Nella verde gola delle lupe: la chiave della conoscenza

Nella verde gola delle lupe, Lucrezia Pei e Ornella Soncini
(Moscabianca edizioni, 2024) 

nella verde gola

«Siamo pervase dalla nostalgia per l’antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l’ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dietro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, l’ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe.»

Così recita la prefazione di Donne che corrono coi lupi, il libro-culto della psicoanalista e scrittrice Clarissa Pinkola Estés. È probabilmente inevitabile che questo sia il principale riferimento che viene in mente quando si legge Nella verde gola delle lupe, il racconto lungo scritto da Lucrezia Pei e Ornella Soncini e pubblicato nella collana Cuspidi di Moscabianca edizioni. I parallelismi tra i due testi sono infatti diversi e non si limitano solo allo stesso utilizzo della figura del lupo come animale simbolo della natura selvaggia delle donne. Ma procediamo con ordine.

Nella verde gola delle lupe si svolge in un Cinquecento immaginario. Un gruppo di donne – le Lupe, per l’appunto – si è da tempo rifugiato a vivere nella selva, lontano dal villaggio, al riparo dagli esseribestia. Il loro esilio ha avuto inizio molto tempo addietro – dopo la Grande Ingiustizia, un evento traumatico tramandato dalle bocche delle ave più anziane a quelle delle Lupe più giovani, affinché non si dimentichi il pericolo che si trova all’esterno della comunità. C’è un certo grado di vaghezza che aleggia attorno al racconto di questa Ingiustizia, e non è ben chiaro quali siano state le circostanze che hanno portato le donne a rifuggire gli uomini. Tutto ciò che sappiamo è che «In principio c’era la donna e c’era l’uomo, che era il maschio della donna, e tutti vivevamo in pace. Un giorno, però, gli uomini caddero preda di una grande avidità».

La piccola Ana, protagonista del racconto, non sembra però farsi bastare le spiegazioni che le vengono date dalle sue madri e sorelle. Fin da subito si intuisce il suo spirito di iniziativa, la sua voglia di conoscenza, apertamente in contrasto con le ferree regole delle Lupe.

La comunità delle Lupe si regge attorno a diversi riti e credenze, primo fra tutti il culto della Santa Agilulfa, che è riuscita ad ammansire – e poi a uccidere – un grande lupo nero. Le ave raccontano che la Santa, ancora giovane, ricevette un avvertimento in sogno: un grande lupo nero si aggirava nella selva, affamato di donne. La saggia ragazza affronta il lupo, che tenta di irretirla con la promessa di svelarle un segreto, ma Agilulfa non accetta, anzi, doma il lupo per poi ucciderlo.

Quando Ana sente questa storia non si accontenta della versione superficiale. Qual è il segreto del lupo? Cosa si cela fuori dalla selva, e perché sua madre Anna si avventura così spesso da sola all’esterno?

«La bestia spaventosa si alzò sulle zampe di die­tro…» – ed è davvero alta, più di madre Santina che è la più alta tra tutte loro. Ana gli vede la pancia gonfia come prossima al parto – «… e spalancò le fauci: “Se te ne andrai senza farmi danno ti rivelerò un grande segreto”. Ma la fanciulla era retta e savia: “Non mi tenterai”».

(«Che segreto?» domandava Ana quando era più piccola delle gemine.)

(«A noi non è dato sapere», la seccava ava Esal­tazia.)

La curiosità di Ana sarà proprio ciò che la porterà a seguire sua madre di nascosto, e a scoprire di notte incontra qualcuno, un esserebestia che sembra diverso dagli altri. Come in ogni favola che si rispetti, da un piccolo evento scaturiscono conseguenze sempre più grandi, finché l’intera comunità delle Lupe non si trova in serio pericolo.

Nella verde gola delle lupe non è solamente una storia di donne selvagge, ma è soprattutto una storia sulla natura istintuale delle donne, ed è proprio questo il punto di contatto principale con Donne che corrono coi lupi. In quel libro, Pinkola Estés utilizza lo strumento delle antiche fiabe e leggende per analizzare i meccanismi della psiche (prima di tutto femminile, ma non solo): all’interno di quegli intrecci narrativi, si annidano gli archetipi e i simboli che possono aiutarci a comprendere come funziona la nostra mente. In uno dei primi capitoli viene riportata la storia forse più famosa sulla curiosità femminile, ovvero quella di Barbablù. Anche lì, la curiosità di una giovane donna (ma anche qui, è meglio parlare di istinto) è ciò che sembra in apparenza condannarla alla morte, ma in realtà, la voglia di sapere ciò che si cela dietro la stanza proibita è proprio l’essenza della forza creativa femminile, che deve essere in ogni modo salvaguardata.

Come spiega Pinkola Estés, la libertà concessa da Barbablù a sua moglie è una libertà fittizia: una trappola che la costringe a rinunciare alla cosa più importante di tutte.

«Barbablù proibisce alla giovane donna di usare quella chiave che la porterebbe alla consapevolezza. Proibire a una donna di usare la chiave alla conoscenza consapevole di sé la priva della sua natura intuitiva, del suo naturale istinto alla curiosità che le fa scoprire “quello che sta sotto” e la conduce “al di là dell’ovvio1». Ed è proprio questo che succede anche alla giovane Ana, e a tutte le Lupe che vivono nella selva.

In questo senso, la figura di Anna rappresenta l’outsider, l’unica che ha veramente provato l’amore e che ha scelto di unirsi volontariamente ad un uomo. La sua storia è ricostruita a partire dallo sguardo di sua figlia Ana, che non ha mai avuto esperienza di quel tipo di amore, e vive con un forte senso di turbamento, a tratti sentendosi tradita da sua madre.

Un altro elemento interessante che fa dialogare il libro di Soncini e Pei con quello di Pinkola Estés è ovviamente la figura del lupo. In Donne che corrono coi lupi, il simbolo della donna-lupo è posto come strumento per raggiungere una vita più autentica, più fedele al nostro io interiore. Le donne protagoniste di Nella verde gola delle lupe, al contrario, pur prendendo a riferimento l’immagine del lupo e vivendo una vita “selvaggia”, uccidono simbolicamente quell’animale e decidono di vivere confinate dal mondo, in una sorta di prigione auto-imposta che non fa che alimentare la loro marginalità.

Da un punto di vista strettamente narrativo, le due autrici sono abili nel ricostruire i punti di vista delle diverse Lupe, ognuna che incarna una fase diversa della vita di una donna: oltre ad Anna e Ana, c’è la voce della nonna Lia, più matura e consapevole, ma anche indurita dagli eventi; e poi quelle di Luce e Fede, entrambi giovani donne, che passano entrambe per due eventi a loro modo traumatici: la gravidanza e la perdita della verginità.

Con questa alternanza di punti di vista, Soncini e Pei ricostruiscono la complessità dell’io femminile e riescono a ricostruirne le contraddizioni. C’è poi lo stile, che è estremamente curato: un linguaggio molto alto e a tratti mistico, senza sbavature e che non si lascia mai andare al puro virtuosismo. Da questo punto di vista, le autrici riescono molto bene a raccontare una storia che non è semplicemente materiale narrativo – che comunque funziona bene anche se lo volessimo considerare solo come tale – ma è anche una chiave che stuzzica la nostra sana curiosità e che ci spinge a fare delle domande sul nostro modo di essere donne nel mondo.

«Ascoltate dunque con l’anima, perché questa è la missione delle storie.2»

Francesca Rossi

Immagine in evidenza: Bosco di betulle, Gustav Klimt 1902 – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=124503289

  1. Donne che corrono coi lupi, Clarissa Pinkola Estés, Sperling&Kupfer, p. 31 ↩︎
  2. ivi, p.2 ↩︎

Lascia un commento