Gli oscuri segreti di Colville

Colville, Steven Gilbert
(Coconino Press – Fandango, 2017- trad. Stefano Sacchitella)

Colville_COVER-OK-DEF-1.jpgTra le mani abbiamo un volume di neanche duecento pagine. Piccolo.  Quasi inquietante. Aprendolo, a pag. 5 leggiamo: “dedicato a Nick Cave e Brian De Palma“. Proseguendo a sfogliare le pagine ecco che ci passano di fronte immagini di case abbandonate, strade di periferia, viadotti, fiumi, piccoli ristoranti ai margini della carreggiata. Se si dovesse pensare a una musica d’accompagnamento per queste vignette, quasi fossero i titoli di testa di un film, questa non potrebbe che essere la tetra ed eccitante Red right hand proprio di Nick Cave (and the Bad Seeds):

 

“Take a little walk to the edge of town
And go across the tracks
Where the viaduct looms,
Like a bird of doom
As it shifts and cracks
Where secrets lie in the border fires,
In the humming wires”

La storia editoriale di questo volumetto è alquanto particolare: Colville è un fumetto nato nel 1996, autoprodotto (nel 1997) da Steven Gilbert in una prima versione spillata di sole 64 pagine e distribuito nelle fiere del fumetto indie americano.  Negli anni successivi si perdono lentamente le tracce sia dello spillato, sia dell’autore, fino a un ritorno in auge nel 2015 a seguito di una nuova edizione ampliata alle 192 pagine attuali. Viene così scovato da Ratigher che decide di pubblicarlo nel 2017, una volta diventato direttore editoriale di Coconino Press*.

La storia raccontata in questo volumetto è altresì particolare: siamo agli inizi degli anni ’90 a Colville, un paesino dell’Ontario meridionale di 2351 abitanti; è un sobborgo come tanti altri, sempre uguale a se stesso e sviluppato su un brandello terra fangosa e dissestata ritagliato dalle strade provinciali che solcano la regione. A Colville abita una coppia di ragazzi, David e Tracy: David è un sognatore e disegna fumetti di supereroi che un giorno vorrebbe pubblicare, mentre Tracy è più pragmatica, calcolatrice, ma non per questo ostacola le fantasie del fidanzato.

Entrambi vorrebbero andarsene da quella fogna che è Colville e forse hanno trovato i soldi per farlo: David ha la fedina penale sporca ed è in libertà vigilata, ma non può certo tirarsi indietro ora che gli hanno offerto mille dollari per rubare una moto da cross. Quei soldi sono l’unica possibilità che i due hanno per rifarsi una vita lontano dal grigio entroterra nordamericano.

Eppure, questo crimine non è altro che la scintilla in grado di far esplodere una santabarbara di scandalose violenze. Fino a quel momento si era percepita fra le pagine una presenza, un’inquietudine celata, ed ecco che ora questa viene liberata e può dare sfogo alle sue fantasie più perverse, apparentemente immotivate. I personaggi principali delineati dall’autore si contano sulle dita di una mano, ed è formidabile la sua maestria nel saperli gestire, ricavando un quadro limpidissimo e angosciante di interazioni reciproche,  come la trama di una ragnatela. Questi individui si toccano e si separano, si incontrano e si lasciano continuamente dando origine a una pulsazione che incalza il racconto.

Lo stile narrativo adottato da Gilbert è semplice, minimale ed efficace; la maggior parte delle tavole si ricavano su una griglia semplice a sei vignette regolari ed è proprio attraverso questa semplicità che la storia guadagna il suo ritmo posato, non frenetico, ma energico: si sfogliano le pagine con angoscia, desiderio, timore. Sono proprio queste vignette piccole e dalle inquadrature strette a imprimere un’oppressione claustrofobica alle scene. Costantemente si spera che nel prosieguo questa gabbia venga scardinata, che esista una via di fuga.

Da questo punto di vista, ci ritroviamo praticamente a vivere a fianco dei due protagonisti e a condividere con loro il senso di soffocamento emanato dal paese. Noi lettori ci rallegriamo con David e Tracy quando pianificano di andarsene da Colville alla ricerca di una vita migliore, ma siamo anche profondamente atterriti dalla consapevolezza che questi loro sogni sono destinati a infrangersi contro una realtà inesorabile.

L'”assurdo realismo” di Colville viene rafforzato efficacemente dai disegni di Gilbert, che mostra un tratto in cui si riconoscono tipicità del fumetto underground americano (specie nella rappresentazione dei personaggi sembra di rivedere un Josh Simmons** più grezzo): la mano è quasi sgarbata, come sgarbati sono generalmente i personaggi raffigurati; ma proprio la stessa mano che realizza volti distorti dal furore, con linee rozze e neri pesanti, è capace di dar vita a figure morbide e gentili di una umanità vivissima. Solitamente, le vignette sono completate da un fitto intreccio di linee che gettano ombre inquietanti su tutti gli elementi presenti e sulle vite dei personaggi, rappresentate in un freddo bianco e nero.

Narrazione e disegni sono in continua comunicazione e da ciò emerge un fumetto lugubre e silenzioso. Il racconto, già asfissiante per conto suo, viene alle volte interrotto da pagine di sole vedute di strade, di ponti, di paesaggi che esprimono (e rafforzano) la desolazione.

Si tratta dunque di un fumetto maledettamente bello, in grado di lasciare il lettore sospeso per tutto il tempo della lettura all’interno di un universo narrativo nauseante. Gilbert afferma*** di aver tratto ispirazione sia da fatti di cronaca realmente accaduti vicino alla sua città (Newmarket), sia da opere di David Lynch come Blue Velvet Twin Peaks: eppure, la cittadina di Colville non è un’altra Twin Peaks, ma un mondo privo di ironia, privo di luce e di magia, circondato solamente da un’aureola lugubre di realtà irragionevole eppure concreta. Quello che ha realizzato Steven Gilbert è una danza macabra di personaggi invischiati all’interno di un destino catastrofico, architettato da una mano rossa che agisce in maniera insondabile, senza uno scopo, senza cercare vendetta:

“Hey man, you know
You’re never coming back
Past the square, past the bridge,
Past the mills, past the stacks
On a gathering storm comes
A tall handsome man
In a dusty black coat with
A red right hand.”

Francesco Biagioli

* Per maggiori informazioni sulla storia della pubblicazione di Colville si rimanda ai seguenti link: https://justindiecomics.com/2015/11/18/colville-un-diamante-di-ruggine-by-ratigher-2/ (scritto da Ratigher personalmente), https://www.artribune.com/editoria/fumetti/2018/02/colville-steven-gilbert/, https://www.fumettologica.it/2018/01/colville-intervista-steven-gilbert/ (quest’ultimo è un’intervista a Steven Gilbert, sia riguardo Colville, sia riguardo il suo lavoro in generale).

** Di cui abbiamo già parlato qui.

*** Nell’intervista riportata qui sopra.

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