Di cuori e dissezioni: come è nato il Moderno Prometeo

La donna che scrisse Frankenstein, Esther Cross
(La Nuova Frontiera, 2024, Trad. di Serena Bianchi)

In un articolo di “The Guardian” di ormai 12 anni fa, il dottor Sam Parnia –  specialista in rianimazione e uno delle massime autorità scientifiche nell’ambito dei cosiddetti “resurrection studies” – spiegava in poche parole un concetto semplice ma estremamente potente: «ad un certo punto della nostra vita, tutti noi faremo esperienza di un arresto cardiaco. I nostri cuori smetteranno di battere. E quello che succederà in quei pochi minuti e ore dopo che il cuore ha smesso di battere, potrebbe essere il momento più significativo della nostra vita».

Nello stesso articolo, Parnia racconta della sua esperienza nei reparti di rianimazione, dove viene solitamente utilizzata la tecnica di “CPR” (rianimazione cardiopolmonare) che consiste nel pompaggio frenetico del torace per alcuni minuti. Solitamente, il personale medico continua con questa procedura per circa 20 minuti prima di fermarsi, ma Parnia sostiene che la decisione di dichiarare clinicamente morto il paziente è in realtà totalmente arbitraria, e si basa sulla convinzione che – anche qualora il cuore riprendesse a battere – i danni cerebrali costringerebbero il paziente ad uno stato vegetativo.  Tuttavia, se si pensa alla morte come un processo, che ha un inizio e una fine, e non come un singolo momento, è possibile studiare meglio quello che accade nel cervello nei minuti successivi all’arresto cardiaco e, forse, “riportare in vita” i pazienti. 

Ho casualmente appreso di questo articolo mentre leggevo La donna che scrisse Frankenstein, di Esther Cross, un libro a metà tra una biografia e un  saggio storico-letterario. L’autrice, infatti, ripercorre la vita di Mary Shelley dedicando ampio spazio sia al contesto storico che la circondava, sia ai suoi legami familiari e sentimentali, mettendo in evidenza la stretta correlazione tra l’esperienza privata dell’autrice e la sua opera più famosa. 

Nel primo capitolo del libro, Cross racconta che Mary Shelley conservò per tutta la sua vita le reliquie dei suoi cari; tra queste ne spicca una: il cuore di Percy Shelley, unico resto “solido” del corpo del poeta, dato che il resto delle sue spoglie fu cremato. Il fatto che Mary abbia scelto di conservare il cuore di suo marito ha ovviamente delle connotazioni simboliche strettamente correlate al suo essere una esponente del Romanticismo, e tuttavia non posso far a meno di pensare che la scelta di Mary abbia anche una qualche correlazione con il contesto storico scientifico che ha dato vita a Frankenstein. 

Infatti, la parte che ho trovato più interessante del libro di Cross – e che si riallaccia agli studi di Parnia – è proprio quella in cui emerge in maniera nitida il collegamento tra ciò che stava avvenendo nel mondo scientifico di Londra nei primi dell’800 e il lavoro letterario di Mary Shelley. Frankenstein si nutre infatti profondamente di quello che stava accadendo a Londra in quel periodo: nell’esperimento del dottor Victor Frankenstein riecheggiano quelli dei medici “resurrezionisti” londinesi – che si affidavano ai trafugatori di tombe per reperire cadaveri. 

Nel libro di Cross, emerge con chiarezza anche l’ambivalenza del concetto di “resurrezione”, e le controversie legate alla pratica della dissezione dei cadaveri.  Se, da una parte, la resurrezione porta con sé l’idea del trionfo della vita sopra la morte, il processo tramite cui ci si arrivava poneva inevitabilmente delle questioni di tipo etico e religioso. Come si legge in un capitolo del libro, «la dissezione si frapponeva ai piani di resurrezione della carne. In quali condizioni quei corpi sarebbero usciti dalle tombe il Giorno del Giudizio?». 

In questo contesto, i chirurghi erano guardati con sospetto dalla popolazione, e persino i professori di anatomia, agli occhi della gente comune, apparivano come “boia di cadaveri”. Lo stesso Sir Arthur Cooper, studioso di anatomia a cui si deve la scoperta di alcune importanti strutture anatomiche – accettava con un certo imbarazzo di essere chiamato il “Re dei resurrezionisti”. La pratica scientifica a quei tempi era inevitabilmente legata all’abilità dei trafugatori di tombe, e i medici accettavano di ricorrere a questi mezzi pur riconoscendone l’ambiguità morale. 

Gli esperti di “resurrection studies” di oggi, fortunatamente, non corrono più il rischio di essere rincorsi con torce e forconi, ma non di meno l’ambito dei “near death studies” è ancora circondato da un certo alone di scetticismo nella comunità scientifica

Nel capitolo “Padre e figlio”, Cross mette in evidenza la dissonanza tra l’idea romantica della morte e le innumerevoli difficoltà burocratiche che i parenti dei defunti erano costretti a superare:

I resti passavano da un luogo a un altro, da un funzionario all’altro (…), i ressurrezionisti non erano gli unici a frapporsi tra i defunti e la loro quiete ultraterrena, anche le amministrazioni funebri, i ministri di turno e lo Stato lo facevano. (pag.122)

Questo continuo peregrinare dei corpi non è molto dissimile da quello che i coniugi Shelly fecero per tutta la vita: nel capitolo “Shelley”, viene resa bene l’idea di nomadismo che caratterizzava la vita di Percy e Mary. 

L’aspetto forse più interessante di La donna che scrisse Frankenstein è che si possa ricostruire la vita di una persona partendo dalle sue reliquie, e da ciò che resta quando tale persona non c’è più. Se, come dice Sam Parnia, la morte è un processo, questo vale sia per il concetto scientifico di morte che per quello romantico.  

Da questo punto di vista, La donna che scrisse Frankenstein è sicuramente un buon punto di partenza per conoscere Mary, anche se non restituisce mai una visione totale e completa dell’autrice di Frankenstein. D’altra parte, se –  come ci ha insegnato Orson Welles in Quarto potere –  «non basta una sola parola per spiegare la vita di un uomo»,  La donna che scrisse Frankenstein è tuttavia un tassello interessante di quel “rompicapo” che è la vita di un essere umano. 

Francesca Rossi

L’articolo di “The Guardian” è disponibile in lingua originale al seguente link: https://www.theguardian.com/society/2013/apr/06/sam-parnia-resurrection-lazarus-effect.

Immagine in evidenza: “L’incubo”, di Johann Heinrich Füssli – wartburg.eduimage, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1170857

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