Malefica, Nicole Trevisan
(Fandango Libri, 2026)

Uscito in libreria lo scorso 27 febbraio per i tipi di Fandango Libri, Malefica è il romanzo d’esordio di Nicole Trevisan, già autrice di racconti, recensioni e articoli su riviste letterarie online e cartacee, come Rivista Blam!, Spaghetti Writers, Nazione Indiana, Topsy Kretts, malgrado le mosche e altre. Nel 2023 ha inoltre vinto il Premio Zeno nella sezione racconti lunghi con La ragazza. Una penna riconoscibile, quella di Nicole Trevisan, che non si smentisce neanche in questo romanzo, un testo feroce che non fa sconti a nessuno, soprattutto alla protagonista, Aurora.
«Ho cercato il germe della mia infezione addosso a chiunque, ai portatori sani e a chi mi sembrava malato quanto me. Ho accusato dio, patria e famiglia, il destino e per ultimo tu, che sei fantasma. Non l’ho mai accettata questa maledizione, avrei voluto essere buona. Ci ho provato, ogni tanto (ripetevo, ripetevo, ripetevo – fallivo). Per ripicca, ho eccelso nell’opposto. Sono Malefica».
Aurora è una Millennial fuggita dalla provincia veneta a Bologna per studiare Giurisprudenza e poi a Roma per frequentare un Master e cercare lavoro, ma a trent’anni (più o meno) ha in mano soltanto contratti a termine sottopagati, un appartamento condiviso e una relazione poliamorosa che non la soddisfa. Dopo anni di assenza dalla sua città natale, un paesino del basso veneto, decide di tornare per assistere al funerale di un suo caro amico del passato, Andrea, deceduto in circostanze che vengono chiarite alla fine del libro.
L’incidente scatenante ricorda quello del film Volver – Tornare di Pedro Almodóvar, in cui due sorelle vengono richiamate nella Mancia dalla morte della zia Paula. Poi al funerale parteciperà solo una delle due, ma questa è un’altra storia. E diversa è anche la vicenda narrata da Nicole Trevisan, in cui il Veneto è quasi un personaggio a sé, regione che uccide e dà la vita, affama e nutre, avvelena e guarisce.
Il rapporto di Aurora con la propria terra di origine è di amore e odio, ma a ben vedere tutti i sentimenti e i legami di Aurora oscillano tra questi due estremi, anche la relazione con il proprio io, guidata da una forza auto-distruttiva atavica e impossibile da sradicare.
«Io giro le chiavi nella serratura e mi domando la logica di questa bestiola notturna affamata di luce, quando in natura non esiste altro che il buio: in un mondo che non c’è più, volavano incontro ai fuochi e alle stelle? Il loro più innato desiderio è quello di bruciare? Le guardo un’ultima volta, caotiche e drogate di fotoni. Anche le falene covano un mistero genetico, come me. Fanno qualcosa di assolutamente illogico senza saperne fare a meno».
Nicole Trevisan ci consegna un personaggio respingente, intrappolato dentro sé e il ruolo che si è ritagliato: quello della bambina cattiva, che guasta tutto ciò che incontra sul proprio cammino; la strega che gli altri hanno provato a redimere senza riuscirci; la ragazza condannata a compiere la propria maledizione, una profezia che si auto-avvera. Malefica, appunto. («Sono qui per rovinare tutto. Per imbrattare la scenografia della loro vita ineccepibile»).
Colpisce la scelta di chiamare la protagonista Aurora e di soprannominarla Malefica, un aggettivo utilizzato da Aurora inizialmente per additare altre persone e che poi rivolge a sé medesima. Una decisione che riecheggia la buona e la malvagia de La bella addormentata nel bosco. Forse è un caso, o forse no. Ci si potrebbe leggere un’ulteriore doppiezza: Aurora, come chiunque, cela lati luminosi e lati in ombra. Non è dannata, non per sempre.
Aurora è anche il simbolo di una generazione precaria, sradicata, priva di punti di riferimento. Partita dalla provincia per cercare fortuna nelle grandi città, salvo poi tornare nel posto in cui qualche caposaldo c’è ancora, anche se sbilenco. Amici accasati in villette a schiera ordinate la cui più alta ambizione sembra quella di sposarsi e mettere al mondo una copiosa prole; famiglie disfunzionali con dinamiche che si ripetono immutate da anni, forse secoli; coltri di nebbia come compagne di viaggio, al contempo nascondiglio e pericolo; non-luoghi che muovono l’ingranaggio dei ricordi e affondano i denti delle ruote là dove fa più male. Aurora percorre la strada della ribellione, poi fa marcia indietro in direzione Veneto, tra le dita un biglietto di sola andata e in testa un ritorno alla Capitale che non si sa se e quando diventerà reale.
«[…] proiettarmi indietro, a quando ho deviato dalla strada che mi veniva tracciata davanti, una colpa che non ho considerato, nell’enfasi della ribellione, nella sperimentazione di una vita diversa, dove non ci fosse nessuno a chiedermi conto di chi fossi figlia, di dove vivessi e di che carriera volessi, con che margini di guadagno, al fianco di chi».
Con una scrittura cruda, graffiante, che ricalca i pensieri rabbiosi di Aurora, Nicole Trevisan ci racconta una storia di crisi identitaria, memoria e tentativo di catarsi. Lo fa attraverso una protagonista che vorrebbe essere chiunque, tranne se stessa; che esplora l’arte degli scacchi come terreno di lotta e strategia, camuffandosi dietro i panni della russa Irina Smirnova; che dopo anni di lontananza riprende la costruzione di ciò che aveva lasciato a metà, azione che nel linguaggio di Aurora si traduce in devastazione fisica, morale ed emotiva; che vorrebbe riavvolgere il nastro, rifare tutto da capo, scrivere per lei un altro destino, un’altra fine. Ma viaggiare nel tempo non si può, e Aurora lo sa. Ogni volta raccoglie i cocci e fa i conti con chi e cosa ha perso, con chi e cosa le restano ancora. È un ciclo che si ripete, che si chiude e si riapre, che non offre una vera via di fuga, ma lascia intravedere un’opportunità: quella di riconoscersi nelle crepe e accettare le proprie responsabilità.
La forza di Malefica sta proprio nella lucidità con cui Aurora si osserva. Non c’è morale, non c’è consolazione piena e non c’è redenzione nelle pagine di Nicole Trevisan. C’è una consapevolezza che costringe la protagonista a guardarsi senza più alibi, senza la possibilità di riscrivere ciò che è stato o di addolcirne i contorni. Ma in fondo rimane la speranza di spezzarla, un giorno, quella maledizione.
«Non riesco a entrare nei contorni della società e sono ostile a me stessa. Ogni tentativo di addomesticarmi mi opprime.
Non posso guarire da quello che sono. Dentro, sarò per sempre sola».
Marta Grima
(immagine in evidenza di Foto di Mariah Bushek da Pexels)
