Mostri che hanno ragione: intervista a Domitilla Pirro

Nati Nuovi, Domitilla Pirro
(effequ, 2021)

Cosa succederebbe al mondo se il bambino, il soggetto indifeso e vulnerabile per eccellenza, si trasformasse in un concentrato di forza devastatrice?

Nel secondo romanzo di Domitilla Pirro i bambini e i preadolescenti esplodono uno dopo l’altro, a volte in gruppi, nel giro di poche settimane: dopo qualche giorno di sintomi vaghi, acquisiscono all’improvviso una forza fisica smisurata, che prontamente sfogano in uno scoppio di rabbia cieca (l’Innesco), distruggendo cose e vite intorno a loro –in genere, vite adulte. È un’apocalisse zombie in cui al posto degli zombie ci sono i ragazzini: affastellati i corpi dei grossi uno sull’altro, si aggirano per multisala e supermercati abbandonati, in cerca di cibo, o di giocattoli, o di una powerbank con cui ricaricare il cellulare. Uno scenario inedito e disturbante, in cui scene splatter degne di Tarantino si mescolano alle fragilità dei bambini –una su tutte, la paura del buio.

In questo mondo rovesciato, i sei giovanissimi protagonisti formano una comunità improvvisata ma funzionante: chi già innescato, chi no, hanno in comune il fatto di aver subito l’apocalisse –spesso in modo traumatico- più che esserne stati fautori. Insieme cercano di sopravvivere in un mondo che ha smesso di produrre, di essere interconnesso, e soprattutto di proteggere

Domitilla Pirro, d’altra parte, i miniumani li conosce bene: dal 2016, infatti, organizza laboratori di scrittura per bambini e ragazzi presso il Fronte del Borgo della Scuola Holden di Torino.

Ho avuto il piacere di dialogare con lei su questo romanzo sfrontato e originalissimo.

Nella Premessa del romanzo troviamo una sommaria spiegazione della comparsa dei Nati Nuovi: Per colpa dei Grossi il pianeta ha esaurito le sue risorse. Per colpa dei Grossi le peggiori previsioni avanzate dagli scienziati hanno vertiginosamente portato a uno shift nel sistema. La durata media della vita umana si è accorciata fino a un vero e proprio ribaltamento dei rapporti tra le età dell’uomo. 

I movimenti ambientalisti negli ultimi anni sono animati soprattutto da persone molto giovani, che accusano le generazioni precedenti di aver depredato il loro futuro –di aver consumato risorse e alterato il clima, lasciando ai loro figli il peso delle conseguenze. L’aspetto spiazzante del tuo romanzo è il ribaltamento di questo scenario: tu immagini un’apocalisse che si ritorce contro gli adulti, e va a vantaggio dei bambini. Come mai hai fatto questa scelta?

Inizio col dire che da parte mia non c’è nessuna pretesa di affrontare i temi. Noi siamo persone che hanno il privilegio di raccontare storie, ovvero balle strutturate, e io diffido moltissimo di quegli scrittori che pretendono che la loro balla strutturata possa affrontare il tema: è una posa, non è questo il nostro compito. Ora, è ovvio che leggendo un romanzo venga spontaneo cogliere alcuni fili, come hai fatto giustissimamente tu, e legarli a quello che accade nel mondo. Tutto questo è bellissimo e sta, per quanto mi riguarda, a chi legge. Quello che può fare chi scrive, invece, è semplicemente raccontare di alcuni personaggi. 

Quindi la scelta di partire da quelle premesse e di andare nella direzione che tu dici, ovvero raccontare un’apocalisse che va a vantaggio dei ragazzini, è dovuta solo alla necessità di assecondare i personaggi stessi. Cosa intendo? Nel passare a Chilografia a questi sei Nati Nuovi, alla nuova creatura a cui sto lavorando, in questo tunnel mi sono detta: ok, ma c’è un filo che sto seguendo, oppure sono tutte cose scollegate? E ho capito questo: che a me interessa raccontare di mostrini che hanno ragione. E in questo caso mi piaceva assecondare la loro mostruosità facendo in modo che potessero avere una forma di rivalsa. 

Potrebbero esserci molti modi di raccontare una rivolta dei ragazzini contro gli adulti. Tu hai deciso di imperniarla attorno a una rabbia cieca, ben rappresentata dall’urlo roco, di gola, che emettono i Nati Nuovi, o dalle loro risate senza contorni. Da dove viene questa rabbia, e come hai deciso di raccontarla?

Viene dalla memoria. Io mi ricordo il tipo, la qualità precisa e specifica di rabbia che sapeva prendermi in età adolescenziale. Hai presente quella cosa che si chiede nel 99% dei casi a qualcuno che ha scritto una balla, e cioè: quanto c’è di autobiografico? La risposta, come dice sempre quella meraviglia che è Loredana Lipperini, è: tutto e niente! Nel senso che non c’è nulla di autobiografico, perché se dio vuole nessuno ha preso a sprangate nessun altro, però ci sono delle cose che esperiamo e che poi bene o male andiamo a ricicciare, a elaborare, a utilizzare come benzina. In questo caos, la prima rabbia adolescenziale che mi sono trovata a utilizzare come carta modello è la mia. Io me lo ricordo il disgusto che ti ispirano gli adulti quando hai un’età compresa tra gli x e gli y anni: il tipo di rabbia che provi allora secondo me non lo provi più, ed è una rabbia senza contorni, ed è una roba che rischia di mangiarsi il resto. Poi, nel momento in cui diventiamo adulti, quella rabbia tendiamo a dimenticarcela. In realtà la promessa che ognuno di noi dovrebbe fare a se stessa o se stesso è di diventare, per quanto possibile, una persona adulta che non ti avrebbe fatto schifo incontrare da ragazzino. 

A questo proposito, mi viene in mente che forse i protagonisti del tuo libro non potranno fare questa promessa a se stessi: in un mondo in cui i grossi sono stati aboliti, secondo te i tuoi sei ragazzini avranno la possibilità di crescere e diventare adulti?

È stato complicato accomiatarsi da questi personaggi, è stato molto difficile mollarli al loro destino. Io non ho idea di che cosa accada dopo, non mi sento di escludere niente, quello che so è che, tornando al discorso della rabbia, per me la domanda è stata: e se quel tipo di rabbia lì avesse la possibilità di incarnarsi e di avere un esito fisico? Che forma prenderebbe se non quella? Dopodiché ci possiamo chiedere: questo gruppo di sfascioni, questi adorabili antieroi, come lo gestiranno un domani quel potere lì? Questo non lo so. Perché come dice il più grande filosofo del Novecento, ovvero lo zio Ben di Peter Parker, da grandi poteri derivano grandi responsabilità. 

I sei protagonisti ci appaiono piuttosto diversi dai loro coetanei che si abbandonano ai massacri e alle razzie: conservano l’idea della solidarietà, del lutto, della cura verso l’altro. Non a caso, nei primi capitoli quando parlano degli altri li chiamano loro. Col passare del tempo, però, non sanno più spiegare in cosa questi loro siano diversi dal noi.  Perché?

Scrivendo di questi ragazzini, ho cercato di metterli in relazione con quello che hanno attorno pur mantenendoli, come dire, sinceri e genuini rispetto al contesto. Queste sei creature un minimo di autocoscienza ce l’hanno, chi più chi meno, e quindi mi interessava che prendessero consapevolezza di questo: tu puoi dire che determinate scelte di tuo non le avresti mai fatte, e quindi ergerti in una posizione giudicante; però se poi finisci per fare esattamente le stesse cose che fanno altri soggetti che stavi aspramente criticando fino a trenta secondi prima, tu sei la stessa roba. È una questione di responsabilità.

È vero. Questo discorso è trattato in maniera molto sottile: anche il senso del bene e del male rimane, ma cambia contorni. Mi viene in mente l’episodio in cui i protagonisti uccidono una persona a sassate perché hanno bisogno del suo giaccone: si pongono ancora un problema di tipo morale, ma non riguarda più l’omicidio in sé. Quello per cui provano disagio, o forse anche rimorso, è il fatto che l’uomo ci metta tanto tempo a morire. 

Quella è la scena da cui è nato il romanzo. Era il 2017/18, ho mandato a Playboy un racconto che partiva da questa immagine qui: cinque, sei bambini in cerchio in un parcheggio che prendevano a sassate una persona a terra e, di nuovo, avevano ragione loro. Poi mi sono resa conto che, pur avendo finito di lavorarci, questo storia non mi mollava, questi ragazzini continuavano a girarmi in capoccia, e allora ho detto: prendiamone atto, vediamo che cosa stanno facendo, vediamo chi sono, facciamocelo raccontare. 

Nel romanzo il rapporto con gli adulti è molto ambivalente: alcuni Nati Nuovi si innescano proprio aggredendo il padre o la madre; per altri, al contrario, la prima reazione al disastro è correre a cercare i genitori, nella speranza vana che possano risolvere, curare, proteggere. C’è una sintesi tra queste due spinte contrapposte?

Questa è una domanda difficilissima! Secondo te c’è? Mettiamola così: c’è quel concetto psicoanalitico, che poi appartiene anche un po’ alle scuole di scrittura, dell’uccidere i padri. E questo concetto parte dal presupposto che tu soltanto liberandoti dalla tradizione, e anzi liberandotene in maniera violenta, maciullandola, rimasticandola, digerendola, solo allora potrai produrre del nuovo. Io non so se uccidere i padri sia ancora un’espressione del tutto centrata, però so per certo che dobbiamo farci i conti, con la tradizione. Capisco che questo sposta un po’ il focus rispetto alla tua domanda, però provo lo stesso a tener dentro tutto. Pensa a quante polemiche stanno nascendo, negli ultimi tempi, intorno a opere di narrazione che, per un motivo o per un altro, non rispondono più alla mutata sensibilità dei tempi: bandire la filmografia di un certo regista, mettere un disclaimer, non metterlo… È davvero saturo l’Internet di polemiche in merito. Si tratta di questioni estremamente delicate, per le quali non esiste una risposta univoca e automatica, che però ci mettono sempre davanti allo stesso nodo: quello dell’uccidere i padri, del mettere in discussione ciò da cui proveniamo. Questi sono temi particolarmente disperanti per chi si occupa di narrazione, sono fenomeni rispetto ai quali la comunità dei contaballe si sta ponendo un sacco di domande. Ci obbligano a fare i conti con chi viene prima e chiederci quanto il passato possa essere ancora una bussola valida, una luce valida per orientarci oggi. Vale nel piccolo, nella famiglia, e vale nel grande se parliamo di tradizione culturale. Io credo che la sintesi sia una chimera, che sia molto difficile da perseguire. Credo che una polarizzazione, anche in questo senso, non possa non avvenire. Sicuramente non è minimizzando questo dilemma che potremo trovare una quadra. Se la lettura della contemporaneità è mutata, è perché Nati Nuovi e Nate Nuove stanno guardando il mondo, e allora mi viene sempre più voglia di dire: lasciamo che lo guardino, lasciamo che lo raccontino e leviamoci dalle scatole, non mettiamoci di traverso tra questa mutata sensibilità e le decisioni da prendere. 

Mi vorrei soffermare anche sulla lingua del romanzo, un impasto di romanesco e inglese storpiato, efficacissimo nel dar voce a un’infanzia sospesa tra ingenuità e disincanto. Come si fa, nella tua esperienza, ad ascoltare il parlato e trasformarlo in una lingua che funzioni bene sulla carta, che resti viva e interessante anche dentro a un libro?

Come se fa? Se fa che io penso così e parlo così: puoi togliere me dalla capitale, ma non puoi togliere la capitale da me! L’accento, il dialetto, la lingua, per me è ciò che determina la veridicità di una storia, è ciò che mi fa credere o meno a quello che mi viene raccontato. Nelle prime stesure di questo romanzo, i personaggi erano muti. Non riuscivo a scrivere i dialoghi: parlavano tra di loro, ma in discorso indiretto. Questo perché io ero già consapevole che questa storia fosse un tributo all’esperienza di Fronte del Borgo: e siccome vivo da dieci anni in Piemonte, e gran parte dei miei alunni sono locali, sostanzialmente l’intera storia me la immaginavo ambientata da queste parti. Qual era il problema? Che la lingua non era la mia! Per carità, io posso fare delle incursioni anche curiose, anche divertite nelle lingue degli altri: ad esempio con Sote’, il racconto di 8×8, il calco era sul pugliese. Se il protagonista è ispirato a una persona reale, e so che è pugliese, io non posso farlo parlare senza usare il dialetto. Altrimenti non ci credo, altrimenti nella mia testa parla in doppiese, parla doppiato. 

Quindi sì, a volte mi piace usare anche i dialetti altrui, però con Nati Nuovi non trovavo una lingua che suonasse sincera. Poi Francesco, mio primo editor, mio compagno in tutto, mi ha detto:

“Scusa eh, ma non è che questi ragazzini sono vicini di casa di Palla[1]?” 

E lì mi sono resa conto che queste creature parlavano la mia, di lingua, e ho iniziato a credere loro ancora di più. 

Poi, se la tua domanda è proprio come si fa? ti invito e invito chiunque a chiedersi: questa scena, se fosse vera, come avverrebbe? Se questi non fossero personaggi ma persone, come parlerebbero? E se sono persone che abitano dietro casa tua, come parlano davvero? Perché per me è quella la gabola, il gancio. E forse si tratta, davvero, di sbobinare cose che senti e che immagini di sentire. 

Il sottotitolo del romanzo è L’apocalisse dei ragazzini. Leggendo queste due parole una accanto all’altra, mi è venuto spontaneo pensare a Good Omens, romanzo di Terry Pratchett e Neil Gaiman da cui è stata tratta anche una serie. Quella storia ruota attorno a un ragazzino che si accorge che il mondo non è come dovrebbe essere, e lo vorrebbe riparare nei modi che vengono in mente a un undicenne; solo che oltre a essere un undicenne è anche è l’Anticristo, e quindi può davvero far succedere tutto quello che vuole, e far scoppiare l’Apocalisse. Conosci questo libro? Pensi che in qualche modo dialoghi col tuo?

Purtroppo, pur conoscendo perfettamente Terry Pratchett e Neil Gaiman, non ho ancora letto Good Omens né visto la serie. Però assolutamente sì, so di cosa parli: quando è uscito mi ha incuriosita moltissimo, anche se ancora non ho avuto il tempo di recuperarlo. Il fatto è che c’è una potenza iconoclasta e distruttrice che si ha quando si è Nati Nuovi, e che dopo si perde. È davvero liberatorio ed esilarante immaginarla, un’apocalisse dei ragazzini, anche perché quale migliore apocalisse potrebbe esserci? 

Il sottotitolo è un parto della mente di Effequ, e deriva dal Mondo salvato dai ragazzini, che è un riferimento elevatissimo, non sono degna di pulire le scarpe al bibliotecario che conserva la prima copia di questa raccolta di poesie di Elsa Morante… però anche qui c’è, diciamo, un idealistico ruolo salvifico attribuito al ricambio generazionale. Quindi sì, per tornare alla tua domanda, il dialogo c’è eccome: è questione di concepire il mondo come qualcosa che somiglia alla stanza dei giochi. E se qualunque contaballe in realtà è una persona che sta giocando a fare Dio, allora davvero può cercare di reinventarselo come vuole. 

Hai voglia di raccontarci il percorso che ti ha portata dall’esperienza di Fronte del Borgo al romanzo?

Questi sei miniumani sono un mio piccolo, piccolissimo, minuscolo monumento a delle creature che esistono davvero e che in questi anni di docenza mi sono entrate nel cuore. E quindi cosa faccio? Scatto delle foto per ricordarmeli? No, no ovviamente: io lavoro con le parole, e quindi li metto dentro a una storia, per fare in modo che restino in mente anche ad altre persone. E devo dire che è stato molto organico il processo di colatura di queste sei personcine sulla pagina. Le gemelle sono quelle due, io so chi sono, Gec e Ari sono Giacomo e Arianna ed esistono, Gabri ha un altro nome, e Vera è il precipitato di almeno tre personcine. È stato qualcosa che si è chiarito via via, non ho un momento definente da riportati se non l’immagine della sassaiola da cui è nato tutto. 

La magia è scattata quando mi sono resa conto che avevo un tesoro grande: quando scrivi, immagini i tuoi personaggi calati in un certo contesto, e ti domandi: che cosa farebbe questa personcina se…? Il lusso gigantesco che ho avuto è stato poterlo chiedere alle personcine stesse. Per esempio, l’atto finale dell’arco narrativo delle gemelle mi è stato suggerito caldamente dalle gemelle stesse. Io sono stata in dubbio per molto tempo, avevo un paio di opzioni e gliele ho illustrate… e loro sono andate dritte come dei fusetti in quella direzione. È questo il motivo per cui noi a lezione scherziamo: non trattiamo i bambini da cretini, sono semplicemente persone basse. 

Secondo te i miniumani a cui insegni hanno più rabbia rispetto ai loro coetanei di altre generazioni?

No, io credo che la rabbia sia esattamente la stessa. Forse cambia la consapevolezza nel gestirla e nel gestire l’interazione con le altre generazioni: oggi c’è più attenzione a cose come l’alfabetizzazione emotiva, impari a dare un nome a quello che senti. Ancora si fa troppo poco, ma comunque c’è un po’ più di sensibilità rispetto a prima.

Però l’incandescenza di quello che provi quando ti senti solo, quando non ti senti compreso, quando ti senti alienato dal contesto che dovrebbe proteggerti e supportarti, quella roba lì secondo me è immutata. Di questo sono abbastanza sicura.

Intervista a cura di Benedetta Galli


[1] La protagonista di Chilografia, il primo romanzo dell’autrice, ambientato in provincia di Roma.

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