I delfini si chiamano per nome. Linguaggi animali di Eva Meijer

Linguaggi animali. Le conversazioni segrete del mondo animale, Eva Meijer
(Nottetempo, 2021 – Trad. Stefano Musilli)

Se alla domanda “cosa studi” rispondo “linguistica” non basta. Aggiungo che mi interesso “della salute delle parole” e va un po’ meglio. Dovrei ricorrere all’esempio che mi ripeteva la mia professoressa di Linguistica Generale in triennale: studiare linguistica è come fare un corso di primo soccorso, perché siamo insieme corpo e linguaggio. Era una provocazione, ma resta il fatto che la linguistica nasconde una sorprendente chiave di lettura del mondo, o della sua rappresentazione (dipende quanto Wittgenstein vi sta simpatico). Se sconfiniamo nella filosofia del linguaggio la cosa si fa davvero interessante; detta male: come facciamo a definire il linguaggio tramite il linguaggio stesso? Fa diventare pazzi; è metalinguistica. Il bel saggio di Eva Meijer Linguaggi Animali rende accessibili temi come questo e non solo: alla linguistica e alla filosofia del linguaggio si mischiano temi antropologici e soprattutto di Animal Studies. La domanda di fondo è semplice: c’è differenza tra linguaggio umano e linguaggio animale?

Tutti i manuali di linguistica iniziano allo stesso modo: il linguaggio umano è discreto (ossia composto da elementi tra loro distinguibili); ricorsivo (è sempre possibile aumentare il significato) e permette la doppia articolazione (la possibilità di formare infiniti segni dotati di significato e significanti a partire da elementi privi di significato, come i fonemi). Queste tre caratteriste lo rendono “umano” e diverso da tutte le altre tipologie di linguaggio, o così sostiene la maggioranza dei linguisti. Tuttavia, i recenti progressi negli studi animali dicono altro. 

A quanto pare i delfini si chiamano per nome: ognuno ha un suono “speciale” per presentarsi e farsi chiamare dai nuovi individui. Ciò significa che i delfini sanno essere creativi (cioè ricorsivi). Stessa cosa fanno i pipistrelli. Se ci allontaniamo dall’idea di un linguaggio simbolico e fonico come quello umano, le cose non cambiano. I serpenti, per esempio, “parlano” con il tatto e con le scie chimiche che rilasciano i tessuti del corpo, trasmettendo informazioni sul sesso o su un’ipotetica gravidanza. I motivi colorati del calamaro di barriera si riferiscono al mondo esterno e variano in base alla specificità del messaggio, ossia seguono una sintassi. Ancora: i meliponimi (api senza pungiglione) possiedono un ampio spettro di azioni per indicare a vicenda la posizione del cibo; queste danze producono scie chimiche e una variegata gamma di odori differenti che combinati veicolano informazioni semantiche, come fossero parole. L’esempio delle api è sintomatico: nei manuali di linguistica troverete l’opposizione umani/api per spiegare la differenza tra linguaggio discreto e continuo; il primo costituito da fonemi isolabili e distinguibili, il secondo da una danza che può essere compresa solo nella sua continuità. Ma abbiamo appena capito che ciò è vero solo se consideriamo una grammatica uditiva.

Il passo successivo chiama un problema spinoso con cui tocca fare i conti: in che rapporto sono comunicazione e linguaggio? La maggioranza dei linguisti vi dirà che gli umani fabbricano linguaggio, gli animali comunicano. Meijer (che è una filosofa/antropologa) cita il famoso comportamentista animale Slobodchikoff, il quale sostiene che la comunicazione animale sia un sistema chiuso a tre componenti (mittente, destinatario e un segnale) pre programmato. Al contrario, il linguaggio (umano) è un sistema aperto in cui il rapporto domanda-risposta non è programmato, ma creativo (ricorsivo). Meijer è parzialmente d’accordo. Le strutture biologiche di umani e animali le darebbero ragione: il gene FOXP2, noto come “gene del linguaggio” è presente in tutti i vertebrati. Ne consegue che da un punto di vista evoluzionistico è improbabile ritenere che solo gli umani abbiano un linguaggio “umano”. D’altronde, gli esempi sopra dimostrano la presenza di grammatiche chimiche, tattili, uditive nel mondo animale. Un esempio come quello dei delfini indica chiaramente che ogni suono ha un significato specifico, quindi i delfini sanno creare significati, come molte specie di uccelli (come quella degli uccelli canori) sanno essere ricorsive, ampliando lo spettro di suoni significanti nel proprio messaggio.

Queste considerazioni non servono tanto a stabilire se il linguaggio umano sia superiore o meno a quello animale – come vorrebbe Meijer -, bensì a comprendere quali e quante caratteristiche i due linguaggi abbiano in comune, e come ciò possa ampliare le nostre interpretazioni sulla “ragnatela dell’uomo” (con le metafore sul linguaggio Wittgenstein era forte). Non solo, interrogarsi sulle somiglianze tra umani e animali a livello linguistico porta a questioni vecchie quanto Heidegger, il quale sosteneva che linguaggio e mondo fossero “equiprimordiali”, cioè il secondo esiste perché lo inventiamo con il primo. Affascinante. Per Heidegger il linguaggio umano permette all’uomo di identificare il proprio Io all’interno del linguaggio, cioè sapere in che acqua nuota; al contrario, un Cacatua percependo il mondo come Cacatua farà solo pensieri da Cacatua. Che vogliamo dire? Se linguaggio umano e animale sono molto più simili di quanto si pensi (smentendo Heidegger) siamo sicuri – come domanda giustamente Meijer – che gli essere umani comprendono se stessi in quanto umani?

I due mondi opposti della linguistica (/psicologia/filosofia e chi più ne ha più ne metta) forse ci aiutano a capire meglio; semplificandoli: comportamentismo vs innatismo (Chomsky). Come detto: sul tema i sostenitori della tesi innatista credono che gli animali comunichino solamente senza avere la capacità linguistica biologica/innata, al contrario dei comportamentisti. Questi due mondi rappresentano la relatività e la fisica quantistica della linguistica, e sono entrambi ricchi di punti di forza. Pensiamo a Wittgenstein: si è sposato con entrambi; ne Le ricerche sostiene il contrario del Tractatus: da nemiche linguaggio e fenomenologia vanno a braccetto. Meijer asserisce lo stesso, ma universalizza la sociolinguistica e banalizza Chomsky, il quale non hai mai teorizzato la sua Grammatica Generativa in contrasto con l’ipotesi comportamentista: le variabiali sociolinguistiche del linguaggio sono ineludibili, ma non spiegano la complessità dell’architettura linguistica, soprattutto nella fase di apprendimento (il vero Turning Point) . Non considerando quest’aspetto, il discorso di Meijer da linguistico diventa (solo) antropologico e sociologico, pur di decostruire lo status di superiorità del linguaggio. Lanciarsi in affermazioni come «il linguaggio è un fenomeno fondamentalmente sociale» è incauto (e sbagliato). Basta riflettere su quello che la stessa Meijer cita all’inzio da Wittgenstein: l’uso conferma la struttura. Esatto, ma non viceversa. 

Linguaggi animali, però, resta un contributo prezioso a livello antropologico, lunguistico e per gli studi animali. Il messaggio è rivelatore: il linguaggio rende uguali cose che non lo sono, e rende differenti cose che non lo sono, mostrandosi in modo dissimile. Niente panico, ci è cascato anche Cartesio sostenendo che gli animali non parlando non pensano, e pure Kant ha detto che di conseguenza non hanno logos né capacità morale. Se avessero saputo dei delfini forse avrebbero cambiato idea. Anche perché saper dare un nome (proprio) è un’abilità linguistica complessissima che richiederebbe un corso di laurea a tema. È solo dai tempi di Parmenide che se ne si discute. Se i delfini ne sono capaci, cosa conoscono del rapporto tra linguaggio e realtà?

Davide Spinelli

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