La solitudine e il suo doppio – Beckett e Cocteau

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Samuel Beckett

Intestardendosi nella pretesa di spiegare un qualsiasi lavoro di Samuel Beckett, seppur in termini di semplici amatori, è facile incorrere nel rischio di dire tanto e niente al contempo. Beckett stesso preferiva non perdersi nelle delucidazioni domandategli dalla critica circa gli ipotetici simbolismi e significati impliciti contenuti nei suoi testi. D’altra parte, le sue opere teatrali sono state catalogate in quell’ambito del teatro detto “dell’assurdo”, ossia del vuoto di senso. Pertanto, abbandono fin da questo primo paragrafo l’intenzione di spiegare L’ultimo nastro di Krapp: scriverei senza cognizione di causa.

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Jean Cocteau

Piuttosto, ribadisco quella di voler parlare de L’ultimo nastro di Krapp, e di farlo attraverso il testo di un altro autore di lui appena un poco più anziano: La voce umana, di Jean Cocteau. Oltre al successo sulle ribalte dei palcoscenici di prosa, l’opera è passata attraverso una lunga serie di adattamenti, dalla versione lirica musicata da Poulenc a quella cinematografica firmata da Rossellini. Entrambi monologhi, ed entrambi atti unici, questi due pezzi della storia della drammaturgia del Novecento reggono il proprio funzionamento sullo stesso muro portante, la chiave che in un certo senso apre loro le porte all’insieme dei rari monologhi “a più voci”.

I presupposti e i punti di partenza di entrambe le opere, così come gli sviluppi delle rispettive trame, si prospettano semplicissimi. Beckett scrive di un’artista ormai anziano, intento a riascoltare la sua voce e i suoi pensieri, impressi nell’ultima delle sue registrazioni diaristiche accumulate in anni e anni di vita. Cocteau scrive invece dell’ultima conversazione al telefono di una donna senza nome con il proprio amante, uomo dal quale ha convenuto in comune accordo di separarsi.

Pagina dopo pagina, nel caso de L’ultimo nastro di Krapp intuiamo, soprattutto attraverso le registrazioni, che il protagonista ha trascorso l’esistenza nel catastrofico tentativo di disilludersi circa le storie d’amore e le idee del proprio passato, e di illudersi di essere stato di volta in volta nel giusto, preferendo dedicare la sua vita all’arte. Nel caso de La voce umana intuiamo che la donna ama ancora il suo interlocutore, e che sa che, sebbene lui non glielo abbia confessato, l’uomo ha intrapreso una relazione con un’altra donna – forse il motivo reale della loro separazione.

Quello che potrebbe sembrare un facile escamotage drammaturgico si rivela un elemento capace di tracciare percorsi estremamente interessanti dal punto di vista concettuale: da una parte delle bobine e un registratore, dall’altra il filo di un telefono – ciò che all’epoca era la tecnologia. Illuminante a tal proposito è l’introduzione che Cocteau premette a La voce umana, nella quale l’autore definisce il telefono «il comune accessorio dei drammi moderni».
«Il dramma offre l’occasione di recitare due parti» asserisce più tardi, e si potrebbe suggerire che lo stesso vale per L’ultimo nastro di Krapp.

Infatti in ambo le opere la tecnologia agisce su due livelli, uno interpretativo-attoriale e l’altro spazio-temporale. In primo luogo, se in Cocteau assistiamo a un vero e proprio dialogo in cui le battute non udibili del personaggio maschile si manifestano nelle risposte e negli atteggiamenti dell’attrice, in Beckett il botta e risposta tra il Krapp del presente e il Krapp del passato contenuto nei nastri si realizza nelle risate, nei gesti, nell’arrotolare e nel far scorrere in avanti le bobine. In secondo luogo, l’elemento tecnologico inserisce una barriera nello scambio dialogico, e interviene come esplicitazione di una lontananza emotiva, che si concretizza, per la donna al telefono, in lontananza fisica, e per Krapp in lontananza cronologica.

Questa lontananza è anche ciò che mantiene vive le illusioni dei due personaggi. «Le cose che non immagino, non esistono, oppure, esistono in qualche luogo molto vago e che fa meno male» ammette la donna de La voce umana con la stessa traballante convinzione con cui il fallito e invecchiato Krapp ascolta dire nell’ultimo suo nastro «Forse i miei anni migliori sono finiti […] Ma non li rivorrei indietro». Entrambi i personaggi, in realtà, sono soli in scena, e solo loro noi vediamo – per quanto ci riguarda, l’uomo con cui la protagonista di Cocteau parla potrebbe essere frutto della pura finzione della donna, mentre il Krapp giovane, di fatto, esiste solo nei ricordi di quello vecchio.

Le due pièces traggono la maggior parte della loro ricchezza narrativa dal dramma della solitudine che affligge i loro personaggi. Una solitudine a sua volta doppia: come la donna di Cocteau è sola sia nella propria stanza sia nel proprio amore – che ora non è più ricambiato –, così il Krapp descritto da Beckett è più simile a un clown che all’artista che avrebbe voluto essere, e adesso è a sua volta solo, come lo fu anche in passato. La solitudine lo accompagna da quando ha rinnegato la necessità di una vita sentimentale per potersi dedicare a quell’arte, la scrittura, che gli stava tanto cara, ma che gli ha permesso di vendere appena diciassette copie della propria opera. Di quell’arte non restano che discorsi incomprensibili registrati sulle bobine, che Krapp non esita a saltare per arrivare invece al ricordo di uno degli incontri che aveva avuto con la donna che da giovane amava.

Il linguaggio della solitudine prende forma in modo differente nei due testi. L’eroina di Cocteau, se così la si può definire, usa le sue parole per colmare quel vuoto lasciato dalla voce del suo amato, che non è più lì per lei. Ne L’ultimo nastro di Krapp la necessità di colmare un vuoto nel “dialogo” non si presenta, poiché le registrazioni parlano per Krapp stesso durante la maggior parte di tutta la pièce. Il linguaggio del Krapp distrutto che vediamo affannarsi sul palco diventa quindi gestuale: una gestualità rivelatrice della pochezza, della goffaggine dell’uomo, ed estremamente più eloquente di qualsiasi voce. Quando alla fine Krapp cerca di registrare un’ultima bobina, il tentativo si dimostra fallimentare. L’ultimo nastro cui il titolo fa riferimento rimane quindi l’ultimo registrato già anni prima, indice di un fato già scritto.

Questa solitudine è vissuta dalla donna e da Krapp nel segno di una scissione interna. La donna è divisa tra l’amor proprio, che in ragione del tradimento subìto le suggerirebbe di lasciar finire senza troppi tormenti la sua relazione, e l’amore verso quell’idea che si era fatta dell’amante prima di scoprire del tradimento – non un’idea reale, quanto una sorta di amore per se stessa e per le proprie fantasie. Krapp invece è diviso tra le strade diverse che la sua vita avrebbe potuto imboccare, quando ancora era forte dell’entusiasmo giovanile, e quelle che ha in effetti intrapreso, e che lo hanno portato a un irrimediabile e insensato fallimento. È necessario infatti precisare che il teatro dell’assurdo si chiama in questo modo non propriamente perché rappresenti eventi normali in termini assurdi, ma perché rappresenta la vita come assurda, e mette in scena le assurdità della vita.

Inoltre, la scissione interna che logora i due protagonisti abita lo spazio drammaturgico con presenze più o meno concrete, costruite di parole che temporaneamente evocano sul palco ulteriori proiezioni della realtà dei personaggi. Krapp convive, oltre che con se stesso, con il Krapp dei nastri, il quale racconta e quindi chiama in causa il Krapp di una gioventù ormai perduta. Per di più, nei discorsi registrati sulle bobine fa la propria apparizione il ricordo della madre scomparsa, anticipazione essa stessa della morte cui Krapp, come tutti gli uomini, è destinato.

Nei discorsi al telefono scritti da Cocteau invece compaiono il cane dell’amante della donna, divenuto all’improvviso aggressivo verso di lei, come ostile le era apparso l’amante una volta scoperto il suo tradimento, e la signora che per errore intercetta sulla linea le conversazioni della coppia, il cui atteggiamento lascia intravedere in realtà i pensieri nascosti della protagonista a proposito della propria relazione fallita: «Se ci trovate ridicoli, perché perdete tempo invece di riagganciare?» chiede lei alla signora, per poi assicurare all’amante «Quella donna è una maleducata e non ti conosce. Crede che tu sia come gli altri uomini».

I titoli dei due testi possono essere intesi come indicativi di una determinata chiave di lettura.  L’ultimo nastro di Krapp ci rivela insieme la già avvenuta e irreversibile disfatta del nostro protagonista – “Krapp” si pronuncia allo stesso modo dell’inglese “crap”, lascio ai lettori il compito di indagarne il significato – e l’assenza di quella speranza nel futuro che avrebbe forse potuto persistere soltanto se non si fosse ormai giunti all’ultimo nastro, e alla fine della vita. Naturalmente, la vicenda Krapp si erge a simbolo della vicenda umana in generale.

Il titolo La voce umana porta con sé proprio ciò che nello spettacolo manca: l’umanità. Tutto appare sintetico, fatto della stessa gomma di quei fili sempre più sottili che mantengono in vita la donna nella relazione di coppia. La tecnologia agisce così anche con un effetto estraniante: la donna può sentire la voce del proprio uomo, ma lui non c’è; Krapp può riavvolgere o srotolare le proprie bobine come più gli piace, ma non può fare lo stesso col proprio passato, ormai deciso per sempre. Un simile estraniamento è origine del contrasto tra essere, dover essere, voler essere e voler nascondere su cui si basa l’ironia drammatica che mantiene viva l’attenzione del lettore-spettatore per tutta l’opera.

In perfetta linea con questo contrasto, alla fine, pur rimanendo effettivamente in vita, i due personaggi muoiono, l’una uccisa da quel filo che le avvolge il collo e che esorta l’amante a tagliare, l’altro dal destino che affligge ogni uomo e che si manifesta nel silenzioso e insensato continuare a ruotare dell’ultimo nastro una volta terminata la traccia. Ma in fin dei conti, se si presta attenzione al testo, sia la donna che Krapp sono morti già nelle didascalie iniziali: la prima, stesa a terra nella sua «camera da delitto», il secondo piazzato sulla scena in «una tarda sera, nel futuro», quello stesso futuro premonitore nel quale non risiede più nessuna speranza di redenzione.

Elisa Ciofini


In ragione delle misure di sicurezza sanitaria adottate nel paese, nell’impossibilità di recuperare in biblioteca un’edizione affidabile, per le citazioni ho dovuto ricorrere ai due testi presenti sul sito copioni.corrierespettacolo.it (La voce umana di Jean Cocteau nella traduzione di Marisa Zini del 1989 per Einaudi e L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett, purtroppo privo di esplicite annotazioni bibliografiche). Mi scuso per la poca chiarezza dei riferimenti e per eventuali imprecisioni. Qualora i lettori fossero interessati ad approfondire la conoscenza delle due opere tramite un esame del testo integrale, rimando a:

La voce umana. La macchina infernale, Jean Cocteau, trad. Marisa Zini, Einaudi, 1989; L’ultimo nastro di Krapp. Ceneri, trad. Carlo Fruttero, Einaudi, 1994.

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