“Io sono la bestia”: storia di mafia, dolore e violenza

Io sono la bestia, di Andrea Donaera
(NN Editore, 2019) 

 

io-sono-la-bestiaTutto comincia da una minaccia di morte. C’è un uomo, Mimì, fermo davanti alla bara di suo figlio, circondato da persone affrante, e vorrebbe solo poterle ammazzare tutte. Ha una pistola in mano, Mimì. Allora spara, colpisce la bara e terrorizza gli ospiti, ferendosi inavvertitamente a un occhio.

Mimì è il capo della Sacra, un mafioso corroborato da una vita di violenze e brutalità, che per la prima volta vive sulla sua pelle il ruolo pubblico della vittima. Improvvisamente  sembra che anche lui abbia il diritto di soffrire. Solo che Mimì non se ne fa niente della pietà e delle lacrime altrui; lui ha bisogno di trovare un modo per liberarsi del peso del suicidio di suo figlio, gli serve un capro espiatorio da condannare, una scusa per spargere violenza, rabbia e sangue. Come una bestia.

Tutto comincia quindi da una minaccia di morte, per proseguire poi in un’autentica carneficina. Io sono la bestia è un romanzo corale che gravita intorno alle sofferenze, a tratti drammaticamente estremizzate, di tutti coloro che sono stati rovinati nella mente e nel corpo da Mimì e dalla sua bestialità.

C’è la voce di Arianna, la figlia ancora viva, quella che ormai non conta più, separata a forza dal suo vero amore per essere promessa in sposa a un uomo che disprezza, accusata dalla madre di aver rovinato da sola l’intera famiglia. C’è la voce di Veli, l’amante di Arianna, che Mimì ha costretto al ruolo di eterno secondino nella stanza-prigione dove vengono segregati i condannati della Sacra. Infine, la voce spaurita di Nicole, poco più di una bambina, che ha rifiutato le avances del figlio di Mimì, il giorno stesso in cui lui si è buttato giù dalla finestra.

Nicole è solo la principale dei capri espiatori con cui il boss mafioso ha deciso di prendersela, perché consapevole di essere lui, sotto-sotto, il vero male. Eppure paradossalmente la bestia del titolo non è il crudele e violento malavitoso, ma la piccola e infelice Nicole, rinchiusa in una gabbia in attesa della sua condanna a morte, coccolata dall’affetto sincero di un carceriere che si rifiuta comunque di donarle la libertà.

Io sono la bestia è un vero e proprio inno alla sofferenza più cruda. Non un solo personaggio si salva dal lento e progressivo inabissamento nelle tenebre più nere, fino a quando la luce pare incapace di penetrare anche solo nella forma di un mezzo sorriso, una parola di conforto o una sottile speranza. Ogni situazione vagamente negativa funge solo da schermo per celare qualcosa di ancora peggiore. L’opera di Donaera è un romanzo senza speranze, senza luce e senza positività: si apre e si chiude con una minaccia di morte, e nel mezzo la morte fa quasi da leitmotiv.

Questo senso di oppressiva sofferenza viene espresso attraverso un linguaggio volutamente grezzo e asfissiante. Uno stile unico nel suo genere, che rappresenta forse il più valido pregio dell’opera, per la sua capacità di cambiare con il passaggio tra le diverse voci narranti pur mantenendo comunque un’aura di ossessività maniacale. C’è un continuo riproporsi degli stessi termini, alcuni dei quali diventano delle vere e proprie fissazioni. Lo stile è finalizzato a brutalizzare ancora di più Mimì e le altre bestie, giocando con la posizione delle parole nello spazio e con la loro ridondanza.

Io sono la bestia è un romanzo quasi troppo estremo per apparire davvero realistico, ma è proprio questa eccentricità a rappresentare il vero cuore dell’opera. La storia in sé parla di sofferenza, non di mafia. È la rappresentazione di una bestialità atroce, non di un uomo che ha perso suo figlio. Quello che viene narrato è secondario, ciò che davvero conta è come l’autore abbia deciso di raccontarlo: con rabbia, con ossessività, con sofferenza. Io sono la bestia non è nulla più che la rappresentazione letteraria della parola “dolore”, e per questo vale la pena leggerlo.

Anja Boato

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