Il romanzo industriale oggi: intervista a Francesco Dezio

La meccanica del divano, Francesco Dezio
(Edizioni Ensemble, 2021)

Se il romanzo industriale e operaio ha assunto una forma ben definita nel corso del Novecento, i cambiamenti sempre più veloci degli ultimi decenni pongono delle sfide notevoli ai narratori che decidono di percorrere questi territori: come raccontare la globalizzazione, la delocalizzazione, la dittatura del marketing, il venir meno della coscienza politica nei lavoratori? Francesco Dezio nel suo nuovo romanzo sceglie la strada della satira e del disincanto per raccontare uno specifico microcosmo sociale –l’industria del divano in Puglia lungo un arco di tempo che va dagli anni Ottanta ai giorni nostri, pandemia compresa. I protagonisti sono anch’essi figure emblematiche di questo mondo in trasformazione. Da una parte c’è Natalino Manucci, classico self-made man, artefice di una parabola che l’ha portato dalla bottega di un tappezziere alle prime pagine del New York Times. Dall’altra Nuccio Forleo e Michele Persico, prima operai con manie di grandezza, poi contoterzisti di Manucci, infine imprenditori in proprio con alterne fortune.

Partiamo dal titolo: cos’è la meccanica del divano?

È una tragicommedia in cui racconto in forma corale l’Epopea dei divani, un fiorente distretto nato qui nell’entroterra pugliese, che per dinamiche interne è molto simile a quello del Veneto o della Brianza. Il titolo indica la filosofia dell’imprenditore medio, improntata ad un modello familista e tesa al raggiungimento di obiettivi individualistici (l’unica logica in tutto questo è lo sfruttamento intensivo della manodopera, chiamata, con un eufemismo, “unità produttiva”). È un’indagine a tutto campo; partendo dalla microeconomia racconto di un gioco più grande (il mercato globale che assoggetta tutti ed è il vero protagonista della narrazione). Nel contempo, il titolo allude alle numerose indicazioni tecniche, sulle fasi di lavorazione di un divano e sulla tecnologia dei materiali. 

Nel corso del Novecento, la rappresentazione del mondo del lavoro si è sempre concentrata sull’opposizione tra padroni e operai. Ne La meccanica del divano, invece, gli imprenditori stessi appaiono in balia di forze che non riescono a controllare né comprendere, come l’andamento dei mercati globali. Come si configurano, quindi, i rapporti di potere all’interno del suo romanzo?

Non è possibile parlare di rapporti di forza tra capitale e lavoro in quanto quella stessa manodopera è volontariamente asservita alla classe imprenditoriale, ma soprattutto ai capricci del mercato globale, una specie di Fato tragico che premia e punisce secondo logiche misteriose e imprevedibili. Non esistendo più una classe operaia progressivamente divisa, desindacalizzata e diventata liquida, il sogno dei protagonisti Nuccio e Michele è di smarcarsi da un’esistenza da subordinati, poter diventare essi stessi padroni e mettere a servizio le vite degli altri per il raggiungimento dei propri scopi, il che, per semplificare, si riduce ad uno solo: arricchirsi a spese degli altri (in alcuni miei precedenti racconti avevo coniato un termine che si confà a questa categoria del consorzio umano, togliendo il prefisso im e lasciando quello di prenditori).

Il ruolo di narratore è affidato a una miriade di personaggi collettivi (chiamati cori voci), che si alternano nel raccontare la storia: i prototipisti, le influencer, i C.E.O., il Mercato… In alcuni casi, queste entità dialogano con i protagonisti: diventano voci martellanti che influenzano le loro azioni o li sottopongono a interrogatori serrati. Perché ha adottato questa struttura, e come ha scelto le voci e i cori?

In primo luogo volevo rinunciare alla dittatura dell’io e non mi piaceva neppure l’onniscienza della terza persona: proprio perché qualcuno o qualcosa (un’entità, insomma) doveva assumersi l’onere di raccontare, ho optato per delle voci plurime in cui ognuna dice una parte di quello che sa, solo che si tratta di voci indisponenti, si impicciano, si accavallano, tentano di contendersi pirandellianamente degli spazi arrivando perfino a prendersi gioco dei personaggi stessi (tra queste, una delle più invasive è ad esempio quella del Mercato, il vero deus ex machina) e già così andava bene, ma – pungolato anche dal mio editor, Ignazio Pappalardo – non pago, ho voluto ironizzare anche sul “genere” autofiction, riservando uno spazio ad una voce autoriale denominata Dezio (“comunista d’altri tempi”) a cui compete il ruolo degli spiegoni, quasi sempre ironici, sui codici linguistici e slang della parlata pugliese. 

Durante un dialogo con la stampa avversa, Manucci chiede ai suoi intervistatori: «Siete sicuri di essere di sinistra? Io ero preparato a un botta e risposta su temi come Rapporti col sindacato, Normative disattese sulla sicurezza sul lavoro, Vertenze, Malattie professionali, ecc.»
E si sente rispondere: «Magari un’altra volta. Volevamo qualcosa di diverso, che attizzasse il pubblico.»
Quanto ha pesato questa critica sociale nell’economia del romanzo?

La mia è un’amara constatazione, i partiti di sinistra, gli editori di sinistra, molto di quel che si muove a sinistra in realtà sono un ossimoro vivente, essendo gestiti da borghesi che, come tali, non intendono rinunciare ai loro privilegi e finalmente, in questi anni bui, archiviata la pratica sessantottarda (pose, indumenti, droghe, film, canzoni, ogni altro consumo culturale o pratica modaiola distintiva) e non essendoci altro (o nient’altro che il vuoto), hanno rivelato la loro essenza, tornando a stare più schiettamente dalla parte che gli compete, quella del capitale e fregandosene dei destini operai (di cui poco e niente gli importava pure prima, avendoli usati come sfondo sociale al loro credere e voler far credere di esser autenticamente di sinistra), della vita infame che fa la gente comune (con cui nulla voglion aver a che fare), indegna d’esser raccontata (oltre che vissuta), stesso dicasi per il memorabilia sindacale (normative, vertenze, malattie professionali, ecc.): niente di tutto questo fa più notizia, se si protesta (e si assurge agli onori della cronaca) è per l’esser o meno un No Vax o sulla liceità del green pass, possibilmente senza scendere in piazza ma testimoniando il dissenso in modo liquido, tramite social. 

Nel romanzo ci sono numerose note a pie’ di pagina: in certi casi servono semplicemente a tradurre alcune espressioni pugliesi, mentre in altri assumono una funzione metanarrativa, oppure indugiano in digressioni erudite, producendo un effetto di straniamento rispetto all’universo prosaico in cui si muovono i personaggi. Che ruolo hanno queste note?

Esattamente quello che ha descritto, in alcuni casi sono al servizio del lettore, per facilitargli il compito di decriptarne gli slang, ma sono anche una sorta di romanzo nel romanzo che corre in parallelo (quasi fosse un dietro le quinte della storia che si sta raccontando). È una tecnica che è stata già usata da David Foster Wallace, ne ho fatto tesoro ma senza prendermi troppo sul serio. 

Accanto alla storia imprenditoriale di Manucci, Forleo e Persico, c’è un’altra linea narrativa a cui ha dato molto spazio: quella di Myriam Bonasia, reginetta di bellezza decaduta, moglie insoddisfatta di Nuccio Forleo, che alla fine cerca una gratificazione nell’industria del porno. Come mai ha inserito questa sottotrama in una storia che parla principalmente di lavoro e industria? Le logiche del capitalismo influenzano anche il rapporto con il nostro corpo?

Scrivere uno romanzo per me è mettermi nella condizione di poter sperimentare qualcosa di nuovo, sia attraverso i linguaggi che, più formalmente, su un genere letterario a cui io stesso – con Nicola Rubino è entrato in fabbrica, Feltrinelli, 2004 – ho dato abbrivio, quello della letteratura sul lavoro. Stimolato anche dalla visione di una serie che mi ha colpito molto, “Succession” (per chi non la conoscesse è una sorta di Soprano, solo che si svolge nel mondo dell’economia e parla della vita familiare di un tycoon dell’informazione americana), ho pensato di introdurre più linee narrative, quelle che riguardavano il Boss dei divani e dei suoi due sgherri, Michele & Nuccio, ma anche delle loro donne e in particolare di Myriam, personaggio del tutto sopra le righe, la cui parabola biografica e professionale (che pure attraversa gli stereotipi dell’eros e di una certa idea di seduzione, esibita sui social network per chi altro da vendere non ha se non la propria immagine) segue un declino dettato sia dalle logiche di mercato, sia dalla decadenza fisica, quando sfiorisce la sua giovinezza… Myriam è purtroppo una donna senza cultura ma che cerca comunque una forma, pur trash, di emancipazione lanciandosi nel mondo della pornografia, un mondo che appare nella deformazione comica perfino più limpido rispetto a quello apparentemente trasparente della produzione di merci e servizi: tutto fa parte dell’umano consesso, in cui, alla fine, siamo tutti puttane (We are all prostitutes), come cantava il Pop group, un vecchio gruppo postpunk.

A cura di Benedetta Galli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...