La solitudine e il suo doppio – Beckett e Cocteau

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Samuel Beckett

Intestardendosi nella pretesa di spiegare un qualsiasi lavoro di Samuel Beckett, seppur in termini di semplici amatori, è facile incorrere nel rischio di dire tanto e niente al contempo. Beckett stesso preferiva non perdersi nelle delucidazioni domandategli dalla critica circa gli ipotetici simbolismi e significati impliciti contenuti nei suoi testi. D’altra parte, le sue opere teatrali sono state catalogate in quell’ambito del teatro detto “dell’assurdo”, ossia del vuoto di senso. Pertanto, abbandono fin da questo primo paragrafo l’intenzione di spiegare L’ultimo nastro di Krapp: scriverei senza cognizione di causa.

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Jean Cocteau

Piuttosto, ribadisco quella di voler parlare de L’ultimo nastro di Krapp, e di farlo attraverso il testo di un altro autore di lui appena un poco più anziano: La voce umana, di Jean Cocteau. Continua a leggere

Significare l’ineffabile: “L’imitazione di una foglia che cade” di Luca Doninelli

L’imitazione di una foglia che cade, Luca Doninelli
(Aboca Edizioni, 2020)

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In semiotica, qualsiasi evento, anche il più ordinario, può comunicare, ovvero veicolare informazioni. Quando però queste informazioni non sono inerenti all’oggettività dell’evento, bensì alla sfera soggettiva di chi nell’evento riconosce una parte del proprio passato, allora il suddetto evento può mettere in comunicazione quel “qualcuno” di oggi con il suo “se stesso” di ieri. Ne consegue, quindi, tutta la trafila effetti che derivano dall’incontro. Ed è proprio un evento normale a fungere, ne L’imitazione di una foglia che cade, da causa scatenante della narrazione. Del libro non trovo molto da dire, in parte per le misure stringatissime entro le quali Doninelli ha inserito il romanzo, in parte perché leggendolo ho avuto la sensazione di incontrare spesso cose note, fin troppo familiari – nel bene e nel meno bene, se mi si accorda l’espressione. Continua a leggere

When the Rain Stops Falling e l’ossessivo ticchettio del tempo

When the Rain Stops Falling, Andrew Bovell
(Luca Sossella Editore, 2019 – trad. M. Mauro)

I titoli in genere sono delle promesse, e When the Rain Stops Falling rispetta a pieno le promesse insite nel suo titolo. Aver lasciato il nome inglese nella traduzione potrebbe sembrare una mera questione di moda. Tuttavia, credo che qui si tratti piuttosto di una questione di rispetto nei confronti del senso originario – il verbo potrebbe tanto essere tradotto al presente quanto al futuro: When the Rain Stops Falling non promette solo di dirci cosa succeda quando la pioggia smette di cadere, ma anche quando smetterà di farlo. Ci si potrebbe chiedere perché l’autore non sia ricorso a un più comodo “When It Stops Raining”, ma nel testo del drammaturgo australiano Andrew Bovell la pioggia che accompagna i gesti degli attori, metafora del tempo e del suo ripetersi, è essa stessa motore dell’azione, personaggio che agisce al pari se non al di sopra degli altri.

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Happy hour, le conseguenze di un’ora felice

Happy hour, Ferruccio Parazzoli
(Rizzoli, 2019)

«Non si può aver tutto, se non quando non si ha più niente»1 fa dire Pirandello a uno dei personaggi de I giganti della montagna. Cosa abbia a che vedere questa frase con un’opera di narrativa uscita lo scorso dicembre, è una domanda alla quale sono costretta a rispondere in maniera più semplice di quanto vorrei: un’associazione libera. Quando, nel nuovo romanzo di Parazzoli, ho letto: «La capacità di soffrire è segno di buona salute»2, il pensiero mi è schizzato via da tutt’altra parte – alla frase di Pirandello, appunto. Eppure, in fin dei conti, non credo che il mio istinto abbia sbagliato di troppo la mira: le famose “maschere” pirandelliane non sono altro che una delle facce del perbenismo occidentale, specialmente italiano e milanese, oggetto della critica di Parazzoli.

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Il senso del potere nel teatro di Miller e Camus

Un itinerario di comparazione
tra Il prezzo di Arthur Miller e Caligola di Albert Camus

 

Negli anni Trenta, mentre l’Europa si avviava, sotto la spinta delle dittature, verso il periodo più buio del Novecento, gli Stati Uniti subivano gli effetti della Grande Depressione. Da una parte uomini soli al comando, dall’altra il denaro: entrambi, al pari del caso, esercitavano su tutti un potere irrazionale e incontrollabile.
A posteriori, Albert Camus e Arthur Miller trassero spunto da questi due eventi per tracciare, con testi teatrali ambientati in epoche diverse, una riflessione più ampia e universale sul rapporto tra potere e desiderio.
Caligola (1944) lo fa alla luce del contrasto tra l’ampiezza delle aspirazioni e l’effettiva limitatezza delle possibilità umane.
Il prezzo (1968), in aggiunta, sviluppa la sua riflessione a partire dal sogno americano e da quella concezione distorta di meritocrazia che deduce il valore e il successo di un individuo dal suo status sociale ed economico. Continua a leggere