I diari del lupo, Andrea Cassini
(nottetempo, 2025)
Sabato 22 febbraio 2025 un lupo è stato tratto in salvo dalle acque del Naviglio all’altezza di Gaggiano, a quindici chilometri dalle torri di vetro di Milano. Qualche settimana più tardi, a Rozzano, sempre nel sud-ovest milanese, è stato avvistato un altro lupo – lo sguardo fugace ma sostenuto agli animali umani in cui si è imbattuto e poi via, di corsa, lungo una rotonda. Probabilmente provengono entrambi dai boschi del Parco del Ticino, dove la presenza dei lupi è attestata da anni, e dove, nel settembre 2024, è stata documentata la nascita di quattro cuccioli, la prima dalla fondazione del Parco. Questi incontri (quasi) cittadini con il lupo, disorientanti per l’immaginario comune – il predatore simbolo della selvatichezza più minacciosa alle porte di uno dei centri urbani più antropizzati di Italia? –, sono indicativi di un fenomeno più ampio e prezioso per l’equilibrio dei territori. Dopo lo sterminio sistematico perpetrato nei loro confronti fino agli anni ’70, grazie alla loro resistenza, alla presenza di corridoi verdi della penisola e a una serie di provvedimenti che mirano a tutelarne la specie, in Italia i lupi sono tornati. Dal centinaio sull’orlo dell’estinzione negli anni ’70 ai circa 3300 esemplari di oggi. Lo testimoniano i risultati del censimento del 2022 dell’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale – a cui Andrea Cassini, autore de I diari del lupo (nottetempo, 2025) a cui ci stiamo avvicinando, con le sue osservazioni empiriche nell’Appennino pistoiese, ha contribuito.
I lupi, campioni di lunghissime distanze e adattabilità, attraversano e imparano ad abitare anche i territori lambiti dall’uomo, ai confini con gli spazi urbani. Zone un tempo interessate dall’attività antropica ma oggi abbandonate: rogge costeggiate da scheletri di cascine, «il nulla in mezzo a cui corre una strada, l’incolto oltre le porte di un villaggio», scrive Cassini. Quegli ambienti ibridi per cui Gilles Clemént ha teorizzato la definizione di «terzo paesaggio». E che costituiscono il territorio in cui si muovono – e da cui traggono nutrimento – I diari del lupo di Andrea Cassini. Un libro dalla struttura ibrida come gli spazi che racconta: memoir scandito dallo scorrere delle stagioni, saggio di taglio filosofico e antropologico, iconotesto punteggiato di foto agli animali e illustrazioni di mappe reali e immaginate (disegnate da Jessica Cuschiè e Stephanie Parcus).
All’origine di questo libro stratificato – e di altri due lavori di Cassini: un podcast e un articolo – ci sono le esplorazioni del bosco a due passi dal paese in cui l’autore abita nell’Appennino pistoiese. Cassini varca il «portale verde» guidato da Bora, una femmina di pastore della Sila che necessita di rafforzamento e di riabilitazione dopo un intervento chirurgico alle anche subito da cucciola. È grazie alla presenza mediatrice di Bora che Cassini può vivere esperienze di inforestamento, termine coniato da Baptiste Morizot ne La pista animale (2020), che percorre in filigrana in tutti I diari. Inforestarsi significa adottare una disposizione aperta all’alterità del bosco, nella consapevolezza che la nostra presenza modella l’ambiente tanto quanto noi ne siamo a nostra volta modellati. È una postura che implica l’abbandono dell’illusione che il solco netto e profondo che l’uomo ha scavato nei secoli tra sé e la natura – e tra natura e cultura – sussista davvero. Inforestarsi significa imparare a camminare nel bosco non come spettatori di una realtà incontaminata e incontaminabile, da idealizzare, o, al contrario, di una realtà aliena e mostruosa, da tenere alla larga, ma come abitanti di quella stessa realtà, «sporca e contaminata, che ospita il meraviglioso e l’orribile, lo sconvolgente e l’anonimo», scrive Cassini. Disponibili ad ascoltare e interpretare i segni che lasciano altre forme di vita. Le scie d’erba in estate, che si piegano al passaggio degli animali, le impronte sulla neve e sul fango creano infatti un «alfabeto tridimensionale e complesso» che gli animali umani possono almeno sforzarsi di comprendere (tanto più se agevolati dalla mediazione di creature mezzosangue come Bora).
Lungo questi sentieri ibridi – rivestiti dai calcinacci delle case del paese bombardate durante la Seconda guerra mondiale, battuti da zoccoli, zampe, suole di scarpe – Bora, cane da guardiania, inizia un atto di interazione diplomatica con alcuni lupi. «Ambasciatrice» di Cassini «presso la nazione selvatica», comunica con il proprio linguaggio la sua presenza e quella dei suoi umani. L’autore dei Diari non può prendere direttamente parte al dialogo, ma può educare l’occhio a osservare la costruzione di questa relazione. In differita, tramite lo studio delle riprese delle fototrappole, e dal vivo, durante gli incontri con il lupo (rari, sospesi, delicatissimi).
Tra le pratiche di cui Cassini sottolinea il valore etico, un posto centrale è occupato dall’immaginazione, intesa come un «esercizio di prospettiva per capire l’altro». In questo caso l’altro è l’animale – il lupo, in particolare – ma il ragionamento si può estendere a ogni forma di alterità. Immaginare cosa stia pensando il lupo mentre osserva Bora, cercare di comprendere come percepisce e segnala i pericoli, come delimita e comunica i confini del proprio spazio, sono pratiche per entrare in relazione con lui. Questo sforzo immaginativo non è solo empatico, ma anche conoscitivo: aiuta a renderci conto che i processi mentali che i lupi (e gli altri animali del bosco) probabilmente attivano per orientarsi e comunicare – come la mappatura del territorio o la trasmissione di informazioni ai suoi simili – sono, a loro modo, forme di cultura.
Rivolgendosi allo studio di altre culture, quelle umane, Cassini ripercorre poi il rapporto tra uomini e lupi – ovvero: come i vari gruppi hanno antropomorfizzato il lupo, rendendoli simboli e proiezioni di qualcosa di sé. Da maestro di sopravvivenza e incline ai patti, secondo i nativi americani, a incarnazione animale degli aspetti più ingannatori, avidi e sanguinari della natura (umana!) nella tradizione occidentale (che, infatti, ne ha legittimato la persecuzione). In questi capitoli di taglio saggistico, punteggiati di riferimenti ai classici del pensiero antropologico, Cassini intreccia storie di lupi reali – come le saghe dal Parco di Yellowstone, frutto del lavoro di ricognizione del ranger Rick McIntyre, che li ha osservati a caldo, nel loro contesto, nelle loro relazioni, nella loro alterità – e leggendari.
Inforestamento, diplomazia e immaginazione: sono queste le parole chiave del vocabolario etico elaborato da Cassini nei Diari del lupo, a cui corrispondono delle pratiche per avvicinarsi e comprendere l’altro – il lupo, ma non solo. Come scrive Cassini stesso, infatti, la paura degli animali selvatici è una delle molteplici forme assunte oggi dalla xenofobia. Ed è una tendenza che continua a dilagare, come testimoniano certe dichiarazioni infelici di politici italiani e un recente provvedimento europeo del dicembre 2024, che ha ridotto lo statuto di protezione del lupo da specie rigorosamente protetta a semplicemente specie protetta. Convivere, non disunirsi: il valore dei Diari del lupo risiede proprio in questo sforzo etico e teorico, oltre che nella ricchezza di riferimenti storici, antropologici e filosofici, che non prescindono mai dal dato esperienziale che li fa germogliare – le esplorazioni di Bora e Cassini nei boschi, e nei loro margini.
«Inforestarsi non altrove» – non in un’ideale natura incontaminata, che non esiste –, «ma qui», nei terzi paesaggi, dove oggi vive anche il lupo. Siano essi sentieri dell’Appennino toscano, o rive di un canale costruito otto secoli fa.
Ginevra Portalupi Papa
(Immagine in evidenza: dintorni di Morimondo, nel Parco del Ticino. Foto scattata dal papà dell’autrice dell’articolo)

