne Mindy. 

Per ciascuno dei personaggi, la vacanza-safari rappresenta un punto di non ritorno che segnerà un “prima” e un “dopo” nelle loro vite, e sarà per tutti loro un momento a cui attribuiranno l’inizio o la fine di qualcosa. Esattamente per questo motivo il racconto è costantemente percorso da un senso di nostalgia e di rimpianto, che è acuito proprio dall’utilizzo del flashback e del flashforward. 

Intrecciare passato, presente e futuro

Safari si apre con la rievocazione di un ricordo. Rolph e Charlie sono attorno ad un falò, insieme agli altri partecipanti al safari, quando Rolph si rivolge alla sorella con una domanda: 

«Ti ricordi Charlie? Alle Hawaii? Quella sera che siamo andati in spiaggia e ha cominciato a piovere.»

La domanda di Rolph non è solo un modo “pratico” per raccontare un evento del passato, ma è un invito preciso all’atto stesso di ricordare. Non è un caso che sia proprio Rolph a fare questa domanda, perché tra tutti lui è il personaggio più sensibile e profondo, oltre che quello maggiormente attaccato ai ricordi. Poche righe più sotto, incalza ancora la sorella: «Ti ricordi? che mamma e papà erano rimasti a bere qualcos’altro…»

Il tentativo di riandare al passato viene però subito spento sia da Lou che da Charlie, entrambi molto più concentrati sul momento presente. Lou è infatti languidamente abbracciato a Mindy, mentre Charlie guarda i due con aperta ostilità. Ma Rolph non si arrende: 

Rolph scuote la spalla della sorella. Vuole che ricordi, che senta di nuovo tutto quanto: il vento, l’oceano nero sconfinato, loro due che scrutavano il buio come in attesa di un grande segnale dalle loro vite adulte ancora lontane. «Ti ricordi, Charlie?». 

In questa breve sequenza Egan condensa già tutto il senso del racconto: da una parte l’attesa inquieta di un futuro che sembra lontano, dall’altra la necessità e il desiderio di dare un senso al passato. 

Poche righe più sotto Egan utilizza per la prima volta la tecnica del flashforward, quando al falò arrivano un gruppo di guerrieri samburu che iniziano a suonare dei tamburi. In quel momento, Charlie si alza in piedi e inizia a ballare con uno di loro, sentendosi per la prima volta come «un’altro tipo di ragazza, di quelle ragazze che a casa la mettono in soggezione», chiaramente al solo scopo di attirare l’attenzione del padre. 

È  a questo punto che il focus del narratore si sposta da Charlie al guerriero, di cui viene raccontata brevemente la storia futura: 

Fra trentacinque anni, nel 2008, questo guerriero rimarrà coinvolto negli scontri tribali tra kikuyu e luo, e morirà in un incendio. Di qui ad allora, avrà avuto quattro mogli e sessantatré nipoti, uno dei quali, un maschio di nome Joe, erediterà il suo lalema: il pugnale da caccia di ferro che ora il guerriero porta appeso al fianco in un fodero di pelle.

Il flashforward continua ancora per diverse righe, arrivando a coprire anche parte della vita di Joe: lui e Lulu – la sua moglie americana «compreranno un loft a Tribeca, dove il pugnale da caccia del nonno sarà esposto in un cubo di plexiglas direttamente sotto un lucernaio.» 

In questo caso, l’anticipazione del futuro, pur riguardando un personaggio secondario,  serve a creare un primo ponte tra passato, presente e futuro. Un elemento con cui Egan riesce a rendere il tutto più efficace è il dettaglio del coltello: quell’oggetto che adesso penzola al fianco del guerriero sarà lo stesso che verrà ereditato da suo nipote, e che diventerà a sua volta un talismano rievocatore del passato, a testimonianza del fatto che le cose materiali hanno una permanenza molto più lunga nel mondo rispetto ai loro proprietari. 

Oltre a questo, il flashforward serve anche a Egan per ricollegarsi alla più ampia struttura del romanzo all’interno del quale è inserito questo racconto-capitolo. Come detto,  Il tempo è un bastardo è infatti un insieme di storie indipendenti ma tra loro collegate,  e in questo senso la storia del guerriero costituisce una sorta di mini-racconto all’interno della più ampia storia dei personaggi principali di Safari. 

Dopo questa sequenza torniamo nel presente. Lou, infastidito dall’atteggiamento di Charlie, prende Rolph da parte e va a fare due passi con lui. I due parlano, si confidano, e utilizzando solo poche battute Egan ci fa intravedere un futuro complicato per il loro rapporto padre-figlio. La scena finisce riprendendo l’incipit del racconto, con una sorta di ricordo anticipatorio di Rolph: 

Il cielo è gremito di stelle. Rolph chiude gli occhi, li riapre. Pensa: Questa notte me la ricorderò per il resto della mia vita. E ha ragione.

Il presente è già ricordo

Il fulcro centrale del racconto è la scena del safari vero e proprio, che si svolge successivamente alla scena del falò (probabilmente il giorno dopo). In questo momento, Egan cambia il punto di vista: dopo aver assunto quello di Rolph e Charlie, passa a quello di Mindy. Il fatto che il narratore onnisciente assuma di volta in volta la focalizzazione interna di un personaggio diverso è un altro elemento di continuità con il romanzo nel suo complesso, e serve anche a sottolineare il diverso significato che i singoli protagonisti danno agli eventi di cui fanno collettivamente esperienza. 

Anche Mindy, come Rolph, ha una sua particolare percezione del tempo. Quando Lou, di tanto in tanto, le porge le cuffiette per sapere cosa pensa di alcune tracce musicali, lei si sente come se il presente fosse già un ricordo: 

Quell’esperienza così privata, il modo in cui trasforma l’ambiente circostante in una serie di immagini dai toni dorati montate su una colonna sonora, come se rivedesse questa avventura in Africa con Lou da un futuro lontano.

Tornando alla sequenza narrativa del presente, Mindy, Lou, Charlie e Rolph si trovano in una jeep insieme ad altri membri del gruppo vacanza. A guidare c’è Albert, un ragazzo inglese che vive a Mombasa e per cui Mindy sente una strana attrazione. Tra i passeggeri c’è anche Chronos, il bassista dei “Mad Hatters”, una delle band gestite da Lou. Ad un certo punto Albert prende una svolta imprevista, e dopo qualche minuto ferma la jeep di  fronte ad un gruppo di leoni – «due femmine, un maschio, tre cuccioli» – che mangiano la carcassa di una zebra. I passeggeri si sporgono dal tettuccio aperto per fare le foto, e Mindy rimane per un momento da sola con Albert seduta dentro la macchina. È in quel momento che lui le dice esplicitamente che prova attrazione per lei, e in un breve dialogo Mindy fa intendere che il rapporto con Lou è solo temporaneo. 

«Ho le mani legate»
«Per sempre?»
Lei sorride. «Ma figurati. È un intermezzo.» 

Ad interrompere questa sequenza intima – quasi sospesa nel tempo – è Chronos, che uscendo dalla jeep si avvicina ai leoni per scattare delle fotografie.  Albert gli urla di rientrare, e nel farlo utilizza una formula ben precisa

«Torna indietro» dice Albert, con sussurrata urgenza. «Cammina all’indietro, Chronos, molto piano

In questo passaggio Egan gioca apertamente con le parole: Chronos in greco significa “tempo”, per cui Albert sta letteralmente ordinando al tempo di tornare indietro. Ma il tempo non può tornare indietro, e infatti Chronos avanza incautamente, finché la leonessa non lo attacca, piombandogli sulla testa. Subito dopo Albert spara un colpo, uccidendo l’animale e salvando Chronos. Più tardi, mentre la jeep corre veloce verso l’ospedale più vicino, Rolph chiederà a Mindy se «Chronos è morto», e in un certo senso il tempo presente è morto sul serio, perché l’evento a cui hanno appena assistito è diventato – nel momento stesso in cui è stato vissuto – un ricordo che è anche una storia da raccontare.

Il tempo circolare 

Fino a questo momento Egan ci ha mostrato come usare il flashforward e l’alternanza del punto di vista per restituire un’immagine complessa e soggettiva del tempo. La parte finale del racconto però è quella che utilizza in maniera ancora più esplicita queste due tecniche. 
«Quando dopo cena il gruppo si accalca nel bar dell’albergo, tutti sembrano averci guadagnato qualcosa», scrive Egan. Ed è vero: gli eventi che si sono susseguiti dopo la gita nella savana hanno inevitabilmente comportato dei cambiamenti in tutti i personaggi. 

Se nel primo flashforward che abbiamo visto l’autrice si è concentrata sulla storia di un personaggio secondario, nella parte finale del racconto Egan lo utilizza per raccontarci cosa accadrà nella vita futura dei personaggi principali

Mindy, per esempio, una volta tornata alla sua vita da studentessa squattrinata, accetterà di sposare Lou e avrà da lui due figlie. In futuro, ripenserà al safari come l’ultimo momento in cui avrebbe potuto scegliere una vita diversa: 

Ma Mindy pensa ad Albert, come continuerà periodicamente a fare anche dopo aver sposato Lou e aver avuto da lui due figlie (…). Per un po’ la sua vita sarà infelice: avrà l’impressione che le bambine piangano troppo, e ripenserà con nostalgia a questo viaggio in Africa come all’ultimo momento felice della sua vita, quando ancora aveva scelta, quand’era libera e priva di incombenze.

Ma il salto nel futuro più potente è quello riguardante Rolph, che però ci viene raccontato in maniera indiretta tramite Charlie. L’ultima scena del racconto vede infatti Charlie e Rolph che ballano di notte, sulla spiaggia, in una sorta di corrispondenza con il ricordo delle Hawaii, che viene infatti richiamato direttamente: 

«È  come alle Hawaii» dice Rolph, che vorrebbe fosse tanto vero. Gli ingredienti ci sono: il buio, la spiaggia, sua sorella. Ma non è lo stesso.

Di nuovo torna l’abitudine di Rolph a guardarsi indietro, ma anni dopo sarà invece Charlie a riguardare a quel momento con nostalgia e rimpianto, quando tutto sarà ormai compromesso: 

Sarà proprio a quel ricordo che tornerà più e più volte, per il resto della sua vita, anche molto tempo dopo che Rolph si sarà sparato in testa nella casa di suo padre all’età di ventotto anni: suo fratello da bambino, con i capelli lisciati sulla testa, gli occhi luccicanti, che timidamente impara a ballare.

Punti di forza del racconto in breve: 
  1. Dialogo costante tra tre piani narrativi e temporali tramite rievocazioni del passato e l’uso del flashforward
  2. L’utilizzo ben calibrato dei diversi punti di vista per sottolineare la molteplicità dei modi in cui un evento collettivo può essere vissuto e interpretato singolarmente
  3. La coerenza della struttura del racconto e del suo contenuto, che si ricollega anche alla struttura più ampia del romanzo in cui il racconto stesso è inserito 
  4. Un linguaggio preciso, fortemente attaccato alla realtà, ma allo stesso tempo evocativo e simbolico, come dimostra la scena dell’attacco della leonessa a Chronos

Francesca Rossi

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