Il rischio dell’irrilevanza: le riflessioni di Todorov sul futuro della letteratura

La letteratura in pericolo, Tzvetan Todorov
(2018, Garzanti – trad. E. Lana)

 

letteratura in pericoloUn vero e proprio allarme per il futuro della letteratura viene lanciato da Tzvetan Todorov, critico letterario e filosofo di fama internazionale, nato in Bulgaria nel 1939, naturalizzato francese  e morto a Parigi l’anno scorso. La letteratura in pericolo è il titolo di un suo libro uscito nel 2006 e che Garzanti ripubblica ora in nuova edizione. Dunque, perché la letteratura è in pericolo? La risposta a questa domanda è molto più interessante se preceduta da un’altra domanda: chi è Todorov, e che diritto ha di sostenere che la letteratura sia in pericolo?

Tzvetan Todorov è uno degli studiosi che ha dato una vera svolta agli studi letterari nella Francia della seconda metà del Novecento. A soli 26 anni curò un libro, I formalisti russi, che ha fondato, insieme ad altri, un nuovo metodo di studio: lo strutturalismo. Lo strutturalismo, semplificando, immagina il testo come una struttura che ha bisogno di elementi portanti perché sia stabile. Per capire come è fatto un testo bisogna dunque isolare questi elementi e studiare come sono stati composti assieme dall’autore. Un critico strutturalista quando legge un libro si chiede almeno: chi dice le cose che sto leggendo? (Renzo? Lucia? Manzoni?) Quando le dice? A chi? Chi vede le cose che sono descritte? Che rapporto c’è fra chi racconta e la storia raccontata? In sostanza cerca di ricostruire che problemi l’autore ha dovuto risolvere per arrivare al risultato finale che noi leggiamo, come se si trattasse di un architetto che studia la stabilità di un edificio.

Questo tipo di lettura ha il merito dell’adesione completa al testo e di un elevato rigore scientifico, almeno nella produzione dei dati: ciò tuttavia richiede che si sappia maneggiare un certo numero di strumenti, che rendono questo metodo piuttosto ostico per i non addetti. Lo strutturalismo ha avuto in Francia un successo straordinario, e per anni la ricerca si è indirizzata nell’affinare gli strumenti di lavoro e renderli sempre più precisi, raggiungendo brillanti risultati da una parte ma anche vette di tecnicismo al limite dell’esoterico dall’altra.

Tzvetan Todorov, Gerard Genette e Roland Barthes possono essere considerati a buon diritto i padri fondatori di un nuovo modo di leggere i libri. Tuttavia Todorov ritiene questo stesso atteggiamento critico uno dei responsabili (non l’unico) di un impoverimento della letteratura. La sua tesi è che gli studi letterari non consistano più nello studiare le opere ma nello studiare i mezzi più adeguati per studiare le opere. Ciò è vero, ma non solo per lo strutturalismo: il punto è che qualunque metodo non può essere preso come un dogma, pena l’irrilevanza. Lo strutturalismo più di altri corre questo rischio, come lo corre la filologia, perché ha definito più di altri gli strumenti di cui si serve.

La posta in gioco, almeno in Francia, è alta, perché uno studente universitario che ha fatto dello strutturalismo una fede rischia di trasmettere, una volta professore, più la tecnica letteraria che l’amore per la letteratura.

Secondo Todorov questo atteggiamento critico è infatti penetrato in forma deteriore nella scuola francese, al punto da far perdere a molti l’interesse per la letteratura. Ciò è meno vero in Italia, in cui la parte del leone la fa la storia della letteratura piuttosto che l’analisi del testo: il classico tema di italiano è molto spesso una ricostruzione del contesto storico-letterario in cui si inserisce l’autore, per la quale non è richiesta una conoscenza specifica delle singole opere.

Un po’ di strutturalismo nelle nostre scuole in realtà non farebbe male. Un qualunque studente di liceo si trova abbastanza a suo agio a scrivere un tema sulla provvidenza nei Promessi Sposi o su Foscolo e il neoclassicismo, ma invece è decisamente in difficoltà a dire qualcosa di non banale sui Malavoglia, in cui qualche conoscenza di tecnica narrativa è necessaria. Il fatto che nelle nostre scuole non sia scontata nemmeno la distinzione fra autore e narratore (un pilastro dell’analisi del testo in generale e dello strutturalismo in particolare) contribuisce, a mio parere, a una lettura riduttiva di alcune opere, di cui I Malavoglia, odiati pressoché da tutti gli studenti, sono forse il caso più rilevante.

Dunque, riflettere intorno ai rischi per la letteratura porta di fatto ad affrontare la domanda: perché la letteratura? La letteratura ha un valore universale (cioè condivisibile da un qualunque essere umano) non quando parla di se stessa, ma quando parla del mondo. Ciò che la qualifica e la rende diversa da qualunque altra arte o disciplina è la capacità di farci vivere, per il breve spazio di un libro, vite diverse dalla nostra, farci incontrare persone, esplorare luoghi e tempi ignoti; la letteratura è necessaria perché che abbiamo bisogno di vedere il mondo con gli occhi degli altri. Ciò ci rende uomini più acuti, più “politici”, più aperti.

Una letteratura non chiusa su stessa, ma che ci parli della realtà e ne abbia il sapore: questa è la tesi di Todorov, che potrebbe essere accompagnata da una citazione tratta da Proust, spesso ingiustamente preso a modello di una letteratura troppo “letteraria”:

Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi, di vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è.[1]

Nella scelta di Garzanti di ripubblicare La letteratura in pericolo a distanza di 11 anni si può leggere, oltre all’occasione fornita dalla recente morte dell’autore, anche forse un monito: a non dimenticare la lezione di un grande intellettuale che ha saputo, dopo una vita dedicata allo studio accademico, dare una visione della letteratura ancora candida e “ingenua”, come quella di un ragazzo.

Adriano Cecconi

[1] M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Newton Compton, 1990,  p. 1815.

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