“Hotel world”: un romanzo polifonico

Hotel world, Ali Smith
 
(SUR, 2025 – Trad. Federica Aceto)

Cinque donne, cinque modi diversi di abitare il tempo, lo spazio, il corpo – o quello che del corpo rimane. In sei capitoli si dipanano le loro storie, che gravitano tutte intorno a un albergo tanto elegante quanto impersonale della catena Global Hotel, in una città non precisata dell’Inghilterra, a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo.

Queste le coordinate generali di Hotel world di Ali Smith (1962), pubblicato in Gran Bretagna nel 2001, primo grande successo internazionale per l’autrice scozzese, approdato in Italia nel 2004 grazie alla traduzione di Federica Aceto per minimum fax. Oggi il romanzo è in libreria, per i tipi di SUR, impreziosito da una nuova prefazione redatta da Smith venticinque anni dopo la composizione di Hotel world.

Il fantasma di una giovane cameriera morta nell’albergo – il suo nome, scopriremo più avanti, è Sara Wilby –, fluttua sul mondo che ha lasciato, osserva da vicino corpi conosciuti e sconosciuti, li interpella, ci interpella. Il resto del mondo non vede Sara, così come sembra non vedere – o decide di non vedere – Else, senzatetto che chiede l’elemosina sul marciapiede accanto all’ingresso. Del suo passato non apprendiamo che brandelli (ma vividissimi), del suo presente gli incubi, la tosse, la passione per i poeti metafisici, scoperti in biblioteca. Per una notte le viene offerta la possibilità di dormire in una camera dell’albergo. A proporglielo è Lise, receptionist poco più che ventenne, affetta da una malattia misteriosa. La sera in cui Else varca le soglie del Global in albergo si trova anche Penny, giornalista autocompiaciuta alla ricerca di una storia da raccontare – e, soprattutto, di qualcuno disposto ad ascoltarla. La sua vita sfiora, per una notte, quella di Else, di Lise, e di una ragazzina intenta a demolire una parete dell’hotel. È Clare, intenzionata a chiarire le circostanze in cui sua sorella Sara è morta. La voce di Clare ci travolge in un flusso di coscienza da leggere tutto d’un fiato – vertiginoso sì, ma mai respingente –, un tour de force verbale dal potere liberatorio.

La costruzione narrativa di Hotel world – sorvegliata, raffinatissima – è cangiante, non lineare, intimamente polifonica: ogni storia è raccontata secondo una prospettiva diversa e risponde a una temporalità differente (il titolo di ogni sezione è un’indicazione di sintassi temporale, Passato, Presente, Futuro nel passato…); l’interiorità di ciascuna figura viene rappresentata con tecniche diversificate, in una girandola di stili narrativi febbrile nel suo mulinare.

Qualcosa accomuna l’esperienza di queste donne, ed è una circostanza a suo modo metanarrativa: tutte loro a un certo punto riflettono sul linguaggio. A Sara, fantasma, succede perché sta perdendo progressivamente la memoria, anche verbale. Lise – i ricordi offuscati dalla malattia – si trova in una situazione simile:

«Il mondo di Lise, leggero e febbricitante, girava; girando, i nomi dei posti si staccavano e cadevano via, lasciando dei vuoti al posto dei mari e dei paesi, contorni in attesa di essere riscoperti e rinominati, con le longitudini e le latitudini allungate o flosce come fossero elastici» (p. 125).

Penny soppesa le parole per i suoi articoli, per poi perderle, inseguirle, riacciuffarle. Clare è travolta dal suo stesso flusso: «è strano pensare quante parole esistono & non dire niente è come se avessi pensato a così tante parole in questa camera non nostra mia che ora ci nuoto in mezzo ah anzi ci affogo […]» (p. 214). Colei che però utilizza le parole in maniera più spregiudicata è Else, conoscitrice, fra l’altro, di tutti i tipi di stenografia. Spesso si avvolge «attorno ai piedi cose di attualità» (p. 56), come alcune pagine di quotidiani, e «immagina il marciapiede imbrattato da tutte le lettere che cadono dalle mezze parole che usa […]. Sono solo lettere. E sono anche biodegradabili. Si decompongono come le foglie. Vanno bene come concime» (p. 58).

«Disossare ben bene le parole» (p. 58): è quello che fa anche Ali Smith nel corso di questo romanzo, tempestato di calembours, polisemie, anagrammi, composizioni nonsense, onomatopee – un’impresa per la traduzione, affrontata mirabilmente da Federica Aceto. Non solo: la prosa spesso è contrappuntata da ritornelli di canzoni e di poesie, nei flussi di coscienza interferiscono jingle pubblicitari, brochure dell’albergo, voci di moduli da compilare – una congerie di materiale extraletterario che testimonia l’attecchimento delle forme verbali tipiche della società capitalistica avanzata nell’immaginario.

La costruzione polifonica, il gioco con la propulsione creativa delle parole e la stratificazione degli stili sono, dal punto di vista tecnico, alcuni dei modi con cui Ali Smith riflette «sui possibili significati del concetto di globalità» – scrive lei stessa nella prefazione del 2025. Tuttavia, il concetto di globalità viene enucleato e rilasciato in questo romanzo anche su un altro piano, che tocca la dimensione esistenziale dei personaggi: per quanto l’introspezione delle sue protagoniste sia viscerale, Smith non le lascia mai indulgere in solipsismi. Sara, Else, Lise, Penny e Clare non si isolano nel dolore, che pur provano intensamente, ma si pensano sempre in relazione ad altre persone, anche sconosciute, e al resto del mondo animale e vegetale. (Sul significato politico che questa rappresentazione assume nel 2025, nel Regno Unito post Brexit, Smith riflette nella prefazione).

In Hotel world tutto viene raccontato in chiave fortemente relazionale – nel senso sia di relazione nel sistema produttivo (Else quando scarta il sapone nella camera dell’hotel pensa all’operaio di fabbrica che l’ha avvolto nell’involucro), sia di rapporto emotivo e sentimentale con gli altri abitanti del mondo, amati e non amati, accolti in tutto il loro peso. Non per caso il romanzo si apre e si chiude con un volo panoramico che, infine, si trasforma in un corale (che ricorda, nel tono, alcuni racconti di Joyce). Una ricognizione commossa di tutte le creature – vegetali, animali, morte, vive – che ne hanno elettrificato la scrittura.

Ginevra Portalupi Papa

(immagine in in evidenza di Altaf Shah da Pexels)

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