Raccontare l’adolescenza e il suo nascondersi

Nascondersi, Jaime Fountaine
(Pidgin edizioni, 2021 – trad. it. Stefano Pirone)

Più che un romanzo, Nascondersi è un racconto lungo. Pubblicato da Pidgin e scritto dall’autrice americana Jaime Fountaine, questo libro è come un piccolo cristallo di sale sopra a una ferita. L’adolescenza rappresenta uno di quei momenti in cui la costituzione della personalità è spintonata da tutte le parti, come se ci si trovasse dentro una folla in fuga. Quello che sembra un diario in presa diretta di un’estate calda in cui gli equilibri vacillano, è in realtà un’ottima combinazione di riflessione e narrazione. È come se la scrittrice, ripercorrendo un passato non per forza vicino, ma di certo “sonoro”, si interrogasse sulla forza e sul senso di quei ricordi, descrivendoli nel frattempo.

«Jason si era trasferito qui tre anni fa, quando avevamo tipo dieci anni, e i maschi facevano ancora un po’ schifo. Cioè, fanno ancora schifo. È solo che dovremmo farceli piacere.» (p. 5)

La descrizione dei fatti è minuta, composta da frasi brevi ed essenziali. Piccoli capoversi si susseguono come in una catena irrisolvibile, dentro la quale troviamo una scrittura semplice, per niente barocca, lineare e vera. Ci si sposta, così, molto velocemente da un ambiente a un altro, dal giorno alla notte, dal divano al giardino, dalla strada allo scantinato. Nulla è visto da fuori, tutto (ri)accade nel momento in cui avviene sulla pagina. Proprio come nel periodo adolescenziale, quando ciascun evento è potenzialmente deleterio. Le svolte, dunque, anche quelle minime, segnano una traccia indelebile sul percorso dei personaggi, mutandolo. Ecco, Nascondersi è la penna che segna tutte le tracce della complicata storia della protagonista. 

La protagonista (nonché narratrice in prima persona), è un’adolescente, figlia unica, senza padre. Il contesto è l’anonimo caldo estivo di una qualsiasi periferia americana. La ragazza si divide fra le chiacchiere con gli amici della scuola (che quando si ritrovano in contesti diversi sembrano altre persone), il lavoro come babysitter e la casa disordinata in cui vive con sua madre: una donna sola che in realtà sola non è mai. Ha avuto numerosi uomini, tutti odiati dalla figlia; la sua vita sembra fatta solo di due estremi, o si va al massimo o si sta praticamente fermi.

Il corpo della ragazza sta nel frattempo diventando qualcos’altro: all’esterno è oggetto delle attenzioni di Jason; all’interno è un elemento estraneo che la protagonista sembra non riconoscere. Attraverso questa tensione mai risolta, il racconto porta all’attenzione la tipica trasformazione adolescenziale che coincide spesso con la voglia di rompere i limiti, di scoprire un terreno ignoto. 

«Vuoi che ti baci?» Nei film, quando le persone si baciano si rallenta tutto, ma questo non succede nella vita vera. Il mio cuore batte rapido e la sua faccia è sulla mia, e poi la sua lingua è nella mia bocca.» (p. 16)

La protagonista – incastrata in questa scatola pericolante – si muove come fosse tutto naturale, eppure si percepisce che la sua figura è trasparente agli occhi degli altri. La madre non vede davanti a sé un’adolescente ben più matura dell’età che ha, così come gli uomini che porta in casa (la figura di Jeff, con cui avviene anche un incontro al supermercato, è, per quanto essenziale, rivelatrice della cecità delle persone che la circondano). 

«Abbiamo passato abbastanza tempo insieme da dimenticarmi qual è il mio posto. Non faccio davvero parte delle cose, sono solo nei paraggi(p. 82)

La solitudine, l’incomprensione, l’inadeguatezza allora si manifestano in qualche gesto silenzioso, come camminare sotto la pioggia per rientrare a casa dopo il lavoro, o fingere di dormire per non dover parlare con la madre quando questa torna a casa ubriaca dopo una nottata di festa. Si manifestano, anche, nei primi approcci fisici con Jason: i baci rubati nel ripostiglio, le mani sul seno e  nelle mutandine. Un rapporto che rimane però nascosto agli occhi degli altri, come se entrambi se ne vergognassero.

«A Jason non piaccio davvero così tanto quanto lui non piace davvero a me, ma ci annoiamo. Proprio tanto. Ci annoiamo tanto che gli rivolgo ancora la parola anche dopo che mi ha detto che sono disgustosa in costume da bagno davanti a tutti i suoi amici in piscina. Ci annoiamo tanto che gli permetto di tirarmi giù la maglietta e il reggiseno, ma non abbastanza da permettergli di togliermeli.» (pp. 26-27)

L’altro grande elemento presente nella vita della protagonista e dei suoi amici è la noia. Da una parte, questo sentimento nasconde la voglia di spostarsi rapidamente in una età più matura, autonoma, piena di apparenti certezze che fanno da schermo all’aggressività del mondo; dall’altra è tensione non esaudita verso ciò che ci è sconosciuto. In Nascondersi è sempre un insieme di entrambe le cose, perché queste due caratteristiche convivono nel personaggio della narratrice. Un personaggio spesso e forte, che si identifica con quello che fa e non con quello che dice, anche perché molte volte è lei stessa a sottolineare al lettore  che non ha detto qualcosa ad alta voce. Queste affermazioni trattenute sono piccole mine che avrebbero potuto ribaltare l’opinione di alcune amiche, o rompere il vetro protettivo dell’illusione (che gli altri hanno e lei invece ha perso).

È forse in questi non detti che sta la separazione più forte fra lei e gli altri, perché – come dice ad un certo punto, alimentando l’illusione della sua amica Emily – «c’è sempre qualcuno che si può far male. Non dico neanche questo ad alta voce» (p. 32). A causa di questa distanza la protagonista soffre, ma al contempo la rende capace di nascondersi dietro la sua non comune consapevolezza. Il crinale è sottile, e tutto il libro non è che il racconto del barcamenarsi, più o meno riuscito, di questa ragazza, che non è più bambina e non lo sarà mai più. 

Saverio Mariani

Immagine di copertina: Stormseeker on Unsplash

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