Dieci sguardi sulle quotidianità possibili, quasi veri

Dieci storie quasi vere, Daniela Gambaro
(Nutrimenti edizioni, 2020)

Doecistorie_CoperrtinaQuante volte ci siamo resi conto che, spesso, la vita accade senza che ci facciamo caso? E quante volte, poi, forti di questa constatazione, abbiamo provato volontariamente a farci caso, alla vita, mentre accade? Daniela Gambaro lo fa con una naturalezza rara, ci fa caso e lo mette nero su bianco: della vita che scorre ne cattura un attimo – dieci attimi? – e ce lo restituisce come un dono delicato nelle sue pagine. Con l’entusiasmo e la genuina sorpresa di chi riesce ad acchiappare una farfalla in volo, la scruta rapito tra le mani e infine la osserva volare via.

È un po’ questa la sensazione che si ha leggendo Dieci storie quasi vere, la raccolta di racconti con cui Daniela Gambaro – già sceneggiatrice – ha esordito nel mondo della narrativa: pubblicato da Nutrimenti dopo aver ricevuto la menzione speciale da parte della giuria del Premio Calvino 2019, nel 2021 il libro ha ricevuto il Premio Campiello Opera Prima, confermandosi come esordio coraggioso che riporta l’attenzione sulla narrativa breve italiana.

Il titolo della raccolta evoca già l’atmosfera dei racconti: le storie narrate – e già il termine storie predispone a un ascolto partecipe e affettuoso, come se il lettore si apprestasse ad assistere al racconto di un amico – non sono necessariamente vere, ma potrebbero benissimo esserlo, e questo non importa. Quello che l’autrice sembra chiedere al lettore non è di credere ai fatti narrati, ma piuttosto di accogliere con animo autentico dieci spaccati di vita che non rappresentano altro se non la vita stessa – la vita che scorre mentre ci si fa caso.

Tutti i racconti si svolgono in una dimensione privata e ognuno di essi ha a che fare con rapporti e legami familiari, in cui a prevalere sono la presenza e lo sguardo delle donne: la raccolta si apre con una bambina che scopre il sesso, non ne vuole sapere e poi ci ripensa. Ci sono poi la signora Avezzù, che confessa un pesante segreto al ragazzo incaricato di setacciare il giardino alla ricerca della tartaruga andata in letargo prima del trasloco della famiglia; c’è Nina, una signora che trasmette la sua più grande passione al nipote e non alla figlia con la forza di un sorriso, secondo una leggenda degli Indiani d’America; c’è Anna, che scopre i tradimenti del marito proprio il giorno in cui i vicini stanno per scoprire la stanza in più, quella che avrebbe dovuto ospitare un figlio. Ci sono una babysitter con la vocazione religiosa, una coppia che parla inglese per non farsi capire dai figli, una spiaggia dove vanno a fare le uova le tartarughe e una bambina che si illumina.

L’autrice dipinge un fermo immagine di scene quotidiane, illumina con delicatezza scorci di intimità dove, una dopo l’altra, vengono rivelate alcune delle possibili sfumature del tema della maternità e della genitorialità. Le protagoniste dei racconti sono madri a cui questa etichetta sta stretta, oppure madri che non lo sono più o non lo sono mai state per motivi legati ai più svariati accidenti della vita; madri che lo sono già e vorrebbero esserlo ancora di più, altre che non vorrebbero mai esserlo state. Donne, infine, che non chiedono giudizi o conferme, ma solo ascolto: è la necessità di queste storie a definire la possibilità di essere accolte dal lettore così come sono, come amabili epifanie.

«Mi chiedo cosa avrebbe fatto mia madre se fosse nata in una tribù indiana come sembrava aver desiderato per tutta la vita. […] Forse le sarebbe piaciuto diventare l’assistente dello sciamano e questa sua decisione avrebbe diviso il villaggio tra i favorevoli e i contrari alla sua carriera medica, e lei avrebbe individuato in questo modo chi le era amico e chi le era nemico, cosa che invece sembrava facesse una gran fatica a fare nel mondo in cui viveva.»

Che siano malinconici o divertiti, quelli che si propongono al lettore sono scenari di vite possibili calati in atmosfere di sogno, carichi di sguardi diversi e ugualmente importanti sulla realtà delle relazioni familiari. Il come si vivono queste relazioni, in tutte le storie, ha a che fare con un punto di rottura: se la vita fosse una pellicola cinematografica, allora Gambaro ne starebbe proiettando un fotogramma, uno di quelli con una crepa. Soffermandosi con commossa e tenera ironia sul dettaglio di questa frattura, l’effetto che crea sul lettore ricorda quello di uno spettatore che, al cinema, non distingue più se il suo stare seduto sulla poltrona faccia parte o meno del film stesso. Infatti, la scrittura estremamente semplice e limpida, l’acutezza e la cura dello sguardo di Gambaro si traducono in una poetica del quotidiano e del dettaglio che rendono immediato empatizzare con tutti i personaggi e le loro umane imperfezioni.

Nessun racconto pretende di dare una morale, il finale rimane sempre aperto, mai risolutivo: così come ci ha permesso di sbirciare nell’intimità di una vita, allo stesso modo l’autrice ce ne allontana. La forza immaginifica e suggestiva della scrittura di Gambaro lascia dietro di sé un’aura di sospensione: l’impressione è che, se volessimo, potremmo scegliere un altro fotogramma della pellicola e riprendere a scrutare piccoli attimi di quotidianità. E i personaggi sarebbero ancora lì, a fare i conti con le mancanze che ci definiscono come esseri umani, facendoci «sentire normali, sozzi e piccoli, strozzi e paranoici come tutti gli altri». Ed è quasi rassicurante. Quasi vero.

Beatrice Palmieri

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