Filottete, solitudine allo specchio

È difficile non chiedersi come mai, nell’epoca contemporanea, l’epoca della solitudine dell’individuo, l’epoca culturalmente nata dalla messa in discussione dei rapporti tradizionali tra singolo e corpo sociale – che è anche l’epoca dell’intertestualità –, abbiano avuto più successo, in termini di riscritture e adattamenti, figure mitiche altre rispetto a quella di Filottete, il guerriero reietto dell’esercito in guerra contro Troia. Eschilo ed Euripide al loro tempo scrissero ciascuno una tragedia su questo personaggio, ma quanto possiamo leggere oggi appartiene soltanto a Sofocle, che fece dell’eroe acheo l’eroe della solitudine.

La solitudine di Filottete non è ricercata, né è l’esito di un percorso interiore dell’eroe; gli anni passati sull’isola di Lemno – che Sofocle immaginava come disabitata – gli sono imposti: partito con gli altri Greci alla volta di Ilio, ma morso dal serpente posto a guardia di un santuario, Filottete è colpito al piede da una piaga incurabile, che sprigiona un odore nauseabondo; le sue urla di dolore disturbano i riti sacrificali, così i compagni lo abbandonano sull’isola prima ancora che la flotta raggiunga Troia.

Certo, le cose poi si complicano, quando Odisseo e Neottolemo, su consiglio di un oracolo secondo il quale sarebbe stato impossibile distruggere la città senza Filottete, tornano a Lemno per convincere con l’inganno l’eroe a unirsi nuovamente agli Achei, o almeno a consegnare loro il suo prodigioso arco, dono di Eracle e arma indispensabile. Filottete, indurito dall’isolamento nella sua posizione, nell’orgoglio e nell’odio che prova per l’eroe della menzogna, si rifiuta di assecondare un’impresa che pure gli procurerebbe gloria, e resta inamovibile almeno finché Eracle non appare in vesti divine a rivelargli che è quello il destino che lo aspetta e che lui deve seguire.

La complessità, insomma, non era certo negata alla tragedia antica – anzi, è la tragedia antica che ha fornito alle drammaturgie successive il modello di trama basato su un conflitto dai risvolti insieme esteriori e interiori. Ma il dramma del Filottete antico non scaturisce da un dubbio identitario di aderenza o meno alla propria comunità. Le indecisioni di Filottete originano proprio dal fatto che lui avrebbe voluto partecipare alla guerra di Troia, dal fatto cioè che lui, come qualsiasi suo spettatore del V secolo a. C., non riesca a concepirsi distinto dal proprio corpo sociale.

Questo è il presupposto per cui Filottete può entrare in conflitto con gli altri eroi da persona emotivamente coinvolta – nessun greco sarebbe riuscito a pensarsi non-greco, esistente come individuo identico anche al di fuori dell’etichetta “greco”, allo stesso modo in cui nessuna persona riuscirebbe mai a pensarsi con le mani al posto dei piedi. È invece nel solco di una discrepanza tra identità individuale e identità sociale che le due più importanti riscritture del Filottete vicine a noi, quella di André Gide (1898) e quella di Heiner Müller (1966), hanno attualizzato la solitudine del protagonista.

Queste due opere sono molto diverse tra loro, e non solo dal punto di vista della forma – prosa per Gide e poesia per Müller, attacco diretto per Gide e prologo straniante per Müller, toni riflessivi per Gide, toni violenti per Müller, linguaggio sottile e simbolico per Gide, linguaggio altrettanto simbolico ma crudo per Müller. Le scelte espressive rispecchiano una divergenza di contenuti. Da un punto di partenza simile i due testi arrivano a conclusioni opposte. Per quanto riguarda la trama sono però accomunati dalla caratteristica di allontanarsi entrambi dal modello sofocleo in due momenti: nell’esecuzione dell’inganno architettato da Odisseo/Ulisse e nel finale.

In Sofocle, Odisseo impone al giovane recalcitrante Neottolemo, figlio di Achille, di conquistarsi la fiducia dell’eroe, che non lo conosce, fingendo di essere altrettanto in rotta con i capi degli Achei, perché questi gli avrebbero negato le armi del padre morto. Müller però ibrida la versione di Sofocle con le vicende di un’altra tragedia sofoclea: l’Aiace. Basta un ingrediente – davvero nell’Aiace le armi di Achille erano state date a Ulisse! – e l’alchimia tra i due personaggi, sporcata dall’assenza di una condivisione di vedute, ma improntata, almeno inizialmente nella tragedia antica, alla regola del rispetto del più anziano, cambia di segno.

Neottolemo qui non sopporta Ulisse, vorrebbe ucciderlo, ma Ulisse, personaggio ben più disincantato, non se ne dà pena, e sfrutta il ragazzo; i due agiscono come se sapessero di essere in qualche modo legati dalla costrizione di essere “sulla stessa barca” – la barca della guerra, la barca della vita, la barca della morte che la guerra o la vita prospettano –, come se i loro interessi individuali dovessero subordinarsi alla situazione.

L’odio latente tra Neottolemo e Ulisse non si converte però in una più spiccata complicità tra Neottolemo e Filottete – tutto al contrario, la loro simpatia è discontinua, ogni poco Filottete minaccia il ragazzo con l’arco, e l’unico sentimento che i due condividono è sete di sangue per i torti subiti. Müller ci apre davanti agli occhi un mondo dove homo homini lupus, e, pur nelle costrizioni comunitarie dettate dalla necessità o dalla circostanza, ognuno vive per se stesso, murato in un rancore cieco e bestiale.

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Filottete, scultura di Adolf Von Hildebrand, 1886 (Wikimedia Commons, foto di Rufus46, CC BY-SA 3.0).

Questa solitudine che è la mancanza di osmosi tra l’io e la comunità, l’io e l’altro, assunta da Müller come crudele dato di natura, diventa invece una condizione positiva, per meglio dire catartico-ascetica, nella rilettura di Gide. Anche in questo caso tra Filottete e gli altri due eroi greci non si realizza mai un vero e proprio successo comunicativo: a differenza di Müller e soprattutto di Sofocle, Gide, dopo che Ulisse e Neottolemo hanno tramato per tutto il primo atto, glissa sulla scena dell’inganno, e apre il secondo atto su un dialogo privo di accenti troppo aggressivi, in cui il protagonista spiega come abbia affrontato il suo soggiorno a Lemno trasformandolo in un esercizio eremitico di meditazione, che l’ha fatto diventare un po’ più uomo e un po’ meno greco.

Sottotraccia Filottete lascia a intendere di non curarsi di ritornare tra i ranghi del consesso della grecità, e di non volere abbandonare la rotonda, immutabile, uniforme, autosufficiente isola dell’io. Ulisse non lo capisce. Solo dopo varie conversazioni, il giovane Neottolemo, ancora plasmabile, non ancora ipnotizzato dall’etica comunitaria, si avvicinerà forse un poco al tipo di verità che Filottete gli propone.

In effetti il Filottete di Gide, al suo tempo, uscì col sottotitolo Trattato delle tre morali, allusione allo scontro dell’etica del sacrificio per gli altri e per la comunità, incarnata da Odisseo, con la virtù individualistica propugnata all’inizio dal protagonista: Filottete aderirà poi a una terza via del vivere il proprio rapporto col mondo, quella del sacrificio agli altri del sé per se stessi, sacrificio che con un atto gratuito di libertà e autodeterminazione, sradica il soggetto dal tessuto comunitario e dalle ultime incrostazioni di “umanità” che gli impediscono di accedere a uno strato della realtà più profondo.

Perché – e qui arriviamo alla questione della variazione sul finale – nel testo di Gide Filottete non raggiunge Troia, come invece avveniva nell’opera di Sofocle. Il personaggio beve di sua volontà una fiala di veleno soporifero per lasciare a Neottolemo il tempo di rubargli l’arco, e, risvegliatosi, sorride della solitaria pace a cui lui e Ulisse l’hanno di nuovo abbandonato. Non si verifica quindi quel processo di reintegrazione nella società con cui invece termina la tragedia di Sofocle – si tenga presente che in Sofocle l’“altro”, il diverso da escludere erano simboleggiati da Filottete stesso, mentre qui la questione e il punto di vista sono ribaltati.

Nemmeno il Filottete di Müller sale sulle navi in partenza per Troia: stufo dell’impasse in cui si è invischiata la lite tra Odisseo e l’esule, Neottolemo uccide quest’ultimo. I due eroi rimasti seppelliscono prima il corpo, poi, con un ripensamento, si accordano per dissotterrarlo, portarlo agli accampamenti achei e raccontare alle truppe che Filottete è stato ucciso da una delegazione troiana. Poco importa se così la guerra di Troia non finirà mai – ormai il guaio è fatto –, la rabbia dell’esercito basterà per andare avanti ancora un po’.

Nella sorte di Filottete si rende visibile quella che sarà prima o poi anche la sorte di Ulisse e Neottolemo, e che è la sorte di ogni acheo, di ogni uomo: non solo la morte, ma l’anonimità della morte, che cancella le tracce della vita – se l’inizio e la fine di un’esistenza coincidono, e sono la non-esistenza, esistere ha forse cambiato qualcosa? Esistiamo? Potremmo dire che la versione di Müller si conclude su un atto di teatro, quando Ulisse e Neottolemo preparano a loro volta la messinscena di un Filottete alternativo, e rendono l’eroe una finzione. La morte vanifica la verità dell’esistenza, la svela per menzogna senza senso.

Ulisse, in un certo senso simile ai suicidi danteschi, si carica sulle spalle il cadavere dell’eroe: per quanto Müller rappresenti i rapporti umani come dominati dall’odio reciproco, al tempo stesso tende tra un personaggio e l’altro vari parallelismi, e pone il suo Filottete, nella propria solitudine, di fronte a una miriade di specchi, che gli restituiscono sempre la stessa immagine rabbiosa. Se per Gide Ulisse è il paladino dell’interesse comune e della parola – che, in quanto comunicativa, è di per sé portatrice di valori comunitari –, per Müller questo personaggio riveste il ruolo del demone dell’inganno in un oltretomba dove non esiste altra divinità oltre che il nulla della fine di ogni cosa.

L’orizzonte divino non interessa queste due revisioni del Filottete sofocleo; non soltanto Eracle non fa la sua comparsa; anche nel testo di Gide, che pure offre al lettore un’alternativa via di fuga morale, la prospettiva che si oppone a quella tradizionale della tragedia ha un carattere tutto interiorizzato: il culto del mistero del proprio essere, comprensibile, ma inesprimibile, chiuso in se stesso, la virtù senza bisogno di virtù, perché senza bisogno di altri che sanciscano cosa è virtù e cosa non lo è.

Tanto il Filottete di Gide che quello di Müller partono dal problema dell’individualità, e approdano poi l’uno alla scoperta di un senso più arcano racchiuso nell’esistenza del singolo, senso che rende l’uomo degno e soprattutto libero di vivere di per sé; l’altro all’affermazione dell’insensatezza in cui l’uomo è costretto a vivere, dell’insensatezza dell’esistenza del singolo senza la comunità e dell’insensatezza della comunità – l’uomo si conosce e si dà valore solo in relazione agli altri, ma negli altri non vede nessuno se non se stesso, così odia e si odia: in altre parole, Filottete è il peggior nemico di Filottete.

In questo quadro, lo sfondo delle vicende, l’isola di Lemno, prende le sembianze di un tutt’uno con il personaggio che l’ha abitata per tanti anni. La landa di ghiaccio di Gide, pura, trasparente, luminosa, incontaminata dall’uomo e fredda, è il simulacro della razionalità e si contrappone alla terra visitata solo dagli avvoltoi di Müller. Le bestiacce, che sostituiscono i più generici uccelli di Sofocle e di Gide, costituiscono l’unica fonte di sostentamento di Filottete, e sono a loro volta mangiatrici di cadaveri. Potrebbero un giorno nutrirsi delle stesse spoglie del protagonista: un aporetico ciclo di (auto)cannibalismo e di morte segna per Müller il destino di tutta l’umanità.

Elisa Ciofini

Immagine di copertina: Arnold Böcklin, L’isola dei morti Wikimedia Commons, Dguendel e un altro autore, CC BY 4.0

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