Andare «alla fine della fine»: “Settembre 1972”, di Imre Oravecz

Settembre 1972, Imre Oravecz
(Edizioni Anfora, 2019 – trad. Vera Gheno)

«Aprile è il mese più crudele», ma anche settembre sa essere bastardo. Se nell’incipit della Terra Desolata (1922) Eliot contrappone alla rinascita primaverile la paradossale magnificenza della moderna infertilità occidentale, Settembre 1972 (Edizioni Anfora, 2019), già dal primo appunto intitolato In principio era, si focalizza non tanto sull’incapacità generativa dell’uomo contemporaneo in sé, ma sull’infruttuosità di un Amore ormai finito che, attraverso una fitta rete di accostamenti oppositivi, disconosce tutte le potenzialità benefiche con cui all’inizio aveva investito oggetti, sensazioni e astrazioni in favore delle loro controparti nocive scaturite a seguito della fine, lasciando il lettore bocconi e col fiato spezzato già dalla prima pagina.

In principio era

il tu, era il là, era l’allora, era il cielo azzurro, era il sole, era il caldo, era prato, era il fiore, era l’albero, era ‘erba era l’uccellino, era la forza, era il coraggio, era la risolutezza, era la leggerezza, era la fiducia, era l’altruismo, era la ricchezza, era la gioia, era la serenità, era il riso era il canto…

In principio era svolge il compito di accompagnare il lettore al proseguo della lettura, ammonendolo a lasciar ogni speranza prima di addentrarsi nella frondosa selva dell’umana sofferenza; non solo stabilisce il tenore del testo, ma presenta anche le caratteristiche stilistiche di una prosa che procede per accumuli, in cui ossimori, antitesi, opposizioni, ribaltamenti e metafore diventano i soli strumenti retorici capaci di analizzare le mille sfaccettature di un sentimento che una volta era, e ora non è più. Il ritmo del testo è veloce, a causa della paratassi e della presenza dei punti fermi solo a fine pagina. Ma attenzione: lo scandaglio con cui il narratore si misura va talmente in profondità che è bene tentare di rallentare la lettura per carpire con pienezza il valore rivestito da ogni singola parola, frase, pagina.

… era il parlare, era la preghiera, era la lode, era la stima, era l’affiatamento, era la dolcezza, era la lindura, era la bellezza, era l’affermazione, era la fede, era la speranza, era l’amore, era il futuro, poi il tu è divenuto lei, il là qua, l’allora adesso, il cielo azzurro fumo nero, il sole pioggia, la primavera inverno, il caldo freddo…

Ma cos’è nello specifico Settembre 1972? È una raccolta di confessioni semi-autobiografiche redatte dall’autore magiaro Imre Oravecz nell’arco di svariati anni, riesumate dal cassetto in cui dapprincipio erano rimaste, come un buon vino, a invecchiare; infine rivedute e combinate insieme fino a formare il testo pubblicato, con un totale di novantadue brevi annotazioni che coprono al massimo due pagine ciascuna. Nonostante la forma ibrida del testo, che per strutturazione sembra appoggiarsi più alla forma diaristica che non a quella romanzesca, sempre di romanzo si parla: le istantanee raccontano l’inizio e la fine di un rapporto di coppia costellato da sofferenze, conquiste, tradimenti; e tracciano la parabola di un Amore che prima nobilita e poi tramuta in bestie, che prima libera e poi rende schiavi. In questo senso, l’immagine in copertina ha una chiara accezione simbolica – il sentimento amoroso come gabbia dorata, che rivela tutta la sua forza coercitiva solo quando è troppo tardi.

… il prato acquitrino, il fiore sterpo, l’albero cenere, l’erba fieno, l’uccellino preda, la forza fragilità, il coraggio codardia, la risolutezza indecisione, la leggerezza pesantezza, la fiducia sospetto, l’altruismo egoismo, la ricchezza povertà, la gioia dolore, la serenità inquietudine, il riso pianto, il canto strepitio, il parlare balbettio…

Perché alla fine di una storia spesso non corrisponde la fine di un Amore: Oravecz ci ricorda l’importanza di andare «alla fine della fine», ossia oltre quel momento di disequilibrio emotivo che esperiamo quando una relazione duratura viene meno. All’inizio non c’è rassegnazione alla perdita, ma la volontà cieca di sperare e ricordare l’oggetto del desiderio fino allo stremo della sopportazione psicologica, passando dalla concretezza del rapporto quotidiano all’astrattezza di una memoria nostalgica innervata di dolore: «sei divenuta totalmente astratta, come un pensiero malato o un’ossessione, di cui ne ho abbastanza, ma di cui non riesco a liberarmi».

… la preghiera bestemmia, la lode maledizione, la stima disprezzo, l’affiatamento discordia, la dolcezza amarezza, la lindura sporcizia, la bellezza bruttezza, l’affermazione negazione, la fede dubbio, la speranza disperazione, l’amore odio, il futuro è divenuto passato e tutto ricomincia da capo.

Il narratore di Settembre 1972 giunge al culmine della sua crisi proprio in quel mese, proprio in quell’anno. Preda di una «guerra senza prospettive», l’uomo riempie la mancanza pensando alla mancanza, desidera riaffermare la propria individualità attraverso il sesso («ma vorrei, attraverso l’unione con te, rivestire di significato il mio corpo, e in tal modo rendere sopportabile la mia corporeità»), come se questo fosse l’unico strumento rimastogli per possedere colei che ama ancora. Il passo successivo da compiere è il più difficile: scrollarsi da dosso l’illusione della possessione sancirebbe il definitivo passaggio dalla memoria ossessiva alla «familiare estraneità» che caratterizza i rapporti di chi ha condiviso per tanto tempo l’intimità, allo scopo di riuscire ad andare così «alla fine della fine».

Oravecz parte dal particolare per giungere all’universale: la storia d’amore di un uomo e una donna senza nome è la stessa che tutti noi potremmo potenzialmente esperire sulla nostra pelle. Ma Settembre 1972 non parla solo d’amore. Il testo ci parla anche di un tempo e un luogo: l’Europa Centrale durante la guerra fredda divisa fra i due blocchi, muri divisori tra individui diversi per costumi e stili di vita, e dal cui incontro può scaturire il piacere di meravigliarsi, attraverso gli occhi dell’altro, di ciò che finora si dava per scontato: «mi raccontasti […] che sensazione era trovarsi nel blocco orientale, e ti stupivi di cose che per me erano naturali, e trovavi naturali le cose di cui io mi stupivo».

Attraverso un linguaggio pervaso da intenso lirismo, che addolcisce persino le scene più crude e disarmanti, il romanzo documenta anche altri aspetti dell’esistenza, come la fragilità umana nei confronti della potenza lacerante del ricordo, la paura di invecchiare di fronte al tempo che scorre inarrestabile; ci racconta della sofferenza di un figlio indifeso di fronte al rancore di genitori divorziati, e del doloroso fardello che si porterà addosso per tutta la vita. Tutto ciò, e altro ancora, fa di Settembre 1972 un testo multidimensionale, sfaccettato e composito nello stile che, una volta letto, non potrà che lasciarci inermi a leccare le ferite.

Angela Marino

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