Il peso di una casa tutta per sé: “Prima e dopo” di Alba de Céspedes

Prima e dopo, Alba de Céspedes
(Cliquot, 2023)

dc_copertinaTra le opere di Alba de Céspedes (1911-1997) che stanno (finalmente!) riconquistando spazio tra gli scaffali delle librerie e nel dibattito culturale grazie alle iniziative editoriali di Cliquot e Mondadori, Prima e dopo spicca in modo particolare. Concepito in origine come un racconto, viene pubblicato per la prima volta in seguito a un lungo lavorio come romanzo breve a sé stante nel dicembre del 1955 da Mondadori nella collana “Grandi narratori italiani” (inaugurata nel 1952 da un altro libro dell’autrice, Quaderno proibito, da molti ritenuto il suo capolavoro).

Nel 1955 de Céspedes è all’apice della sua fama: narratrice di punta di Mondadori, ha alle spalle grandi successi come Quaderno (che, prima di essere pubblicato in volume unico, è uscito a puntate sulle pagine del rotocalco «La settimana Incom illustrata», uno dei più popolari dell’epoca) e Dalla parte di lei (1949). Sempre nel 1955, pubblica la sua terza raccolta di racconti, Invito a pranzo (riedita da Cliquot a fine giugno 2024). È anche nota per la sua intensa attività pubblicistica sulla stampa nazionale e, tra le frange dell’intellettualità specialista, per l’esperienza della rivista «Mercurio» (1944-1948), da lei ideata e diretta, attorno a cui gravitano le figure più importanti del mondo letterario, politico, artistico e scientifico del periodo. Malgrado alcune incertezze dell’autrice, anche Prima e dopo verrà accolto positivamente dal pubblico e andrà incontro a numerose ristampe fino a precipitare negli abissi del fuori catalogo – destino comune a gran parte della produzione di de Céspedes. Da dicembre 2023 è possibile leggerlo nella bellissima riedizione di Cliquot, impreziosita dalla prefazione di Nadia Terranova.

Le 114 pagine di Prima e dopo sono dotate di una densità rappresentativa vertiginosa. De Céspedes convoglia in uno spazio ristretto le inquietudini, i dubbi e le irrisoluzioni di una donna di trentacinque anni, Irene, la cui fisionomia e condizione sono diverse da quelle delle altre protagoniste dei suoi romanzi precedenti, forse più simili a quella dell’autrice reale che a quella delle lettrici presupposte; in questo aspetto risiedono i dubbi sull’accoglienza del libro. Se, infatti, le trame di altri romanzi di de Céspedes raccontano il processo altalenante e a tratti annebbiato di emancipazione dai ruoli previsti dalla società patriarcale (pensiamo a Valeria e al suo quaderno proibito, o ad Alessandra in Dalla parte di lei), Irene, come rileva Terranova, «non deve liberarsi da niente, si è già liberata da tutto». In Prima e dopo racconta quanto sia difficile fare i conti con la responsabilità di essere libera.

A Roma, all’inizio degli anni ’50, Irene si mantiene grazie al proprio lavoro, il giornalismo, possiede non una stanza ma addirittura una casa tutta per sé, ha un amante, Pietro, filosofo, e un’amica confidente a lei affine, Adriana. Parrebbe dunque serenamente emancipata. Eppure, quando la domestica Erminia, con la quale cerca di intrattenere un rapporto alla pari, presenta le dimissioni per tornare dalla padrona precedente, dispotica e classista, Irene soffre come «un’amante tradita» e sente il proprio mondo sgretolarsi. Inizia allora a problematizzare tutte le relazioni che costellano (e hanno costellato) la propria esistenza, ordendo una fitta rete di ricordi: «D’un tratto, per la prima volta, valutai tutta la difficoltà di vivere tra persone che non sono vincolate a noi, come i familiari, e che bisogna ogni giorno conquistare, trattenere» (p. 34). Stilisticamente, quasi a contrastare l’andamento tortuoso e dubbioso del pensiero, troviamo periodi distesi ed eleganti che, soprattutto nelle sequenze dialogiche, paiono talmente levigati dal ragionamento da sembrare aforismi.

La circostanza occasionale che genera uno spartiacque tra un prima e un dopo nella vita di Irene, innescando il motore narrativo della storia, è dunque l’abbandono di Erminia. Tuttavia, fin da subito è chiaro che la protagonista ha già attraversato altri punti di non ritorno nel corso della propria esistenza: l’addio ai costumi e ai componenti polverosi della famiglia aristocratica di origine, l’interruzione del fidanzamento con un pretendente facoltoso, Maurizio. E, significativamente, la guerra, evento dalla portata collettiva che inevitabilmente traccia una cesura epocale, ma che nell’autoanalisi di Irene appare più come catalizzatore che motore del proprio cambiamento. L’importanza simbolica e strutturale che viene allora attribuita alle dimissioni di Erminia potrebbe dipendere dal fatto che l’abitudine di tenere una domestica in casa è l’ultimo – o quantomeno il più evidente – baluardo della sua vita di prima: prenderne atto assume il sapore di un congedo definitivo.

«“Io credo che a tutti, nella vita, capita un momento, un fatto, un incontro, un amore, che so?, insomma qualcosa che obbliga a pensare, a domandarsi certe cose e a tentare di capirle, di divenire adulti. Ma alcuni lo divengono altri mai”» (p. 95), dice Irene a Maurizio nel loro ultimo dialogo, definendo in termini antropologici la natura del discrimine tra prima e dopo.

Alle persone che hanno scelto di «capire» – specialmente alle donne – spetta un destino di incomprensione da parte di coloro che, invece, accettano i ruoli preordinati sin dalla nascita. Se in questa prospettiva la felicità sembra difficile da raggiungere, l’infelicità, almeno, è «dolce» (p. 52). Da qui la vergogna, la fatica del lavoro, il rovello costante intorno alle proprie scelte, l’impulso alla giustificazione agli occhi degli altri – soprattutto delle altre, come succede spesso nei romanzi di de Céspedes. Se il confronto con la madre, «una regina morta in esilio senza rassegnarsi al mondo che aveva succeduto al suo» (p. 67), è impossibile, Irene tenta di «tradurre» (p. 30) alcuni aspetti della propria vita a Erminia, cresciuta in un ambiente povero e bigotto. Le spiega – non senza vergogna di sé – la differenza tra giornalista e giornalaia, tra il parlare da sola con un uomo e il fornicarci. Di fronte allo sguardo giudicante e sospettoso della ragazza, Irene capisce che

«non eravamo più né uomini né donne; avevamo imparato ad essere soltanto creature umane, tutte eguali; ma la nostra vittoria assumeva – agli occhi altrui – l’aspetto di una sconfitta o di una colpa» (p. 33).

Da questo passaggio – e dal libro nel suo insieme – emerge con chiarezza l’importanza del condizionamento socio-economico nei rapporti di forza tra i personaggi. Inoltre, viene naturale interpretare la rivoluzione di Irene come simbolo e sineddoche dei primi tempi della trasformazione dell’orizzonte politico-sociale dell’Italia a partire dal dopoguerra. Per questo possiamo annoverare Prima e dopo tra i grandi romanzi sociali del secondo Novecento.

Tuttavia, forse, la peculiarità più disarmante di Prima e dopo sta nel suo essere il romanzo di una formazione a inizio racconto già avvenuta, ma che ha portato all’approdo in un mondo «che ogni giorno pareva angosciosamente allargarsi, farsi più difficile da conquistare, da esprimere; e che, perciò, ci sbigottiva» (p. 102); e, perciò, viene costantemente messa in discussione. Un mondo che assomiglia tanto al nostro.

Ginevra Portalupi Papa

(Immagine in evidenza: dettaglio della copertina dell’edizione Cliquot, foto scattata dall’autrice dell’articolo)

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