Black River, tra apocalisse e follia

Black River, Josh Simmons
(001 Edizioni, 2018
Trad. Valerio Stivè)

black-riverDa sempre l’umanità è stata ossessionata dalla paura o dall’aspettativa o dal desiderio della fine del mondo, e l’eco di visioni bibliche o eddiche risuona tutt’oggi nella cultura contemporanea; sconvolgimenti meteorologici, asteroidi, inondazioni, incendi, terremoti sono solamente alcuni dei cataclismi che sono stati proposti (e riproposti) in una moltitudine di forme diverse in qualunque arte narrativa, che sia letteratura, cinema, fumetto o videogioco. Ecco, in Black River, la Terra viene colpita da tutte queste calamità, o almeno questo è quello che si vocifera.

Si raccontano dunque le peripezie e le illusioni di un gruppo di donne (e un uomo e un cane) che cercano di sopravvivere – e vivere – in un mondo post-apocalittico impregnato di pazzia: ogni convenzione sociale è stata dimenticata e rimpiazzata da una nuova realtà perversa, violenta e dominata da pulsioni e perversioni.

La sensazione che si ricava dalla letteratura delle prime pagine è quasi estraniante. C’è qualcosa che non va, non sembra di avere tra le mani un fumetto sulla fine dell’umanità: è assente l’orrore puro, è assente il dolore puro e prevale una linea comico-grottesca dalle forti esagerazioni. Non manca la violenza, sia chiaro, ma in questa sezione iniziale viene trattata quasi con una “filosofia da Wile E. Coyote”. Eppure, proprio quando sembra comico, il fumetto è pronto a colpire con crudo realismo, e quegli orrori e dolori che erano solo sottintesi si liberano con estrema intensità. Questa ambivalenza tra comicità (nera) e orrore è il vero e proprio punto di forza dell’opera: lontano dai silenzi de La strada (Einaudi, 2010), Simmons racconta una storia roboante dai tratti folli e conturbanti, in cui dominano gli eccessi.

Complice della particolarità dell’opera è lo stile grafico di Simmons, che può non piacere (come nel mio caso), ma non se ne può negare la potenza nel ricreare l’atmosfera adatta. Il tratto è marcato, rigido (ma non statico) e si fonde in maniera perfetta con una narrazione personalissima e atipica, che sfrutta appieno lo spazio e il tempo sia nelle singole vignette, che nella tavola. I volti e i paesaggi sono semplificati, “cartooneschi”, ma comunque non sminuiscono la severità dell’ambientazione (anzi, per certi versi la acuiscono): l’autore mescola sensazioni di Cormac McCarthy, Carl Barks, Stone & Parker, Joan Cornellà. Meritano poi una menzione speciale i disegni del cielo e degli sfondi: aurore boreali, piogge battenti e nuvole minacciose dalle strane forme convolute accompagnano la lettura e catturano sguardo e mente, evocando turbamenti degni di Lovecraft o Charles Burns. 

In conclusione, Black River è un ottimo fumetto, breve (ma non per questo sintetico), dal grande ritmo e in grado di suscitare una atipica mescolanza di emozioni diverse. Simmons si inserisce in un genere complesso e rischioso, ma ne esce vincitore raccontando una storia con una logica e un punto di vista davvero originali, sia dal lato visivo, che narrativo. In primo piano viene posizionata una femminilità materica (autentica pure nelle esagerazioni), e importanti sono gli spunti di riflessione che scaturiscono dalla lettura, a confermare la potenza dei generi (e dell’horror in particolare) nel veicolare messaggi sociali, come dimostrato da autori quali Mary Shelley, Tiziano Sclavi, George A. Romero o John Carpenter.

Francesco Biagioli

 

 

 

 

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