La solitudine dei corridoi

La Nottola è una rubrica curata da Stefano Vernamonti.
Racconta libri rimasti nascosti, nelle penombre della cultura, o al di fuori delle “novità editoriali”.

Il garbuglio, Werner Kraft
(Adelphi, 1971- Trad. C. Magris e M. D. Ponti)

Immaginate di entrare in un gomitolo di corridoi oscuri, strattonati da una figura misteriosa che vi tiene saldamente per una manica. Voi non conoscete la strada per uscirne, lui sì, anche se non potete saperlo con certezza, dato che non ne conoscete l’identità. Tuttavia, riuscite a supporlo perché, nella scomoda privazione della luce, il vostro accompagnatore procede senza esitare nel luogo minoico in cui siete capitati, e ogni qualvolta si para davanti in un vicolo cieco, si gira verso di voi per dire: ma certo, abbiamo sbagliato all’ultimo bivio. Torniamo indietro, e ripartiamo.

Questa è la sensazione che si ha leggendo Il Garbuglio (1971), unica opera tradotta in italiano dello scrittore tedesco-israeliano Werner Kraft per Adelphi. Lui stesso, in una nota scritta per l’edizione italiana, chiarisce che questo piccolo testo è una “autobiografia nella forma di un romanzo”, arricchita di personaggi immaginari “per dare al contenuto autobiografico del libro un significato sovrapersonale”.

Georg, studente di medicina tedesco nella Parigi di fine anni ‘30, riceve un giorno la visita di un uomo sconosciuto, tale Fidelius, che sembra essere in qualche modo legato ad Angela, donna con cui Georg ha coltivato in precedenza una breve relazione. Fidelius, che per sua ammissione non cercava Georg ma una donna chiamata Lea Schild, comunica che ha notizie a proposito del fratello di Georg stesso. L’incontro inaugura una bourrée in tre tempi, una danza attorno a una verità che Fidelius non sembra disposto a fornire e Georg non sembra disposto ad accogliere. Su di loro, vola eterea la figura misteriosa di Angela.

Il garbuglio che dà il titolo al romanzo non è però, come si potrebbe pensare, il frutto di reiterate menzogne, che come trincee provano a scoprire la verità altrui prima di mostrare la propria; sono piuttosto le occasioni d’incontro tra i personaggi – che avvengono tutte in luoghi inaccessibili, occulti, notturni – a rimandare indefinitamente un dialogo trasparente:

«Ciò che voglio da Georg è solo questo: parlargli». «Perché queste vie traverse?». «Perché purtroppo a questo mondo non ci sono più strade ma solo vie traverse, strade lunghe e complicate che aggirano la meta».

Fidelius non ha intenzione di nascondere nulla e si confessa pronto a esporre tutta la verità, nient’altro che la verità, ma Georg non sembra essere pronto a sceglierla, e a sopportarne così la pesante salvezza, che arriverà – forse – troppo tardi:

«Mi perdoni! Non avevo nessuna intenzione di recitare una commedia. Del resto, ciò che ho da dirle è così importante che non c’è bisogno di alcuna spiegazione. Dovevo vederla immediatamente e mi sono valso del mezzo più efficace: eccomi qui». «Nemmeno questi ultimi mesi» domandai non senza accentuare le parole «richiedono una spiegazione?». «Certo, ma è proprio lei che la rifiuta».

Il garbuglio sta invece nell’esposizione della realtà delle cose, ingarbugliate perché è lo spirito del mondo stesso, sull’orlo del secondo conflitto mondiale, ad aver rinunciato alla comprensione di qualcosa che non ha voluto e che sembra non essere in suo potere: la violenza, la rapina, la distruzione, la guerra. Lo sforzo unitario, fallimentare e bellissimo, dei personaggi e dello spirito, è quello di attraversare la matassa, verso una nuova luce. Nella speranza che rimanga qualcosa.

In questa condizione si specchia la prosa labirintica di Kraft che non nasconde nulla;  in maniera semplice ma brillante pospone la narrazione, anche tramite una divisione tripartita del romanzo, che si compone di un racconto in prima persona di Georg, una lettera a lui indirizzata, e infine la lettura dell’aforismatico taccuino di Fidelius, di cui Georg entrerà a un certo punto in possesso. Proprio come in un labirinto imboccare un vicolo cieco è parte integrante del processo di ricerca della via d’uscita, così le parole di Kraft arzigogolano bivi, riflessioni, descrizioni, aforismi, senza i quali la verità sarebbe nient’altro che una linea retta che da “A” va a “B”: una direzione non più possibile, né per il pensiero né per la parola, né per gli esseri umani che incarnano l’uno e l’altra. Soprattutto, una posticipazione a un tempo contingente e necessaria perché, se da un lato i dubbi di Georg si accumulano e ognuno richiede la sua spiegazione particolare, che allontana ad libitum quella generale, dall’altro c’è una verità che sembra impossibile catturare e comunicare:

«Sto sforzandomi di dirti la verità, la più completa verità. Spesso mi sono chiesto se ciò sia possibile per un uomo. Non sono stato capace di giungere a una risoluzione, la lascio a te; e se tu sei nella stessa situazione passa la domanda ad altri, finché essa giunga all’uomo giusto!».

Il romanzo, però, è un garbuglio anche storico perché, al presente di una Parigi di fine anni ‘30 con il suo lugubre clima anticipatorio di futuri disastri – , si sovrappone il passato del nascente movimento sionista e della campagna tedesca in Palestina durante la Prima Guerra Mondiale, nella quale il fratello del protagonista (e di Kraft) hanno combattuto.

Infine, il romanzo è anche un garbuglio editoriale: il manoscritto infatti finì inizialmente sul tavolino delle riunioni editoriali di Einaudi nel 1962, su consiglio di Roberto Bazlen, ma i pareri furono discordanti e, dopo un iniziale assenso, il giudizio negativo di Elio Vittorini e Cesare Cases mise la parola fine alla possibilità di vederlo stampato. Questo perlomeno fin quando Adelphi, nata da pochi anni anche grazie agli sforzi dello stesso Roberto Bazlen, decise di pubblicarlo nel 1971, quasi come emblema della scissione einaudiana – e soprattutto tra Bazlen e Cases – che aveva dato vita alla neonata casa editrice, consumatasi sul terreno della “ricercatezza formale e dello sperimentalismo che rendono più complesso l’accesso al senso”, che non rinuncia ai significati difficilmente accessibili al lettore1.

In effetti, bisogna ammetterlo: Il garbuglio è un libro incomprensibile, che riesce a trovare senso solo nel suo rifulgere durante la lettura e che, al di là del suo essere fotografia di una condizione disperata, voltata l’ultima pagina torna a essere un mistero senza appello, un mandala, un vaticinio delfico. Un po’ come trovarsi alla fine di una storia d’amore: cos’è che ci aveva tanto affascinato? Così sistemo il libro sul mio scaffale, tra altre decine, e quasi provo a ricordare cosa ci abbia trovato dentro di così lucente da avermi accecato, mentre ne scrivo. Eppure non ci riesco, quasi come se avessi letto un libro scritto in una lingua di cui non ho più memoria; vittima di una delizia dimenticata a cui rimango legato da un singolo filo d’inchiostro, che recita:

«Perfino chi è partecipe di un miracolo è capace, dopo averne intascato i vantaggi, di liquidarlo come follia, senza fare tante domande».2

  1. Memorialistica editoriale. Teoria e critica delle opere autobiografiche di editori-autori moderni e contemporanei ↩︎
  2. Ho scoperto Il garbuglio grazie a questo articolo sulla rivista “Il Nemico”: Chiudete Adelphi prima che sia troppo tardi! ↩︎

Stefano Vernamonti

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