Libro senza nome, Shushan Avagyan
(Utopia, 2024 – trad. M. Lourian)

Libro senza nome è particolarissimo. A mancargli non è solo il nome, ma anche una trama intesa nel senso ‘classico’. Se invece di questo termine si recupera il significato associato al campo semantico della tessitura, allora si può a ben ragione dire che qui ce n’è fin troppa. Ma andiamo per gradi.
Se non di classica trama, forse possiamo parlare di tema. Il libro di Avagyan vuole raccontare di Shushanik Kurghinian e Zabel Yesayan, due scrittrici quasi dimenticate, e per certi versi diluite, in realtà voci importantissime della letteratura armena a cavallo fra Otto e Novecento. Lo spunto è un incontro immaginato tra le due nella capitale Erevan.
Il percorso per arrivare a questo obiettivo non è lineare, non ha un vero inizio, non ha una vera fine, ma si compone di tasselli a incastro e voci diverse che parlano tra narrazione, citazioni, aneddoti, stralci di lettere riemerse da un lavoro di ricerca di archivio e cartoline. I capitoli prendono i loro titoli da diverse poesie di Kurghinian.
I fili che compongono questo arazzo multiforme (o un “tappeto a drago” di tradizione caucasica) si intrecciano fittamente senza una logica davvero intuibile. La confusione che ciò crea nel lettore è assolutamente prevista e voluta, e in una delle numerose sezioni metaletterarie, in cui il romanzo riflette su se stesso, anche rivendicata. L’autrice invita il lettore, se può, a non cercare spiegazioni o chiarimenti: insomma, a lasciare che la lettura torni a essere esperienza prima che operazione intellettuale di comprensione e ricerca di una “verità intrinseca”. Qualcosa a cui, forse, non siamo più abituati, se non (se va bene!) con la scrittura poetica.
È quindi così che definirei Libro senza nome: un’esperienza. La tentazione di capire è onnipresente, ma può essere liberatorio lasciarla andare. Con questo non si vuol dire, però, che si tratti di una operazione puramente estetica: il carico di contenuto c’è, veicolato in un modo che può risultare insolito al lettore medio e, di sicuro, al lettore nuovo a esperimenti letterari di sorta. Per questo lo definirei una lettura non facile, nel senso di ‘rapida e scorrevole’: ogni lettore ha le sue insindacabili abitudini e strategie. Per la sottoscritta è stato un processo lento, che ho sentito il bisogno di metabolizzare a piccoli bocconi, ma non per questo meno piacevole: la sensazione che avevo, pregustandomi la lettura serale dopo una giornata di lavoro, era quella di tornare a dialogare con delle vecchie amiche, curiosa di cosa mi avrebbero raccontato stavolta, se avrebbero aperto una finestra su un mondo che non conosco, o se mi avrebbero regalato parole nuove accostate in versi folgoranti.
Libro senza nome è un libro, per certi versi, a quattro mani. Ma anche a otto, se si considerano quelle di Kurghinian e Yesayan, a più di otto, se si contano i tantissimi espliciti riferimenti intertestuali ad altri autori, poeti, intellettuali. È un’opera fortemente metaletteraria, in cui riflessioni sulla letteratura in generale e ‘autoriflessioni’ dell’autrice sul romanzo che sta scrivendo – o che ha già scritto – si alternano a note di teoria della traduzione poetica e letteraria e apostrofi al lettore. Quest’ultimo entra nel laboratorio dello scrittore – o meglio della “dattilografa-scrittrice-traduttrice” – dove alcuni trucchi vengono svelati per davvero e altri solo per finta.
La storia – faticosamente ricostruita e volutamente reticente – di Kurghinian e Yesayan, riflette la fatica della ricerca e, nello specifico, della ricerca osteggiata da fattori esterni, come censura, distruzione o alterazione di documenti e testimonianze. La prospettiva concilia così uno spaccato storico-sociale su una fase ben determinata del passato dell’Armenia, sui suoi esuli e sui suoi dispersi, con una riflessione più ampia su revisionismo, femminismo e interazioni tra politica, cultura e ideologia. In mezzo a questa polveriera, trovano spazio non rari momenti di preziosa, confortante delicatezza.
“In uno dei tuoi marciapiedi, cara mia, ho nascosto un seme malaticcio, un semino dall’occhio nero. Permettimi di annaffiarlo, così che non muoia.” (p.17)
In conclusione: Utopia continua a proporci un catalogo audace e interessante e Libro senza nome è un’esperienza che non consiglierei al lettore occasionale, o al lettore che si trova in un periodo in cui fa fatica a trovare lo stimolo per leggere con regolarità. Lo consiglio invece: a chi è aperto alla letteratura sperimentale, a chi coltiva segrete velleità letterarie, a chi si interessa dei temi qui brevemente presentati – in particolare alla riscoperta e riemersione della letteratura femminile del passato – e a chiunque sia rimasto incuriosito da questo articolo.
Alessia Angelini
(foto di copertina di Şule Şen da Pexels: https://www.pexels.com/it-it/foto/vintage-collezione-raccolta-immagini-19985664/)
