Sulla soglia della caverna – Cecità, conoscenza e diegesi nella letteratura antica e contemporanea

La barriera tra due mondi

Chiudendo un occhio sulla questione omerica, potremmo affermare che l’arte del racconto è nata in grembo a un cieco. In effetti nella letteratura di ogni epoca la cecità ha sempre mantenuto un canale privilegiato con la nozione di conoscenza. Nella cultura del mondo greco antico, questo rapporto si è manifestato in modo più accentuato, in virtù di alcune figure della tradizione che, nelle loro caratteristiche, hanno reso esplicito come la cecità costituisse il sigillo di una condizione di speciale contatto al confine tra due dimensioni, in particolare vita-morte e umano-divino.

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La distopia prima della distopia: origini di un genere piuttosto in voga

Ormai le distopie sono ovunque, la letteratura ne è così satura che molti autori di romanzi inerenti al genere attribuiscono alle proprie opere tutt’altra definizione, quasi che l’etichetta di distopia fosse ormai denigrante. Ad esempio, in una recente intervista per illibrario.it, è stato chiesto ad Alessandro Bertante perché definisse utopia il suo ultimo romanzo ambientato in un futuro tutt’altro che positivo, e lui ha risposto, tra le altre cose: “perché l’immaginario distopico è oramai prevedibile e troppo abusato”[1]

In effetti Bertante non ha torto. Anche chi non è solito leggere questo genere sarebbe in grado, senza pensarci troppo, di citare subito il nome di qualche opera letteraria tra quelle pubblicate negli ultimi anni così come tra i grandi classici alla 1984, Fahrenheit 451, Arancia Meccanica, Il mondo nuovo, ecc. Con altrettanta facilità potrebbe citare film, serie-tv, graphic novel, che al pari del romanzo e del racconto sono stati penetrati dalla corrente distopica. Quel che invece è meno risaputo è quale sia l’origine del genere. Continua a leggere