Tradurre il corpo: “Glossa” di Juan José Saer

Glossa, Juan José Saer
(La Nuova Frontiera, 2018 – Trad. G. Maneri)

Ci sono storie che raccontano vite intere, archi generazionali multipli, e poi ci sono storie che non si estendono oltre i minuti, le ore. È in questi due luoghi che piace stare ai lettori che considerano la letteratura come una forma di estremismo, come la massima estensione possibile dell’universo o la forma primordiale di punto in cui è concentrata tutta la materia.

Glossa, di Juan José Saer, è un esempio del secondo caso: uscito per la casa editrice La Nuova Frontiera nel 2018, è una storia che occupa cinquantacinque minuti, l’arco temporale della assolata passeggiata dei due protagonisti, Angel Leto e il Matematico, lungo Calle San Martìn, nella città di Santa Fé. O meglio, saranno i corpi dei protagonisti a condurli lungo ventuno isolati, dato che i loro pensieri saranno impegnati in una serrata scomposizione e ricomposizione del compleanno del poeta Washington Noriega, al quale nessuno dei due ha partecipato ma di cui il Matematico si è visto recapitare un breve riassunto pochi giorni prima. Glossa è per Saer l’occasione per affrontare un’indagine filosofica sulla natura precaria della verità, della sua impossibile assolutezza e del suo legame inscindibile con la memoria dei suoi portatori. Quelli che all’apparenza sembrano però solo supporti attraverso cui la conversazione riesce a svolgersi, emergono implicitamente come i veri protagonisti, nel loro rapporto con la verità: sono i corpi, la carne, i gesti, le espressioni di Leto, del Matematico e degli altri personaggi.

Glossa è un romanzo fatto di gesti, di corpi che si muovono e che comunicano fra di loro, come nei cenni nascosti d’intesa fra Leto e il Matematico quando un terzo amico si aggiunge per un breve tratto di strada. Il corpo è il riconoscimento, cosciente e disilluso, del fatto che l’apertura sul reale può solo essere prospettica. Il desiderio di poter essere contemporaneamente altrove, per poter conquistare uno sguardo impersonale, non è nient’altro che un gioco estetico. Il corpo è prima delle parole, il corpo precede le parole, che nel romanzo sono spesso invece traduzioni di gesti, un’estensione superflua alla comprensione dell’altro, e che a volte Saer gentilmente esplicita per il lettore; come nel caso di Leto che, nell’attraversare la strada verso l’isolato successivo, accelera il passo, anche se questo affrettarsi

“non gli fa guadagnare tempo ma gli serve per rispondere con tutto il corpo alla cortesia del conducente, una fretta ostentata che, più o meno, starebbe a significare facciamo il più in fretta possibile, tanto che non possiamo neppure permetterci di chinarci per rispondere al suo cenno cortese, ma da parte nostra la cortesia consiste per l’appunto nell’affrettarci”.

Le parole sono paradossalmente il luogo della non-comprensione, e difatti i tentativi di raggiungere con le parole una verità oggettiva a proposito della festa di compleanno di Washington Noriega falliscono. Così come fallisce il tentativo, da parte di Leto, di ricostruire una verità interna a proposito del suicidio del padre che continua a interrogarlo, negli interstizi del racconto portato avanti dal Matematico; Leto è dilaniato dalle opinioni che sua madre, Isabel, e Lopecito, un suo amico, hanno su suo padre, entrambi inconciliabili con la sua:

“E le frasi che Isabel e Lopecito pronunciavano sulla sua persona – quella del padre dico, no? – coincidevano così poco con la realtà empirica di Leto che lui le sentiva come espressioni convenzionali imparate a memoria nel quadro di una cospirazione”.

La prosa di Saer è tanto voluttuosa quanto criptica, e non si lascia dischiudere con facilità: assume un andamento colloquiale, che nei suoi echi platonici è la scelta stilistica che meglio rispecchia l’intenzione di concepire la verità come una ricerca mai conclusa. Ma quando è il corpo a essere in prima linea, la scrittura si fa più morbida e scivolosa nella sua lucentezza, quasi come se la fisicità stessa levigasse la rugosità della scrittura, per nostro uso e consumo più diretto e immediato; si potrebbe quasi dire che la “glossa”, che genericamente indica una nota interpretativa a margine di un testo, sia il tentativo di rendere espliciti i significati che si celano nei comportamenti dei protagonisti e di chi gravita loro attorno.

C’è però un altro senso nel quale si può declinare la forte corporeità del romanzo. Nei resoconti che si susseguono, intersecandosi, del compleanno di Washington Noriega, nulla è vero, o forse tutto è vero: si alterneranno almeno quattro versioni diverse dello stesso evento. Questa è la condanna del verbo. L’unica verità certa è l’imprescindibilità dei corpi per il racconto, per quel mezzo terribilmente improprio che è la parola. La verità come funzione del corpo. Cosa succede, infatti, quando il racconto del compleanno di Washington Noriega inizia a correre lungo le righe? Per Leto, ad esempio, che ascolta il racconto dal Matematico che a sua volta l’ha ascoltato da Botòn, una tettoia, sotto la quale si trovano Washington e la sua brigata di amici, diventa la media di tante tettoie esperite nel corso della sua vita, e un campo sulla costa diventa la media di campi sulla costa già visitati nel passato. Leto riesce a fare proprio il racconto snocciolato dal Matematico, a immaginarselo, e quindi a comprenderlo, solo attraverso la sua esperienza, il suo vissuto, il suo corpo. 

Ed è sempre il corpo che, infine, apre crepe in un’anima che si vorrebbe statuaria, che sa distinguere il vero dal falso, il bene dal male, ma che “si disintegra davanti alla possibilità di una macchia sui pantaloni”, davanti alla non posticipabile urgenza della materia: le “fragili distinzioni” e le “laboriose astrazioni” crollano in silenzio, travolte dalle esigenze dei muscoli, impegnati a imprimere i propri tratti incerti nel mondo. E anche prima del crollo, in quelle rare situazioni di unità divina che i protagonisti sperimentano lungo il romanzo, l’analogia è di nuovo corporea: l’anima è “un anello di fumo o una bolla di sapone, che occupa il suo interno fino agli ultimi interstizi e dal quale emana una sorta di benessere”.

A un certo punto, durante la passeggiata, il Matematico e Leto iniziano a camminare all’indietro. È qui che il corpo come limite empirico dell’accadere trova piena manifestazione, in questa lezione aristotelica di filosofia pratica che si srotola lungo il Peripato longilineo di Calle San Martìn:

lo pensino a parole oppure no, la via diritta che si lasciano alle spalle è fatta di loro stessi, delle loro vite, è inconcepibile senza di loro, senza le loro vite, e man mano che loro avanzano si forma con quell’avanzare, è il confine empirico dell’accadere, ubiquo e mobile, che portano con sé ovunque vadano, la forma che assume il mondo quando accede alla finitezza, via, mattina, colore, materia e movimento”.

La corporeità non mente. Le rappresentazioni, lo scetticismo, l’armonia, tutto passa dall’impalpabile all’ostinatamente materiale, a una forma del corpo. Ma un libro si scrive con le parole, e non con i gesti. Che fare, dunque? Come trasmettere il senso di precarietà che la parola, ambasciatrice indegna, porta con sé? La soluzione di Saer consiste nell’utilizzo, compulsivo all’interno dello stile colloquiale del romanzo, di una formula in tre parole, che disgrega qualsiasi pretesa di veridicità di ciò che stiamo leggendo: più o meno.

“Ma vediamo di capirci: poiché si presume che siamo d’accordo sul fatto che tutto questo – e lo diciamo fin dal principio – è più o meno, che ciò che appare chiaro e preciso appartiene al regno della congettura, quasi dell’invenzione, che per la maggior parte del tempo l’evidenza si accende e si spegne in fretta al di là […] diciamolo per l’ultima volta, anche se è sempre la stessa, perché sia chiaro: tutto questo è più o meno e se si vuole, e dopotutto, che importa!”.

Stefano Vernamonti

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