La malattia dell’immobilità: “Figlio Fortunato”

Figlio Fortunato, Filippo Polenchi
(66thand2nd, 2021)

figlio fortunato

«Ora anche Giona può svolgere lavori anonimi, spegnere le insegne alle sei del pomeriggio, lasciare che il giorno di festa lo tedi, dormire fino a così tardi che la domenica si concluderà senza che se ne sia accorto. Andrà a prendere il vino dai contadini; vivrà così, senza figli. Non lascerà alcuna traccia di sé. Passerà dimenticato, nella gloria umile dell’assenza.» (p.150)

Come reazione alla pandemia si è sviluppato un nuovo tipo di nevrosi fra i millennial: la FOMO, fear of missing out. La smania è quella di partecipare a tutte le uscite, a tutte le feste, ad ogni singolo raduno sociale, perché il terrore di perdersi qualcosa (o qualcuno), dopo mesi e mesi passati chiusi in casa, è troppa. Ciò che più fa paura è rimanere indietro, restare fermi e soli; continuare a muoversi è l’unica strada per non perdersi niente.

I personaggi a cui Polenchi dà vita sono, in un certo senso, vittime dello stesso timore: vedono la propria esistenza scadere goccia a goccia, consumata dal tempo come da una lima, e nulla è per loro più angoscioso che assistere a questa lenta e inarrestabile perdita. E tuttavia non riescono a muoversi: sono uno specchio quanto mai accurato della malattia dell’immobilità che caratterizza tanti di noi in tempi molto recenti.

Proprio come in un cortometraggio, il fuoco della narrazione si sposta pigro e languido, sempre tornando insistentemente all’evento chiave che scuote la città di Anapola fin nelle sue fragili fondamenta: la morte del piccolo Elio Lavatori, pargolo della ricca famiglia artefice dello sviluppo industriale del paese, e simbolo inevitabile di tutto ciò che viene spento prima ancora di accendersi sul serio.

Lo sguardo cinematografico del romanzo non è mai davvero fermo, né davvero in movimento: in questo senso, somiglia molto ai personaggi che inquadra. Il primo punto di riferimento è Giona: ex studente del Centro Sperimentale di Roma, si trova paralizzato dalla consapevolezza del tempo che sta sprecando, ed è talmente impaurito dalla possibilità di fallimento che preferisce sopprimere sul nascere qualsiasi tentativo di esprimere la propria creatività. Ad accompagnarlo in serate di escapismo che sprofondano sempre nello squallore è Dimitri, ugualmente vittima della provincia velenosa, che sembra tuttavia aver trovato un equilibrio grigio ma cosciente, sintomo della morte di qualsiasi desiderio autentico. Nelle serate passate ai nightclub con Dimitri, Giona non cerca null’altro che qualche minuto di distacco da sé.

Le figure femminili del romanzo sono ugualmente ammantate di malinconia, e risultano particolarmente graffianti nella loro tristezza: in Cora avvertiamo la dolce familiarità delle amicizie d’infanzia, e il sentore di un’identità che forse un tempo era stata forte, ma che si trova immersa nella stessa melma alienante che sembra immobilizzare Giona. Così Silvia, inquieta e sentimentale, è la sola tra i personaggi a dar l’idea di essere abbastanza decisa da poter un giorno fuggire da Anapola; anche lei, tuttavia, resta vittima della paralisi endemica che non risparmia nessuno dei personaggi.

La grande protagonista di Figlio fortunato è però la provincia: squallida, desolata, non collocabile precisamente nella penisola. Non serve che lo sia: la sensazione è quella di essere spatriati e soffocati allo stesso tempo, ben nota a tutti coloro che abitano un ambiente in qualche modo simile ad Anapola. Polenchi ha ben chiara questa sensazione, ed è ovvio che sa di trovare un appiglio in molti lettori. Sa che ciò di cui scrive è reale, feroce, doloroso. Certi stralci possiedono un’acutezza non comune nel fotografare stati d’essere molto precisi:

«L’impossibilità che qualcosa accada, travestita da sonnolento pomeriggio d’autunno, la necessità di trovarsi faccia a faccia con le conseguenze del proprio essere qui al mondo; l’assenza di alternative, di distrazione e sedazioni anche temporanee.» (pag. 132)

Questa intensità dell’atmosfera, in effetti, è il tratto più riuscito del romanzo.

La cura dedicata da Polenchi alla costruzione di tale immaginario (che, a voler ben vedere, di veramente immaginario ha ben poco) è assai minuziosa. Quello che manca all’opera, piuttosto, è un po’ di spontaneità.

Proprio perché la materia narrata è così naturalistica, così comune, così evidentemente radicata nella quotidianità di tanti, Polenchi avrebbe potuto lasciare da parte qualche virtuosismo letterario non proprio necessario, adeguando anche la sua prosa all’asciuttezza del mondo che descrive, senza sovraccaricarla di descrizioni ipertrofiche, che distolgono dal filo narrativo. È questa verbosità incidentale a impedire che il romanzo colpisca davvero nel segno, portando a termine quell’operazione di catarsi emotiva che altrimenti avrebbe potuto benissimo provocare.

Polenchi è preciso fino allo sfinimento nel dipingere l’ambiente provinciale, il suo contorno sfocato e asfissiante, ma di contro pare non esserlo abbastanza quando si tratta dei rivolgimenti relazionali dei suoi personaggi. La vita interiore delle figure che si muovono dentro e attorno ad Anapola è ricca, intensa, a tratti metafisica: la fretta con cui si dipanano le loro azioni, dunque, non risulta coerente con questa interiorità galoppante.

Non si tratta di una critica al modo in cui Polenchi ha voluto restituire l’idea di immobilità, ma piuttosto all’incongruenza tra l’estrema minuziosità nella descrizione dei processi mentali, e la descrizione purtroppo a tratti frettolosa delle azioni narrative di più largo respiro. Il lettore finisce per trovarsi un po’ disorientato da questi cambi repentini di ritmo, e il risultato è che di fatto quel nucleo di inazione e immobilità è l’unico tratto del romanzo che risulti sviluppato completamente ed efficacemente.

Nonostante queste stonature, Figlio fortunato resta meritevole perché è un esordio ambizioso, che ha ricercato la profondità di un’atmosfera molto precisa. Polenchi ha inoltre evidenti capacità di scrittura: con un po’ di limatura, qualsiasi sua prova futura sarà senza dubbio degna di essere letta.

Emma Cori

Immagine di copertina: Benjamin D. Esham / Wikimedia Commons 

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