Renato Prunetti, eroe working class

Con l’uscita di Nel girone dei bestemmiatori. Una commedia operaia (Laterza, 2020), si conclude la trilogia working class di Alberto Prunetti, iniziata nel 2012 con Amianto. Una storia operaia (Agenzia X, poi Alegre) e proseguita con 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018). Per comprendere appieno l’ultimo volume, è necessario fare una lettura d’insieme, ripartendo dal primo.

La trilogia scaturisce da un evento principale: la morte per amianto del padre dell’autore, Renato, metalmeccanico che tra gli anni Settanta e Ottanta ha lavorato – come trasfertista – nei principali poli industriali d’Italia. Eppure, sono tre libri molto diversi tra loro, sia per quanto riguarda il modo di affrontare la storia di Renato, sia per lo stile in cui sono scritti. Nel complesso, la trilogia fornisce un ottimo esempio di come raccontare la classe lavoratrice oggi, mostrando la possibilità di adottare una gamma molto ampia di punti di vista e stili, e dunque non cadendo mai nel banale, nel già sentito, nel cliché.

Amianto nasce dalla necessità degli eredi di Renato di ricostruire la sua carriera lavorativa, in modo da poter chiedere a Inps e Inail i benefici previdenziali per gli esposti all’amianto. Amianto è una storia di ingiustizia diffusa e ancora attuale: i processi per i lavoratori deceduti a causa dell’amianto sono tutt’ora in corso. La narrazione è costruita alternando in modo bilanciato le descrizioni del lavoro di Renato, le considerazioni dell’autore sul mondo della fabbrica e i ricordi d’infanzia: 

«Sulla spiaggia di Follonica, in vacanza, me lo ricordo ancora, come mi ricordo che con renato ridevano sempre – anche perché tra loro rimbalzavano parole come Ramazzotti e grappa, un lessico ignoto che apriva un mondo proibito di risate di adulti. Ma i sorrisi non riuscivano a nascondere i rischi di un mestiere pericoloso. Perché l’amianto e i gas respirati da Renato e i suoi colleghi erano più gravi delle storie che loro, tra un bicchiere e l’altro, raccontavano.» [1]

Renato è raccontato sia in quanto operaio, fiero del proprio lavoro e consapevole dei rischi a cui è esposto; sia in quanto padre, legato alla propria famiglia e ai figli, per i quali spera in un futuro fuori dalla fabbrica («“La saldatrice no”, mi ha detto. “Con quella ti ammali. Non lavorare. Studia”, mi diceva» [2]). In Amianto emerge anche il lato comico di Renato, la cui lingua materna è il turpiloquio maremmano: «Una volta cominciò un discorso: “Si cercava una camera per questo…”, e mi sbatteva la mano sulla spalla… “per questo…”, …altra botta sulla spalla… “per questo…” …e intanto fissava sconcertato la gonna dell’agente immobiliare… “per questo ragazzo!”, …e ci piantò una “Maremma schifosa” che venne giù di schianto» [3].

Renato Prunetti, a 25 e 55 anni.

In 108 metri, l’autore narra la propria esperienza da lavoratore immigrato in Inghilterra, avvenuta in un periodo antecedente alla scoperta della malattia del padre. Se in Amianto si mantiene sul labile confine tra fiction e non-fiction, con 108 metri Prunetti incrementa il tasso di finzionalità, e anche lo stile cambia, a partire dalla lingua: viene usato un pastiche di italiano, inglese, spagnolo e livornese. Il romanzo racconta, condensata nel periodo inglese dell’autore, la fine dell’epoca fordista e il passaggio al neoliberismo. A svolgere il ruolo di antagonista è la figura chiave di questo cambiamento socioeconomico, Margaret Thatcher: la Lady di Ferro assume le caratteristiche dell’entità weird, descritta da Mark Fisher come un disturbante della narrazione – un elemento «talmente inusuale da generare la sensazione che non dovrebbe esistere» [4] –, che causa una sensazione di spaesamento proprio perché ha le sue radici in un mondo ordinario, in una narrazione realistica. La Thatcher assume le sembianze di Cthulhu, è una creatura lovecraftiana idolatrata dai datori di lavoro, e all’interno di questo culto i lavoratori assumono il ruolo di vittime sacrificali.

Renato è presente anche in 108 metri, nei flashback in cui il protagonista ripensa alla propria adolescenza e alle scelte che l’hanno portato a trasferirsi in cerca di lavoro in Inghilterra. Il padre assume, all’interno dell’universo letterario, un ruolo più marcatamente comico – caratteristica che aumenta ancora con il passaggio al terzo volume –, e la sua parlata toscana, i suoi aneddoti, i suoi comportamenti riescono a renderlo un ottimo personaggio romanzesco e al contempo svelano la persona tangibile, reale che sta dietro al personaggio. Renato, prima della partenza del figlio, nasconde all’interno della valigia gli attrezzi da meccanico:

«Al check in scoppiò un tumulto. Quando io tolsi martello e raspa dalla borsa, Renato impugnò gli attrezzi facendoli mulinare sopra il bancone e dando dei pisani – “Cazzo guardate? Tornatevene a Navacchio” – agli steward della British Airways che dal banco vicino erano venuti tutti sorridenti a godersi la scena pittoresca. La cosa degenerò presto e Renato se la prese con me, quasi fosse colpa mia: “Lo vedi, gli attrezzi non li vole più nessuno… hanno paura di sudà! Hanno! Gli fa schifo lavorà! Non lo mettevo mica in mano al Principe Carlo, il martello, eh! Cacciavite e tenaglie erano per il mi’ figliolo, eh!”. Renato stava quasi per martellare il banco del check in.» [5]

È una scena, questa, a primo impatto molto divertente, ma mostra anche tutto l’affetto e la preoccupazione paterna: Renato, sapendo che il figlio vivrà un’esperienza nuova, gli regala tutti gli oggetti che ritiene indispensabili per la sopravvivenza. Gli oggetti che utilizza ogni giorno nel proprio lavoro, e che lo rendono un vero «cowboy del metallo» [6].

L’ultimo volume, Nel girone dei bestemmiatori, è costruito in modo diverso dai precedenti. Non è una narrazione lineare, romanzesca, ma un susseguirsi di storie disposte lungo due binari paralleli: parte dei capitoli narra le avventure di Renato, diventato – dopo la morte – manutentore dell’Inferno dantesco; l’altra parte è costituita dai racconti di famiglia dell’autore alla propria figlia, Elettra. Di questo secondo filone, alcuni capitoli sono riscritture di episodi già narrati negli altri volumi (gli aneddoti sul calcio, le avventure di un prete juventino e alcolizzato, la storia delle Colline Metallifere); altri hanno un impianto saggistico: La storia della cassetta degli attrezzi è un dizionario dell’idioletto di Renato, La storia dell’economia domestica è un focus sul ruolo delle donne nelle famiglie operaie. 

Parte del libro, come accennato, è una parodia dell’Inferno dantesco: a muoversi attraverso i gironi c’è Renato, che in più occasioni incontra – e si scontra con – Dante. Il prologo del libro, Nel mezzo del cammin della mi’ vita, presenta una citazione dell’Eneide in esergo («Qui rovinava tutta una folla effusa alle sponde / donne e uomini, e corpi di eroi dall’animo grande / in cui era spenta la vita» Eneide, VI, 305-307) e si apre con la frase: «Nel mezzo del cammin della mi’ vita mi son trovato dentro a un sogno oscuro» [7]. L’autore, nel sogno, si ritrova a bordo della barca di Caronte e, arrivato sull’altra sponda, scorge una figura in tuta blu con una saldatrice in mano, che sta canticchiando una canzone di Piero Ciampi. È Renato, che crede che il figlio sia sceso nell’aldilà per aiutarlo nel suo lavoro di manutentore; infatti, come gli spiega, è riuscito a farsi assumere dal Sommo Costruttore come manutentore trasfertista, ruolo che gli dà anche l’occasione di riprogettare i gironi infernali – istituendo ad esempio, il cerchio dei brodi (termine dispregiativo per descrivere i padroni), quello dei pisani e, controvoglia, anche quello dei bestemmiatori («Io l’avrei tutti sciorti, […] ma il costruttore è orgoglioso e l’ha voluti tené al gabbio» [8]). Come da tradizione, all’Inferno serve sempre una guida, e l’unico personaggio adatto a svolgere la funzione di Virgilio, per l’operaio livornese, è Steve McQueen, attore che già compariva in Amianto e che è morto proprio a causa di questo metallo. Insieme, organizzano uno sciopero e una conseguente fuga dall’inferno, evento su cui si chiude il libro (e la trilogia).

La trilogia inizia con un libro che è un misto di fiction e non-fiction, nel secondo volume diventa un memoir weird, mentre l’ultimo è un incrocio tra racconti autosufficienti, saggistica e parodia dantesca. La figura di Renato, cardine su cui la trilogia si muove, in Amianto è presentata in una veste biografica – viene data molta importanza alla condizione lavorativa – in cui l’aspetto caricaturale emerge ma solo accennato; nel secondo e nel terzo libro viene proposta in una veste caricaturale, grazie all’uso del dialetto e di espressioni tipiche ricorrenti (di cui viene fatto anche un catalogo). 

In un articolo pubblicato su Giap!, Prunetti cerca di dare una definizione al concetto di narrativa working class, e lo fa dicendo innanzitutto come non deve essere: «Una di queste strategie che disinnescano la portata conflittuale del racconto del mondo dei lavoratori è quella del vittimismo. […] Un’altra cornice è quella della strategia del cherry picking: il bravo ragazzo figlio di lavoratori che ce l’ha fatta, la success story di chi parte dal basso, in pieno spirito meritocratico liberal. La terza modalità che respingo è raccontare quant’era brutta la vita operaia, quant’era meschina, volgare, sessista, rassicurando i lettori di ceto medio, anche di sinistra, sulla loro superiorità morale» [9].

La trilogia è un modello applicativo di questi tre punti. Renato non è mai presentato come una vittima, ma ha sempre una dimensione trionfale, ottenuta grazie all’umorismo e al mantenimento del suo ruolo di opposizione verso la classe dominante. La vita operaia viene narrata con nostalgia dall’autore, che ne presenta tutti i momenti di convivialità e allegria – opponendo momenti felici della propria infanzia, come le partite a pallone per strada, alla vita infelice dei figli di classi più agiate, a cui i genitori impedivano di giocare con gli altri bambini –, soffermandosi anche sull’affetto e l’amore provato tra i genitori e verso i figli. La trilogia è poi il contrario di una success story: l’autore, lavoratore precario cognitivo, ammette che nonostante gli studi universitari la propria condizione sociale e lavorativa non si distanzia di molto da quella del padre (e, anzi, per certi aspetti è peggiorata). Lo sintetizzano bene le parole di Renato:

«”L’altro giorno facevo caso a Dante […] e vedevo che lui si lava le mani dopo avé pisciato, io invece me le lavo prima di piscià. Vedi la differenza tra operai e intellettuali Alberto? Sta tutta qui…” “E noi precari, babbo? Gli chiedo io.” “Mi sa che voi, coi tagli ai diritti sindacali, ‘un ve le potete lavà né prima né dopo”.» [10]


[1] Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Alegre, Roma 2014, p. 48.
[2] Ivi, p. 129.
[3] Ivi, p. 86.
[4] Mark Fisher, The weird and the eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, minimum fax, Roma 2017, p. 17.
[5] Alberto Prunetti, 108 metri. The new working class hero, Laterza, Bari 2018, p. 30.
[6] Ivi, p. 125.
[7] Alberto Prunetti, Nel girone dei bestemmiatori, Laterza, Bari 2020, p. 5.
[8] Ivi, p. 31.
[9] Alberto Prunetti, La trilogia working class. Scrivere per non farsi togiere la pelle, «Giap!», 26/IX/2019, https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/09/trilogia-working-class/.
[10] Alberto Prunetti, Nel girone dei bestemmiatori, cit., p. 30.

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