André Malraux, il mitomane che ha narrato la vertigine di vivere

La condizione umana, romanzo ammantato di mito e di leggenda, è stato un libro di culto per diverse generazioni. Lo dimostrano i nomi illustri di chi lo ha stimato, ma anche il caso di un omicidio avvenuto in Francia nel ’49 a opera di due minorenni. Oggi, tuttavia, resta forse poco dell’eredità del suo autore, che non è stato tutto ciò che aveva detto di essere.


Quando si parla di André Malraux, i confini tra realtà e leggenda si confondono. È stato «il figlio del secolo», tra i favoriti per il Nobel[1], l’eroe rivoluzionario che avrebbe combattuto in Indocina e nella Guerra Civile spagnola, per oltre un decennio Ministro della Cultura e della Propaganda per Charles de Gaulle, autore del «livre du siecle»[2] che è quel La condition humaine considerato tutt’ora in Francia uno dei romanzi più importanti del Novecento[3]; ma è stato anche, prima ancora che tutto questo, un falsario, un baro, un mistificatore, un mitomane; autore, oltre che di romanzi, di un’agiografia personale con cui ha creato il mito di sé.

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Alla scoperta di Sadeq Hedayat e la sua civetta cieca

La civetta cieca, Sadeq Hedayat
(Carbonio Editore, 2020 – traduz. di A. Vanzan)

lacivettaciecaCarbonio Editore pubblica una perla di rara bellezza importata direttamente dall’Oriente: La civetta cieca di Sadeq Hedayat, romanzo breve considerato dalla critica come pietra miliare della letteratura persiana contemporanea. Un libro che all’inizio mi aveva incuriosito per la descrizione in seconda di copertina a cui in genere non faccio molto affidamento; in questo caso però sono contenta di aver seguito l’istinto, poiché leggendo la curiosità si è velocemente trasformata in timore reverenziale, e quando questo succede, spesso vuol dire che si ha a che fare con un’opera, e un autore, il cui impeto intellettuale non si consuma esclusivamente entro i limiti delle pagine scritte, ma fuoriesce andando oltre.

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