La vita altrove, Guadalupe Nettel
(La Nuova Frontiera, 2023 – Trad. Federica Niola)

C’è qualcosa di insondabile alla radice della sensazione di familiarità tra esseri umani. Spesso ci riconosciamo in estranei, mentre non conosciamo affatto le persone a noi più vicine per sangue o per abitudine. Né la razionalità né l’intuito, presi singolarmente, chiariscono del tutto il mistero. Ci accontentiamo, allora, più o meno consapevolmente, di questa inspiegabilità e, invece di interrogarci su cosa ci tiene insieme, lasciamo che il tempo scorra. Almeno fino a quando qualcosa di strano non mette a repentaglio le regole della quotidianità e lascia penetrare il perturbante.
Accade questo ai protagonisti degli otto racconti racchiusi ne La vita altrove, l’ultima raccolta di Guadalupe Nettel uscita nel settembre 2023, in Italia, per La Nuova Frontiera (come già Bestiario sentimentale, Petali e altri racconti scomodi, il romanzo La figlia unica e il memoir Il corpo in cui sono nata).
Una ragazza di vent’anni ritrova per caso, nel reparto di un ospedale, uno zio bandito dalla famiglia, e tra i due si instaura immediatamente «un’innegabile intimità» (p. 19). Una donna, nel tempo rarefatto del lockdown, a seguito di inquietanti avvenimenti nel proprio palazzo, porta la sua famiglia in una breve vacanza in montagna, durante la quale si rende conto di sapere molto poco dei suoi bambini. Un orfano distingue nello sguardo di uno sconosciuto scomparso la sua stessa sofferenza.
Le figure di Nettel, a un certo punto, si perdono e non si riconoscono più: incapaci – o non intenzionate – a ritrovare la rotta, non resta loro che esplorare, senza un itinerario preciso, le nuove realtà in cui si imbattono. E raccontare a posteriori, in prima persona, le circostanze del proprio smarrimento. Il titolo originale del libro è, non a caso, Los divagantes, termine che rende bene sia il vagabondare dei corpi e delle menti, sia l’idea di qualcosa che si allontana dal seminato fino a rasentare l’assurdo. Richiama anche l’immagine degli albatri “vaganti”, gli esemplari di quella specie di uccelli avvistati in luoghi del tutto inusuali – figure fondamentali nella settima storia.
Nel racconto eponimo della raccolta la vita di un attore frustrato cambia quando ritrova, dopo anni, un ex compagno di accademia divenuto una stella del teatro e inizia a frequentarlo nel desiderio morboso di assumerne i panni. In La porta rosa la quotidianità di una coppia di mezza età, asfissiante e monotona, viene sconvolta dall’apertura di un misterioso negozio, colorato come una caramella da scartare, che promette la soluzione a tutti i loro problemi.
La tensione verso una vita altrove, dunque, sembra interpretabile come la ricerca di esistenze e scenari altri e desiderabili rispetto a quelli in cui i personaggi sono calati. Questo avviene anche in Torpore dove, in un mondo reso invivibile da pandemie e da temperature insopportabili, una donna trova sollievo solo nel ricordo e nel sogno di una vita immersa nella natura:
«Alcune mattine mi sveglio e mi sento soffocare, sull’orlo di un attacco di nervi, con il desiderio di correre per ore. In quei momenti il mio rifugio è il balcone della cucina, dal quale si vede un pezzettino di cielo. Mi dico che quello spazio di cinque metri quadrati è tutto ciò che distingue questa casa da una tomba» (p. 153).
I mondi vegetale e animale, già al centro delle precedenti raccolte di Nettel, sono anche qui co-protagonisti degli intrecci. L’autrice non antropomorfizza le altre specie, ma, viceversa, sembra suggerire che l’osservazione degli animali e delle piante possa offrire chiavi di lettura per interpretare anche i comportamenti umani. Come si legge nelle prime righe di Bestiario sentimentale (La Nuova Frontiera, 2018), gli animali «sono una specie di specchio che riflette emozioni o comportamenti celati che non abbiamo il coraggio di vedere» (p. 11). Lo sa bene la giovane protagonista di Albatri vaganti – tra i racconti più belli de La vita altrove, un prisma metaforico perfettamente scolpito in tutte le sue facce –, che si diverte ad associare le persone, per comportamenti e sembianze, a esemplari di uccelli. Ne è altrettanto consapevole la narratrice di Un bosco sotto la terra, che riconosce nella malattia di un albero secolare nel giardino di casa – «fonte di vita» per le specie animali che lo abitano, «sostegno emotivo e nascondiglio» (p. 86) per lei – il progressivo logorio della propria famiglia: «“Ho sempre avuto la sensazione che fosse quell’albero a tenere insieme la nostra famiglia. Ora che è in questo stato, mi spaventa quello che può succederci”» (p. 96).
L’allargamento della prospettiva a forze dotate di un’altra agency rispetto a quella umana e l’apertura a un’interpretazione della realtà in chiave non solo strettamente razionale accomunano tutti i racconti, pur molto diversi tra loro per ambientazione, temporalità e fisionomia delle prime persone. Attenzione, si tratta di un decentramento sottile: le voci narranti sono sempre – inevitabilmente – umane, ma è come se la scrittura di Guadalupe Nettel spostasse la lente appena un po’ più in là per comprendere anche quello che umano e razionale non è. L’autrice, con una lingua asciutta e precisa, plasma microcosmi narrativi amalgamando iperrealismo ed elementi soprannaturali fino alle soglie della fantascienza: «[…] non si trattava di un sogno ma della realtà, una realtà talmente inspiegabile che aveva qualcosa di onirico» (p. 38). Forse l’unica commistione in grado non di risolvere, ma di restituire l’insondabilità di certi misteri.
Ginevra Portalupi Papa
Foto in evidenza di Tony Sebastian da Pexels: https://www.pexels.com/it-it/foto/bianco-e-nero-edificio-monocromatico-scala-di-grigi-6653118/
