Pioggia di stelle: un best-seller del primo Novecento

Pioggia di stelle, Matila C. Ghyka
(Atlantide, 2020 – Trad. di M. S. Iommi)

pioggia-di-stelle-960x1300 (1)«È molto romantico! Fa molto Europa Centrale; un’operetta di Lehàr!» così Maleen-Louis, protagonista principale dell’unico romanzo di Matila Ghyka, definisce le vicende raccontate in Pioggia di stelle e da lui stesso vissute, attribuendo loro il carattere patetico ma a lieto fine delle operette del celebre compositore ungherese. Non è raro incontrare nel testo riferimenti come questo a opere teatrali, opere d’arte e capolavori letterari del periodo tra le due Guerre, che ci permettono di immergerci in profondità nell’atmosfera culturale dell’Austria e della nuova Cecoslovacchia, ancor più di quanto potrebbe fare la lettura di un trattato storico o di una testimonianza epistolare.

È proprio questo l’aspetto più speciale del romanzo: non ci porta semplicemente indietro fino agli anni ’30, ma ce li fa vivere sulla nostra pelle attraverso i suoi personaggi. Tradotto per la prima volta in italiano, Pioggia di stelle ci racconta cosa la Grande Guerra ha dato e tolto alle persone che l’hanno vissuta, le aspettative che si affacciano timidamente sul loro futuro, ma anche la dignità di fronte allo sconforto e le incertezze del loro periodo. Sembrano persone in carne e ossa, profondamente radicate nel loro contesto, con sentimenti e attitudini così realistici e storicamente accurati da sembrare esistite realmente; e appare logico pensare che sia stato davvero così, che l’autore abbia tratto ispirazione dai volti e dagli sguardi che popolavano la vita mondana di quei giorni, di cui anch’egli ha fatto parte, così da produrre una perfetta fotografia socio-culturale del periodo interbellico.

Pronipote del principe di Moldavia, Matila Costiescu Ghyka (1881-1965) ha vissuto in effetti una vita degna di un romanzo: di origini rumene, studiò e visse a Parigi, fu ufficiale della Marina durante la Prima Guerra mondiale, mentre nella Seconda divenne Viceministro della Romania a Londra. Frequentò i circoli letterari inglesi e francesi e fu amico di Léon-Paul Fargue, Marcel Proust, Paul Valéry e Antoine de Saint-Exupéry.
Fu anche esperto di storia dell’arte e di matematica, come testimonia il libro con cui è stato riconosciuto a livello internazionale, Il Numero d’oro: un saggio critico che dimostra la centralità della sezione aurea (la successione di Fibonacci) nell’arte e nella cultura europee, e che sviluppa una teoria filosofica secondo la quale ogni creatura vivente obbedisce a una ciclicità armonica, al ritmo vitale della sezione aurea.
L’incredibile spirito eclettico che contraddistinse la mente brillante di Ghyka si intuisce dalla vasta conoscenza interdisciplinare che emerge da ogni riga di Pioggia di Stelle.

Tante sono le similitudini tra la vita dell’autore e quella del personaggio principale dell’opera, Napoleone di Maleen-Louis: non solo hanno entrambi preso servizio nella Marina militare come ufficiali, ma hanno anche fatto carriera in ambito diplomatico. Dopo una prima situazione di disagio economico con cui si apre il romanzo, a Maleen-Louis viene offerto infatti di lavorare come referendario nella CID (il Congresso Internazionale del Danubio), un ruolo di rilevanza politica che non solo valorizza il suo passato militare ma gli permette di servire nuovamente la sua patria, riportandolo al contempo agli agi della sua vita prima della guerra.

Gli altri personaggi seguono questo stesso andamento di rinnovamento sociale e morale, come nel caso di Massimiliano Dego, giovane ex-soldato ceco che ha perso il padre in guerra, che non solo trova lavoro alla CID, ma anche l’amore della sua vita. Da un iniziale stato di crisi esistenziale, nel quale i personaggi sono stati costretti a ridimensionare le loro aspettative future e faticano a trovare il proprio posto nel nuovo mondo, prima o poi essi ritrovano la loro strada senza quasi farci caso, a volte grazie all’incontro di vecchi amici, o acquisendo un nuovo impiego, altre volte ancora in un nuovo amore. Si accorgono che, anche se lo avevano dimenticato, in qualche modo la vita trova sempre un modo per continuare.

Si parla poco del timido ottimismo crescente che si insedia nel periodo tra le due Guerre: più facilmente ci si imbatte in interpretazioni che testimoniano la caduta dei valori, la disillusione e la depressione per i sogni di conquista andati in fumo. Eppure i personaggi di Pioggia di stelle raccontano il desiderio di ricominciare a vivere, anche se in un’Europa inasprita, smarrita, mutilata dalle ripartizioni geo-politiche, ancora in lutto dei suoi caduti.

Allo stesso tempo il romanzo non rischia di figurare come un ingenuo elogio alla rinascita della speranza. Il punto di vista dei personaggi, per lo più aristocratici e diplomatici con un passato militare alle spalle, è un lucido sguardo critico che riflette sulle conseguenze politiche del Trattato di Versailles. I dialoghi forbiti tra i funzionari della CID, talvolta accesi dall’orgoglio nazionale, sono il microscopio attraverso cui osserviamo muoversi le dinamiche sociali delle grandi città europee in cui sono ambientate le vicende: Vienna e Praga.

Mentre Praga viene ritratta felice ed esuberante, capitale della Boemia «resuscitata» in Cecoslovacchia, dove la repubblica democratica ha soppiantato l’aristocrazia dando vita a un complesso ed efficiente organismo governativo, a Vienna si sospira la grandezza dell’Impero perduto. Tra gli abitanti di quest’ultima permane una pesante sensazione di nostalgia melanconica e languida, che si riassume nella parola tedesca “Schwermut”, la stessa che Pierre Dantheriéu, segretario alla Legazione di Francia, utilizza per descrivere gli sguardi delle bellissime donne viennesi che intravede per strada e nei locali.

Forse non è un caso che il romanzo, divenuto celebre appena stampato (nel ’33 a Parigi da Gallimard), perse il suo successo dopo la Seconda Guerra mondiale. Probabilmente gli europei del secondo dopoguerra faticavano a rispecchiarsi nelle speranze raccolte verso un futuro più luminoso, e potrebbero aver trovato il romanzo anacronistico, amaramente ironico, privato del suo valore di attualità.

Eppure, proprio nel finale, l’autore anticipa che avverrà una guerra ancora più grande di quella appena vissuta, ma non lascia che questo adombri la felicità del momento presente. È anche in questa ciclicità, tra vita e morte, pace e guerra, sofferenza e amore, che risiede la bellezza dell’armonia teorizzata nel Numero d’Oro. La parte finale del romanzo acquisisce così un sapore metafisico e mistico, eco della legge universale dell’eterno ritorno, a cui in quanto esseri viventi necessariamente rispondiamo.

«Avrebbe amato ancora?» chiede il narratore nelle ultime pagine, interrogandosi riguardo al destino di Napoleone di Maleen-Louis, «Si sarebbe rinverdito come quei vecchi tronchi d’albero della giungla cingalese, alberi caduti, spezzati, marciti, da cui eternamente spuntano nuovi rami, nuove fioriture?»

Davide Lunerti

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