“Mezza nuda”: la divina estate del desiderio

Mezza nuda, Marie Gauthier
(Clichy, 2021 – Trad. T. Gurrieri)

MezzaNuda-copertinaOKQuanto mistero si cela nel passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza: dove inizia, dove e se finisce, ma soprattutto cosa accade nel mezzo. Terreno impervio, questo, che molti scrittori tentano di sondare, e di cui Marie Gauthier si dimostra abilissima nell’evocare l’essenza più intima già nel suo esordio letterario: Mezza nuda, infatti, le è valso il Premio Goncourt Esordienti 2019 ed è approdato nelle librerie italiane nella fresca traduzione di Tommaso Gurrieri, pubblicata da Clichy nel novembre 2021.

Acclamato dalla critica francese e accostato ai grandi romanzi di formazione novecenteschi, Mezza nuda si distingue, in effetti, come romanzo capace di esplorare in profondità e con delicatezza rara il mistero del desiderio nel corpo adolescente, svelandoci un segreto che sa di eternità. Nel breve romanzo di Gauthier, l’adolescenza e la provincia sono due luoghi del corpo e dello spirito che, per la loro carica di mistero, attirano e respingono allo stesso tempo: un’atmosfera sospesa, che ha la dignità delle cose antiche ed inafferrabili, abbraccia il lettore e lo fa immergere in una lenta, perfettamente calibrata, epifania.

«Faceva caldo, era la divina estate»

Félix ha quattordici anni quando viene mandato ad imparare un mestiere in un villaggio sperduto nel sud della Francia: viene ospitato da un cantoniere vedovo che vive con la figlia sedicenne, Gilberte detta Gil, che ha lasciato la scuola e lavora in un minimarket. Ogni mattina, Félix viene svegliato dal «padre con la sigaretta in bocca» che gli illustra i lavori da fare: si tratta di «togliere i fiori appassiti dal monumento ai caduti, di spazzare gli scalini del municipio, di di trasportare bidoni unti che sapevano di benzina». Ogni mattina, a sua volta, Gil compie il suo rituale: «alzarsi, andare al lavoro, occuparsi della casa, fare da mangiare sempre, come da sempre»

Questo insieme di riti quotidiani scandisce una trama essenziale, dal ritmo lento e ciclico, proprio come quello del villaggio, che costituisce il milieu culturale e sociale della narrazione. Gauthier evoca un luogo letterario per cui è facile nutrire tenerezza, ed è impossibile non provare nostalgia: un luogo in cui è possibile un erotismo carico di pudore, dove l’esplorazione del desiderio passa attraverso i film guardati a tarda notte e le riviste nascoste sotto al letto. 

Ed è in questa estate fiacca e romantica che Gil e Félix, ognuno a modo suo, scoprono la magia della promessa e, insieme, il peso della perdita dato da un corpo che si riconosce e si esplora in un perturbante ed eccitante divenire. Gil lo fa quasi in reazione al bovarismo in cui è caduta a causa della monotonia della provincia: gli incontri con gli uomini, uomini di tutti i tipi, le permettono di evadere da una realtà asfissiante. Gil è un’amante: «Si dava liberamente, passeggiava liberamente. Era il suo modo di affrontare la vita, di entrarci chiudendo gli occhi». Félix, dal canto suo, proprio osservando Gil in quella quotidianità che lei tenta di eludere – quel corpo leggero e luminoso che si muove per casa, passeggia accaldato per le strade, inafferrabile e per questo estremamente desiderabile – sente svilupparsi in lui qualcosa a cui non sa dare un nome.

«Félix adesso aveva uno scopo, una ragione per quegli esercizi sotto il sole cocente. Sentiva improvvisamente il proprio corpo vivere mentre il desiderio gli irrigava il sangue. Nuove pulsioni nascevano tra gli odori d’erba tagliata»

Gauthier è impeccabile nel costruire un romanzo essenzialmente su suggestioni e impressioni: non esistono dialoghi, sono i corpi che parlano. Félix che lavora e fatica, che spia, che immagina, che sente, che osserva. Gil che entra ed esce di casa, che si spoglia, che sfugge, che non ha paura di niente. È come se il corpo stesso del romanzo sia immobile e accaldato, vittima dell’estate che racconta, mentre sotto le vene pulsano di desiderio, di quella energia erotica e vitale, dionisiaca, che solo può derivare dallo scoprirsi corpo non più bambino: questo è l’effetto che fa la scrittura prodigiosa di Gauthier.

È difficile non rimanere sedotti da questa lettura, capace di far vibrare quelle corde che hanno conosciuto la meraviglia e la complessità del diventare grandi. Quella di Félix e Gil è l’estate per antonomasia, quella che tutti almeno una volta nella vita hanno provato, in cui a farti sentir vivo basta «aspettare una ragazza, avere paura che non tornasse e aprirsi al potere delle parole». Come tutte le estati, però, finisce che qualcosa viene strappato,  lasciando ricordi sfocati: il senso di perdita è ciò che rimane dopo un morso al ventre. È forse anche questo, diventare grandi? Guadagnare consapevolezze sul proprio desiderio per poi perdere l’oggetto stesso che l’ha infuocato? L’autrice sembra suggerire una risposta affermativa, d’altronde «Gil si era avvicinata come una vela, se n’era andata come una mareggiata. Impossibile impadronirsi delle onde. Non si lasciano afferrare. Ci si può solo tuffare dentro».

Beatrice Palmieri

In copertina photo by Pawel Czerwinski on Unsplash

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